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Maternità

Maternità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

18 maggio 2020

Nel 2001 la scrittrice di origine canadese Rachel Cusk, apprezzata dai lettori italiani soprattutto a partire dalla trilogia, Resoconto, Transiti, Onori, pubblicata da Einaudi Stile Libero fra il 2018-2020, usciva con il memoir A life’s work: on becoming mother, tradotto per Mondadori nel 2009, con un titolo assai meno significativo, Puoi dire addio al sonno: cosa significa diventare madre.

Il libro ebbe scarso successo commerciale e, nonostante il grande impegno emotivo e intellettuale costato all’autrice, lei stessa dovette considerarlo un fallimento. A distanza di poco meno di vent’anni l’attenzione per il tema della maternità sembra essere decisamente cambiato, tanto che la critica Lauren Elkin dalle colonne della prestigiosa Paris Review scrive: “I nuovi libri sulla maternità sono un contro-canone. Si oppongono al canone letterario che non si è mai interessato alla vita interiore delle madri, agli scaffali di manualistica sull’educazione dei figli, all’egemonia strisciante della maternità perfettina da social media.”

Più che un contro-canone, direi che si possa parlare di un ampliamento del canone letterario grazie a un buon numero di romanzi che pongono al centro della narrazione quella che Rebecca Solnit ha definito la madre di tutte le domande – fare o non fare figli? – e con la serietà della vera letteratura, vanno a indagare cosa ci sia dietro il nome della madre, sviscerando i luoghi comuni del legame di sangue, dell’icona emotiva, per addentrarsi nella costruzione culturale legata al materno. Del resto, le basi teoriche di questo ripensamento sono ben delineate negli atti del seminario Nel nome della madre, a cura di Daniela Brogi, Tiziana De Rogatis, Cristiana Franco, Lucinda Spera (Del Vecchio Editore 2017).

Prima di passare in rassegna alcuni dei romanzi più rappresentativi, tra quelli usciti negli ultimi anni, vorrei cercare di rispondere alla domanda sul perché sia avvenuto questo mutamento. Abbiamo superato i sette miliardi e mezzo sul pianeta, e c’è chi ritiene questo indice riproduttivo insostenibile, ma non tutte le parti del mondo crescono alla stessa velocità: da un lato, il declino demografico che investe l’Occidente ha portato nuovamente l’attenzione sul corpo femminile come luogo di riproduzione, in un contesto dove però le donne più emancipate possono mettere in discussione, e rifiutare, il ruolo biologico dato per scontato in società più arcaiche, dall’altro la tecnologia consente di estendere oltre i limiti fisici, di genere e di età anagrafica, la possibilità di avere figli, come la gestazione per altri, detta anche maternità surrogata. Le implicazioni antropologiche ed etiche di qualsiasi riflessione sulla maternità non si limitano quindi a rispolverare il vecchio adagio femminista – il personale è sempre politico – ma ruotano precisamente attorno all’idea di società che si vuole costruire. Lo dimostra il recentissimo successo planetario della serie televisiva tratta da Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, uscito nel 1985, distopia non così lontana da tanti fanatismi del presente, religiosi e non, che vorrebbero relegare le donne al ruolo di fattrici, poiché è ovvio che controllare il corpo delle donne, e quindi concepimento e nascita, significa detenere un enorme potere.

Trentacinque anni dopo il romanzo di Atwood, Joanne Ramos, scrittrice statunitense di origine filippina, ha immaginato ne La fabbrica (Ponte alle Grazie 2020) una vera e propria azienda, la Golden Oaks, dove donne di etnie e classi sociali disagiate, filippine, latinoamericane, ceto medio americano impoverito, vengono ingaggiate come madri surrogate per miliardari di tutto il globo che, pagando, vogliono avere il pieno controllo su ogni fase dello sviluppo del feto impiantato: alimentazione super sana, ambiente privo di stress, cure assidue del corpo. Ma la disparità di mezzi, di libertà, di scelta, fra chi compra e chi offre questo servizio è tale che Golden Oaks non può che essere la gabbia dove s’incontrano il capitalismo infiltrato alla radice dalla vita umana e le sue più aberranti conseguenze. La protagonista Jane, di origine filippina come l’autrice, rimane incatenata all’essere un utero che procrea e una donna che accudisce, delegando ogni possibilità di emancipazione alla figlia, con tutta una serie di ‘se’ – se avrà abbastanza agio economico, se vivrà nel quartiere giusto, se riuscirà a studiare – che il romanzo si guarda bene dallo sciogliere.

