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Perché si de’ punir donna o biasmare?

Nicolas Poussin, "Rinaldo e Armida", 1627

Nicolas Poussin, “Rinaldo e Armida”, 1627

28 settembre 2016

La castità o la morigeratezza sessuale sono da secoli attributi richiesti espressamente da molte culture, quasi tutte, al genere femminile.
Ci sono volute le lotte delle donne in epoca vittoriana, delle femministe del Novecento e di quelle di oggi per dire a chiare lettere come si tratti dell’ennesimo risvolto oppressivo di un sistema patriarcale che concede tutti i privilegi agli uomini, al prezzo di negare moltissime libertà alle donne.
Non si tratta di virtù, dunque, ma di privazione di libertà.
Tant’è che agli esponenti di sesso maschile non è mai stato chiesto di essere virtuosi in tal senso, anzi, spesso è accaduto il contrario.

E perché questa non sembri la diatriba dell’ultimo minuto, la parità che livella supposte differenze essenziali (mai verificate né dalla scienza né dalla cultura, o meglio verificabili e spiegabili proprio da queste, ma allora non sono più così essenziali) riporto i bellissimi versi del canto IV dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, poeta nato nella mia stessa città, Reggio Emilia.
Quest’anno ricorre il cinquecentenario della pubblicazione del poema (1516). Fa impressione leggere i versi illuminati di Ariosto e pensare che ancora, nelle pratiche e spesso anche nelle leggi, ci dibattiamo intorno a questa inemendata disuguaglianza.
La storia è lenta nelle sue conquiste, il potere è difficile da educare e piegare alla giustizia.

Siamo nel canto IV del Furioso, il paladino Rinaldo nella selva di Scozia incontra il pietoso caso di Ginevra condannata a morte per aver corrisposto il proprio amato non essendogli ancora moglie. Ma Rinaldo obietta a questa orrenda legge e corre a liberare Ginevra.

Orlando furioso, canto IV, LXV

“Non vo’ già dir ch’ella non l’abbia fatto;
che nol sappiendo, il falso dir potrei:
dirò ben che non de’ per simil atto
punizion cader alcuna in lei;
e dirò che fu ingiusto o che fu matto
chi fece prima li statuti rei;
e come iniqui revocar si denno,
e nuova legge far con migliore senno.
S’un medesmo ardor, s’un disir pare,
inchina e sforza l’uno e l’altro sesso
a quel suave fin d’amore, che pare
all’ignorante vulgo un grave eccesso;
perché si de’ punir donna o biasmare
che con uno o più d’uno abbia commesso
quel che l’uom fa con quante n’ha appetito
e lodato ne va, non che impunito?
Sono fatti in questa legge disuguale
Veramente alle donne espressi torti;
e spero in Dio mostrar che gli è gran male
che tanto lungamente si comporti.”

Prove di trasmissione della memoria

Piazza Lenin a Cavriago (Reggio Emilia)

Piazza Lenin a Cavriago (Reggio Emilia)

14 agosto 2014

Non abitiamo il tempo, anche se è esperienza comune nascere, accumulare anni e morire, e così facendo credere di avere occupato una parte di tempo, piuttosto è il tempo che ci abita con l’inganno giornaliero della luce e dell’oscurità, della veglia e del sonno, delle stagioni. Crediamo di scorrere verso qualcosa, da un punto all’altro e in certi momenti, quando vediamo che le cose e le persone che amavamo non sono più, o non sono più nel modo in cui le abbiamo conosciute, abbiamo la percezione di una perdita che è soprattutto di tempo: che non tornerà più. Proprio lì si rivela che non siamo padroni dei nostri giorni, ma che essi con un flusso più potente di vita, tutta la vita universale anche quella di cui non abbiamo la più remota percezione, ci attraversano e ci sagomano. La sagoma che rimane, come un guscio vuoto, si riempie presto di nostalgia. Abbiamo sempre nostalgia di essere stati.

A volte questa nostalgia prende il colore di un momento storico preciso, perché il tempo ha abitato noi e mille altri contemporaneamente e in certi punti si è creata tutta un’energia in una certa direzione.

Stamattina, bevendo un tè in un bar all’aperto sulla fiancata est della chiesa di San Petronio a Bologna, pensavo chissà perché, forse per la sospensione ferragostana il non-tempo delle ferie assolute, agli anni in cui ho lavorato all’archivio fotografico del Comune di Cavriago, a pochi chilometri da Reggio Emilia.

Era la fine degli anni novanta, ero da poco tornata dagli Stati Uniti, con un desiderio fortissimo di ritrovare la mia terra, la solida, ingenua e sognante convinzione con cui ero cresciuta che tutto si potesse fare, a volerlo fare bene. L’Emilia cooperativa, l’Emilia dell’inesausta narrazione sul valore e le conseguenze della Resistenza, l’Emilia delle biblioteche e dei servizi alle persone mi avevano cresciuta con questa convinzione. E non era del tutto infondata. Ricordo l’esperienza nel Comune di Cavriago come straordinaria, per la disponibilità a collaborare degli impiegati, per la facilità con cui si potevano fare progetti e crederci. Tutto scricchiolava intorno, e c’erano segni avanzati di una realtà ormai superata, tirata verso una direzione che non era più, per certo, quella del socialismo tascabile. Eppure, ancora funzionava. Ancora ha funzionato. Cavriago, Comune di meno di novemila anime, è riuscito a realizzare un centro di cultura, il Multiplo, che non ha molti eguali in Italia e che sarebbe più facile incontrare a Berlino.

Di quel tempo ho nostalgia in questi giorni. Di quando era bello ed era possibile credere e l’utopia dava forma a una realtà comunque migliore.

Gli Offlaga Disco Pax avevano capito presto la resa di un sogno e con la loro musica e le loro parole lo hanno cantato. Questa è la sagoma di tempo che mi è rimasta:

AGENDA

La sezione Agenda raccoglie gli appuntamenti culturali di Alessandra Sarchi, divisi per anno.
Festival letterari, presentazioni di libri, convegni, seminari, incontri, lezioni.