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La distanza del figlio

"Reverse Room" di Jacopo Mazzonelli

Jacopo Mazzonelli, “Reverse Room”, 2010.

26 maggio 2013

Lo sapevo che non sarei dovuto entrare, qui, nella stanza del figlio.
Ma non ce l’ho fatta, è stato più forte di me. Ho sempre ceduto alle mie paure, ci ho costruito sopra la mia intelligenza, le mie battute, che sono diventate le battute di un terzo del Paese: un popolo di pavidi saputelli.
Ad agosto avrò sessant’anni. Me ne restano altri venti, a voler fare un’aggiunta forse trenta. Ma sull’aggiunta meglio non contare, meglio tenersi a quei venti. Quasi l’età di mio figlio, ora.
All’epoca dei girotondi ci tenevamo per mano. Avevo imparato da lui, bambino, a farli. Ho avuto momenti di ottimismo, si sa, e credevo che i girotondi potessero funzionare anche con gli adulti, per cambiare le cose. Non hanno funzionato. Siamo tornati tutti a guardare la tv. Io a dire il vero a passeggiare, per via del mal di stomaco, ma alla fine è uguale.
Dalla stanza piovono accuse, ora che il figlio se n’è andato.
Ti sei fatto una canna quando ha vinto Berlusconi per la prima volta.
Erano esigenze di sceneggiatura.
Gli hai dedicato un film.
È il mio mestiere.
Hai protestato che D’Alema doveva dire qualcosa di sinistra, ma poi hai continuato a votarlo, lui e il suo partito.
Voglio avere fiducia, lo sai.
Continuate pure, a fare i giovani. Tu e quelli come te che sono convinti di vincere, anche quando perdono, come se aveste la vita davanti. Continua pure a salire su un palco, davanti a una folla che si aspetta di essere stupita ma solo a battute, e dire se vinceremo sarà una liberazione da Berlusconi che tiene in ostaggio il Paese.
Non è forse così?
Papà, non hai capito: è anche da quelli come te che vorremmo liberarci.
Dài, non scherzare.
Credevi di fare la differenza dicendo: mi si nota di più se vengo e sto zitto o se non vengo per niente? Lo sai che è diventato lo slogan dei qualunquisti, quelli che ti facevano tanto schifo.
È la televisione che ti fa parlare così. È il cazzeggio della rete, quest’aggressività diffusa e appiccicaticcia.
Papà, svegliati, io non sono uscito da Telecalifornia, seguo solo Teledurruti.
È Grillo che ti ha messo in testa certe idee.
Grillo? Ha 64 anni. Potresti andare a litigare con lui. Anzi è proprio quello che dovresti fare. Non fare finta con Lucchetti che è un tuo amico e ha girato solo qualche pubblicità innocua. Vai a scannarti con Grillo. Riempitevi di botte, ditevi tutto quello che vi covate dentro, quello in cui non credete più, nessuno dei due. Almeno sarà ad armi pari.
Grillo no.
Oh, sì invece, è proprio con lui che devi andare.
Ma no, senti Pietro, veniamoci incontro.
Vado. Ti saluto.
Ma dove? Ti posso assicurare che …
È una vita che mi assicuri e rassicuri. E parli di vittoria, ma non ci credi.
Be’ nei prossimi vent’anni … 

Al solito bar. Sollevando la testa dalla sceneggiatura:
− Nanni, ma se’ sicuro che lo voi fa’ ’sto film?
− E perché non ti convince?
− Ma ’un so. Me pare come d’averlo già visto. Sarà per quella tua vena autodistruttiva.
− Una vena autodistruttiva, eh?
− Embe’,’un so’ er primo a dirtelo.
− Hai ragione. Basta con gli esorcismi. Facciamo un falò di Nanni Moretti. Bruciamo le sue paure, i suoi fallimenti, la sua falsa coscienza. E vediamo che rimane. Vediamo se rinasce come l’araba fenice dalle sue ceneri, come la sinistra.
− Nanni, stavolta rischiamo grosso.
E rischiamo. Mi voglio far del male. Mi voglio far del male. Mi voglio fare del male.
È tutta una vita che mi voglio fare del male.

(Articolo uscito sul Fatto Quotidiano il 20 maggio 2013)