Nell’area della trasfigurazione autobiografica si colloca invece Maternità di Sheila Heti (ed. or. 2018, Sellerio 2019) imperniato sulla decisione di diventare o non diventare madre, dove l’interrogativo lungi dall’essere un rovello intimistico, va dritto al cuore di ciò che la società si aspetta da una donna: “Perché facciamo ancora i bambini? Perché era importante per quel dottore che io ne facessi uno? Le donne devono avere i bambini perché devono essere occupate”. Analizzare la vita e le scelte della propria madre, medico che lascia la cura dei figli al marito, e della nonna sopravvissuta a un campo di concentramento in Ungheria, non è un atto di ripiegamento memoriale, quanto il tentativo di tracciare una genealogia del proprio essere donna oggi, su un pianeta sovrappopolato e finalmente con l’opzione di scegliere per sé qualcosa di diverso dal destino biologico allegato al proprio apparato riproduttivo. Che poi una donna possa fare la scelta contraria, ed esserne felice, è uno dei maggiori pregi dell’onestà intellettuale di questo libro.

Di tenore speculativo simile è il romanzo di Jessie Greengrass, Sight (Bompiani 2019) dove però, all’opposto rispetto a quanto avviene in Maternità, la scelta di fare figli è collocata in un percorso di crescita personale e di acquisizione di consapevolezza, di nuovo nel confronto con una madre mancata precocemente e con una nonna psichiatra freudiana. Greengrass si avvicina alla gravidanza con una scrittura capace di catturare l’infinità di variazioni percettive che questa comporta sul piano psico-somatico e sa tratteggiare anche l’asimmetria che si crea in una coppia a favore, in termini di ricchezza esperienziale, di chi la vita la porta nel proprio corpo. Restituisce anche tutta l’ambiguità dolce-amara dell’essere genitore: “Quando mia figlia mi getta al collo le braccia con una grazia spensierata, la mia reazione è di straziante gratitudine, ma devo nasconderla, perché lei avvertendone il peso, non diventi impacciata e non sia più in grado di fare ciò per cui è nata, allontanarsi da me”. E attraverso ampie digressioni di carattere scientifico, notevoli quelle sugli anatomisti del Settecento, John e William Hunter, a caccia di feti tra aborti e parti andati male, conferisce un carattere epico al fatto più antico del mondo: la generazione.

Con il romanzo, L’evento, tradotto in Italia nel 2019, ma uscito in Francia nel 2010, Annie Ernaux ripercorre la propria vicenda di studentessa costretta ad abortire in maniera clandestina, umiliante e pericolosa per le condizioni igieniche, all’inizio degli anni ’60, quando ancora nessuna legge normava e tutelava questo intervento, praticato in loschi appartamenti, garage e studi dentistici, nell’ipocrisia in cui venivano lasciate le donne portatrici di una gravidanza non voluta. Anche per lei diventare madre, anni dopo, coincide con una scelta, compiuta finalmente in modo libero, sul proprio corpo e sul proprio futuro.

Fra i romanzi italiani che smontano lo stereotipo che esalta l’istinto materno, come se fosse un’essenza, e non viceversa un insieme di tecniche di sopravvivenza della specie, di costruzioni culturali e di condizionamenti materiali vanno ricordati La figlia oscura di Elena Ferrante (edizioni e/o 2006) dove Leda, una professoressa universitaria, nel momento in cui potrebbe godere della libertà perché le figlie sono ormai grandi, si ritrova durante una vacanza invischiata in un gioco di invidia per il rapporto fusionale che vede fra una giovane madre e la figlia, rimettendo in discussione se stessa. Ne Lo spazio bianco (Einaudi 2008) Valeria Parrella narra il parto prematuro di Maria, lo shock di trovarsi una bambina appesa letteralmente alle macchine, nell’incertezza di un futuro che non sa ancora immaginare e può solo attendere. Donatella di Pietrantonio ne L’arminuta (Einaudi 2017) racconta di una bambina prima mandata a crescere presso dei parenti per difficoltà economiche dei genitori, poi riaccolta in seno alla propria famiglia biologica che però lei stenterà sempre a riconoscere come quella affettiva.

