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Sex & Disabled People

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2 dicembre 2015

È uscito in questi giorni il libriccino del reading teatrale che ho scritto insieme a Barbara Garlaschelli, Sex & Disabled People, con note alla regia di Luciana Littizzetto e Leandro Agostini, Papero Editore, Piacenza.

Nel 2016, con Luca Garlaschelli e Viviana Gabrini, inizieremo a portarlo nei teatri italiani, a partire dal teatro Astra di Torino dove debutteremo il 25 gennaio, e sarà un’avventura, per chi come me, è più abituato a stare alla propria scrivania e scrivere o leggere, anziché trovarsi nel buio caldo della scena e del palcoscenico. Dire la parola, la propria parola è un’esperienza nuova e diversa, così come mettere in scena il proprio corpo. Ma questo è proprio il tema del reading, che è nato un po’ per gioco a partire da alcune ‘lezioni’ su sesso e disabilità che Barbara aveva cominciato a pubblicare su Facebook.

Quando Barbara ha iniziato a pubblicare i suoi post su sesso e disabilità, la forma era quella delle lezioni e io trovavo particolarmente divertente che a impartire insegnamenti fosse una voce disabilitata, di solito considerata lontana dall’espressione di una fisicità vissuta nella pienezza dei suoi bisogni. L’idea di farne una lettura teatrale è maturata nel momento in cui alle sue provocatorie lezioni ho cominciato ad affiancare le mie considerazioni sul corpo, coi suoi limiti e il suo carico dolente di vita. Ci siamo accorte che non stavamo parlando di un problema di categoria, ma di un tema che riguarda tutti, che interroga tutti, e per questo la forma dell’enunciazione teatrale ci è parsa la più adatta a un testo che presuppone un forte coinvolgimento emotivo. Solo delle cose che ci toccano in profondità possiamo ridere e piangere allo stesso tempo, ed è ciò che è successo la prima volta che abbiamo portato in scena Sex & Disabled People allo spazio Simone Weil di Piacenza. A quel punto ho pensato di far leggere il testo a Luciana Littizzetto, che con grande generosità si è offerta di lavorare con noi firmando poi, insieme a Leandro Agostini, la regia. Quello che leggerete è un testo che presuppone dei corpi. Il corpo di ognuno di noi porta scritta una storia, noi abbiamo avuto l’impudenza e la necessità di condividere la nostra.

Essere esposti

Antoine Watteu, "Gilles", 1718-19, Paris, Louvre

Antoine Watteu, “Gilles”, 1718-19, Paris, Louvre

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7 maggio 2014

Conosco quest’opera, nota come Gilles o Pierrot, del pittore Antoine Watteau da quando a sedici anni entrai per la prima volta al Louvre e non fu la Gioconda a catturare la mia attenzione, ma quadri come questo pieni di una malinconia e di una sottile ironia difficili da trovare nella coeva pittura italiana. Siamo all’inizio del Settecento, il quadro si dice sia stato dipinto per un amico del pittore, un attore della Commedia dell’Arte noto con il nome di Belloni, il quale a fine carriera, fra il 1718 e il 1719, aprì, a Parigi, un locale che portava il nome di “Au café comique” e il dipinto avrebbe dovuto svolgere da insegna. Quel che è certo è che, in seguito, funse da insegna per la bottega di un antiquario, tale Du Meunier che svolgeva la propria attività in place du Carousel e venne poi acquistato a inizio Ottocento dal barone Vivant Denon, primo direttore del Louvre.

Chi è il personaggio in abiti da scena che ci guarda con espressione trasognata, forse beffarda, un poco malinconica? E chi sono le figure che da dietro, come da quinte ribassate, che sono in realtà cespugli, spiano le sue spalle, lo deridono e incrociano il nostro sguardo? Potrebbero essere ritratti di Belloni e dei suoi compagni di palcoscenico, qualcuno ha ipotizzato che sia un autoritratto del pittore stesso.

Quello che mi ha sempre colpito di questo quadro è la nuda esposizione di una persona che è anche un personaggio (veste panni da teatro), coi suoi abiti candidi e troppo abbondanti, le mani appoggiate sulla parte anteriore delle cosce e chiuse in pugni imbarazzati, i piedoni fasciati in scarpe col fiocco, le larghe spalle lasciate cadere, non è di certo un attore baldanzoso e fiducioso nelle proprie capacità di incantare il pubblico, di fargli credere storie, piuttosto un essere umano consapevole delle molte maschere dell’esistere e del gioco di rispecchiamento del teatro.

Gilles ci guarda e si espone al nostro sguardo, con il candore di chi sa che così si arriva alla verità. Guardarsi e lasciarsi guardare, anche quando gli altri non capiranno, derideranno, insulteranno.

È la metafora dolceamara di tutte le vocazioni e professioni artistiche: non si sfugge al giudizio, allo sguardo, anzi bisogna aver la docilità e il coraggio di sostenerlo. Solo così la fatica dell’arte, della commedia e dell’artificio, hanno un senso, e per Watteau questo senso non era una trionfante dichiarazione di successo, come ci aspetteremmo oggi, ma un’intensa ammissione di umana fragilità.