Cattiva di Rossella Milone (Einaudi 2018) monta la lunghissima sequenza di un parto, descritto in tutta la sua crudezza fisica e tenerezza creaturale, in parallelo all’adattamento che il divenir madre richiede: lo sdoppiarsi del corpo prima per ospitare una vita che si forma, dopo per nutrirla allattandola, il non poter più disporre del proprio sonno, delle proprie ore, della propria intimità e l’affollarsi di pressione sociale, che una nuova vita immancabilmente calamita intorno a sé. Diventare madre significa sopravvivere a una trasformazione fisica e psicologica importante, Milone non nasconde il lato oscuro che questo comporta e che non sempre può essere addomesticato.

Lato oscuro che emerge nella trama perturbante di Matrigna di Teresa Ciabatti (Solferino 2018) che vede protagonista una madre pronta a mostrarsi depressa e insofferente con la figlia, Noemi, bambina dai tratti fisici ordinari, e a rivestirsi di luccichio e strass quando si tratta invece di esibirsi in pubblico con il figlio, un incantevole angioletto dai capelli d’oro e gli occhioni blu. Il bambino durante una festa di carnevale sparisce nel nulla e non viene mai più ritrovato. I sospetti caduti su Noemi, l’imbroglio fra memoria e proiezioni personali con cui anche a distanza di anni la famiglia ripensa all’accaduto, la difficoltà di Noemi a relazionarsi con la mitomania materna e a conquistarsi uno spazio autonomo come adulta, disegnano un’intera area semantica dove il materno è oscuro, ambiguo e ambivalente. La matrigna, che le favole identificano sempre in un’antagonista della madre morta, coincide nel romanzo di Ciabatti con un aspetto possibile dell’essere madre. Un’aberrazione del ruolo sociale e del potere, non solo domestico, che la figura materna può assumere, ma anche, scorrendo sul filo delle cronache quotidiane, il baratro in cui ogni donna può precipitare dopo un parto per solitudine, impreparazione e frustrazione rispetto a quella responsabilità enorme che è crescere un figlio, “Il lavoro di una vita” (a life’s work), come lo definiva nel titolo del proprio memoir Rachel Cusk, sottraendo una volta per tutte la maternità alle mere cose femminili per immetterla, come di fatto è, nel centro del mondo.

(Articolo uscito su la Lettura del 3 maggio 2020)

Onori

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24 gennaio 2020

Si conclude con Onori la trilogia iniziata nel 2015 da Rachel Cusk e in maniera circolare l’inizio di questo libro riprende quello del primo, Resoconto.

Siamo di nuovo su un aereo e la voce narrante identificata con una scrittrice chiamata Faye – nome pronunciato una sola volta in ciascuno dei tre romanzi – viaggia verso l’Europa, dove l’attendono una serie di festival e incontri letterari. È seduta di fianco a un uomo che, per evitare di cadere scompostamente addormentato, le racconta la propria vita, soprattutto la morte sofferta del cane appena soppresso perché ammalato. Nel rievocare il rapporto speciale che ciascun membro della sua famiglia aveva con l’animale da lui addestrato, l’uomo attraversa molti temi incontrati nei due precedenti romanzi: la difficoltà dei rapporti fra genitori e figli, la famiglia come luogo in cui il fallimento diventa più intollerabile perché colpisce l’idea stessa di poter agire bene, la disparità fra uomini e donne, l’incomunicabilità, il racconto come forma dell’esistenza. Lungo il resto del romanzo non ci saranno più figure dolenti come quella dell’uomo che ha perso il cane, piuttosto una folta schiera di personaggi variamente legati all’editoria: giornalisti, scrittori, agenti, organizzatori di festival. Ma già all’interno di questo lungo monologo, funereo senza essere elegiaco, si avverte una nota critica nei confronti di quella che era stata una delle convinzioni ribadite a più riprese nei precedenti della saga, ossia che le storie abbiano comunque valore e debbano essere ascoltate. Betsy, la figlia dell’uomo che ha appena seppellito il cane, grazie a una superiore sensibilità sa intuire le sfumature di menzogna nei discorsi familiari, lo fa a partire dal suono e dalla voce, e trova scampo solo nella comunicazione senza parole col cane. Pur non incontrando più Betsy, dopo questa sua apparizione attraverso le parole del padre, molti altri personaggi ne ribadiranno l’assunto: i racconti che facciamo della nostra vita, lungi dall’essere veri, sono manipolatori, bruciano e consumano la nostra essenza. E questo avviene non solo perché, come dice la scrittrice Linda, incontrata al primo festival cui partecipa Faye, “i sentimenti nessuno li può vedere” e quindi sono difficilmente trascrivibili, ma anche perché come afferma il direttore editoriale della protagonista: “Si potrebbe vedere l’intera storia del capitalismo come una storia di combustione, un bruciare non solo di materie sepolte nelle viscere della terra per milioni di anni, ma anche di conoscenza, idee, cultura e perfino bellezza, in altre parole di qualunque cosa abbia impiegato del tempo a svilupparsi e crescere (…) nel caso dei miei autori best-seller va a fuoco il concetto stesso di letteratura.” Molte altre critiche esplicite o implicite vengono rivolte all’industria culturale, appendice sempre sull’orlo dell’implosione dell’onnivoro sistema dei consumi di massa, ma si ha l’impressione che Cusk in Resoconto e in Transiti volesse concedere ampio diritto di parola ad armatori, parrucchieri, carpentieri, gente incontrata letteralmente per strada che raccontandosi ponevano domande universali sull’esistere, e che qui invece tale diritto di parola, affidato agli addetti del mestiere, si tramuti in finzione, intesa come fuga dalla realtà, inganno e malafede.

Esemplare è la rivelazione di una giornalista: la protagonista dice di averla incontrata in precedenza e averne ammirato la capacità di raccontare la propria dimensione familiare con misura e garbo, mentre ora le si rivela come una saccheggiatrice di vite altrui, di quella della sorella che ha invidiato e del cui divorzio si è compiaciuta, di quelle delle autrici che intervista, spacciandosi per donna autonoma e autodeterminata quale in realtà non è: perfino il suo matrimonio appoggia su una costante finzione che la malattia del marito la costringe a perpetuare. Una forma di disonestà individuale e di opacità ambiziosa circonda chi si muove nei paraggi della parola come professione, ma il problema è assai più vasto, come suggerisce l’organizzatore di un altro convegno cui la protagonista partecipa: “Ogni volta che pensava al futuro, aveva detto suo figlio, doveva rammentare a se stesso che il senso della propria storia era pura illusione, perché non restava più abbastanza per raccontare altra storia: abbastanza tempo, abbastanza risorse, abbastanza autenticità. Ogni cosa è stata consumata.” La disillusione si proietta dunque su un sistema economico e sociale che si autodivora, il capitalismo, su un continente, l’Europa, che si autoelide a partire dalla Brexit, su rapporti di forza uomini-donne ancora troppo sbilanciati, come apprendiamo da un’altra intervistatrice della protagonista: “Ben presto mi sono accorta, ha detto, che in realtà non c’era nulla di peggio che essere un mediocre maschio bianco di mediocre talento e intelligenza: anche la più derelitta casalinga, ha detto, è più vicina al dramma e alla poesia di quanto lo sia lui, perché se non altro, come ci mostra Louise Bourgeois, è capace di avere più di una prospettiva.” Dalla questione femminile a quella ecologica ed economico-politica, Onori intreccia temi e riflessioni che prevalgono sulle storie individuali: è una polifonia dove le singole voci sono continuamente rotte e disturbate dal rumore di fondo dell’epoca in cui viviamo.

Ridicole, talora proprio grottesche, appaiono le figure che gravitano intorno alla letteratura ridotta a spettacolo di se stessa; anche quando raccontano fatti toccanti non si guadagnano del tutto la fiducia del lettore perché l’autrice ha disseminato innumerevoli allarmi sulla credibilità di un mondo (che non è solo quello letterario) in cui la giustizia è sacrificata al successo, all’ambizione e a un desiderio senza freni. Cosa sono gli onori, tributati a chi scrive, se non pericolosi specchi per le allodole? Ma cos’è in generale la gloria umana, se non la miseria del giorno dopo? Con Onori Cusk ha scritto il suo libro più intensamente morale, sancito da un andamento saggistico che talora s’impone nel cuore dei monologhi e incalza con domande la cui risposta presuppone sempre un’assunzione di responsabilità: rimanere o partire, mentire o dire la verità, sottomettersi o rivendicare il proprio spazio. L’immagine finale della protagonista che fluttua tra le onde, mentre un uomo nudo piscia in mare a pochi metri da lei, ci restituisce l’estrema vulnerabilità di una donna, e scrittrice, che si fa carico di queste domande.

Transiti

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11 marzo 2019

Transiti, il secondo volume della trilogia firmata da Rachel Cusk, esce per Einaudi Stile Libero a sei mesi di distanza dal primo ed è destinato a incontrare l’attenzione della critica e a replicare il successo presso i lettori suscitati da Resoconto. La tecnica narrativa inaugurata con quel libro è infatti messa ancora più a fuoco con questo secondo che beneficia, ancora una volta, della traduzione impeccabile di Anna Nadotti. Ritroviamo l’assenza di una trama conclusiva, personaggi che pur essendo molto ben caratterizzati spesso compaiono una sola volta, il susseguirsi di storie apparentemente irrelate fra di loro, se non dal fatto di essere raccolte e ascoltate dalla narratrice, infine il tentativo di fare coincidere scrittura e vita o quantomeno di trovare un parallelo costante fra il procedere dell’una e dell’altra.

Di nuovo a legare la narrazione è la voce di una donna, una scrittrice che si confonde o sovrappone con l’autrice medesima; siamo in un momento temporalmente successivo a quello descritto in Resoconto, dove da poco era avvenuta una separazione e l’io narrante ancora non si raccapezzava della propria mutata condizione di madre sola con due figli. Qui la perdita dell’amore coniugale, dell’integrità della famiglia, delle consuetudini acquisite è ormai consolidata, la fase è piuttosto quella dell’adattamento e della cauta ricerca di un nuovo orizzonte. L’acquisto di una casa a Londra e i lavori di sistemazione e insonorizzazione dei pavimenti costituiscono l’azione principale del racconto. L’appartamento, porzione di una dimora vittoriana divisa in due, non diventa tuttavia il luogo della ricostruzione di abitudini e sicurezze, ma ripropone il tema dell’incertezza, della vulnerabilità, dell’essere esposti a un destino che non si può controllare: al pianterreno vivono due anziani coniugi carichi di veleno e odio per il mondo, il minimo rumore li infastidisce e col manico della scopa protestano attraverso i sottili solai che separano le due abitazioni, maltrattano il cane, lasciano andare in rovina il giardinetto retrostante e soprattutto, quando la scrittrice-narratrice inizia i lavori per insonorizzare, al fine di minimizzare i loro fastidi, diventano feroci, la minacciano, parlano male di lei con il vicinato, la insultano ogni volta che la incrociano. Se questo è l’oscuro movimento tellurico, proveniente dal basso della casa, metafora della nuova vita che la narratrice si appresta a vivere, il tema vero del libro non è, o non è solo, come si sopravvive al trauma, alla perdita e al male, anche se tutte le persone con cui entra in contatto ne paiono provate. Cusk è attratta dalla possibilità di un’illuminazione, di un credito di fiducia che riscatti anche la tanta oscurità, il dilagare del grottesco e del non-sense che si ritrova nella vita di ciascuno. A questo proposito l’inizio del romanzo è una vera e propria dichiarazione di poetica: la narratrice ha ricevuto una mail da un’astrologa che, essendo venuta in possesso dei suoi dati anagrafici, ne ha studiato il profilo astrale e le comunica che, se si metterà in contatto con lei, potrà fornirle i dettagli dell’importante transito di pianeti (da cui il titolo del libro) che l’attende. In questo messaggio così pieno di una comprensione tanto ecumenica da risultare dubbio alla narratrice, che ipotizza possa essere stato generato da un algoritmo, troviamo la convizione che sembra innervare la sua stessa disponibilità all’ascolto e all’incontro con il prossimo, così infatti si esprime l’astrologa: “Siamo diventati crudeli, con noi stessi e con gli altri, perché in ultima analisi pensiamo di non contare nulla. Ciò che i pianeti ci offrono, scriveva, altro non è che l’occasione per recuperare fiducia nella grandiosità dell’umano: quanto più rispetto e stima, quanta gentilezza e responsabilità e riguardo metteremmo nelle relazioni con gli altri se fossimo convinti che ognuno e ognuna di noi ha un peso nel cosmo”.

La narratrice, pur nella diffidenza espressa, alla fine pagherà una piccola somma per avere il proprio transito planetario completamente descritto dall’astrologa; non verrà però esposto al lettore, a meno che non si tratti proprio della sequenza di dialoghi, spesso tendenti al monologo, con cui i vari personaggi che via via incontra espongono le proprie vicende, facendo da rispecchiamento a quelle stesse della narratrice. Se infatti ogni persona ha valore, ne consegue che il racconto della sua vita, o di una parte di essa – in genere quella che più duole in quel momento – merita di essere ascoltato, anche quando chi racconta pare inattendibile o animato da gusti e intenzioni diverse dalla narratrice-ascoltatrice, che si tratti del muratore albanese che si offre di trattare con gli irosi vicini del piano di sotto, o della nuova compagna del cugino che rimprovera la narratrice per il suo abbigliamento sciatto. Ognuno di questi personaggi riesce a suscitare l’attenzione di chi scrive, e di chi legge, perché appare privo di censura, con quel misto di finzione e di incoercibile autenticità di cui è impastata la vita e ancora di più il racconto che ciascuno ne fa.

Le vicende del parrucchiere Dale che cerca di offrire una seconda possibilità al nipote affetto dalla sindrome di Asperger s’incastrano con quelle del muratore polacco Pavel, che si commuove alla vista di un libro scritto nella propria lingua e poi confessa alla narratrice di patire una fortissima nostalgia del proprio paese e della propria famiglia, rimasta in Polonia. Dietro ognuno di questi racconti s’intravedono, e talvolta vengono esplicitate, rotture in famiglia, traumi infantili, una generale difficoltà a credere che la vita sia un susseguirsi di adattamenti, più o meno faticosi, e raramente riusciti, un senso ricorrente di impotenza e di inadeguatezza nei confronti dei rapporti cruciali: coi genitori, coi figli. Tanto che uno degli scrittori che la narratrice incontra a un piccolo festival, afferma con ribalderia che “la scrittura è solo un modo di farsi giustizia da sé”.

Per Cusk la scrittura è anche più di questo: è l’unico modo per venire a patti con la porzione di male, piccola o grande, che ciascun vivente è destinato a incontrare, e per non tenerla isolata, ma assegnarle un posto in una trama più larga; profonda come la tettonica a placche, per usare le parole dell’autrice, o cosmica, per echeggiare quelle dell’astrologa che apre il romanzo.

Prima ancora che con la scrittura, questo patteggiamento avviene con il racconto: tutti raccontano di sé, esplorando il vissuto lo rimodellano per chi ascolta e per sé.

Contravvenendo in modo sistematico a una delle regole considerate auree nelle tecniche di narrazione – Show, don’t tell – Rachel Cusk dimostra che è possibile invece arrivare al cuore della realtà umana, dei sentimenti che ci muovono e della loro relativa insondabilità, a partire non da un racconto in presa diretta, ma dalla tessitura più impalpabile che il linguaggio compie nella memoria e nella mente, nella convinzione che la scrittura sia il medium magico di questa transizione, o transito.

(Articolo uscito su “La lettura” il 10 marzo 2019)