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Apollo e Dafne

"Apollo e Dafne" di Antonio del Pollaiuolo, 1470-80, © The National Gallery London

Piero e Antonio del Pollaiolo, “Apollo e Dafne”, 1470-1480, © The National Gallery London 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

11 dicembre 2013

Nell’antichità greca alberi animali e fenomeni naturali erano spesso abitati da divinità o soggetti alla loro incredibile capacità metamorfica. Zeus poteva prendere le sembianze di pioggia d’oro o di nuvola per sedurre Danae o la ninfa Io.

Atena si tramutava volentieri in nottola, per apparire ai suoi protetti, Artemide poteva farsi cerva e ingannare pastori e cacciatori. La metamorfosi era repentina e reversibile, la dea o il dio ne uscivano ancora più splendidi di prima, come se la percezione liquida e diffusa del mondo consentisse loro di sgusciare attraverso le apparenze e riaffermare sempre la loro incorruttibilità, un paradosso meraviglioso: attraversare tutti gli stati della materia e le sue forme, rimanendo immortali.

Ma se a un umano capitava di infastidire un dio, violandone più o meno consapevolmente l’imperscrutabile volere, o il capriccio, finiva i propri giorni trasformato in fonte, in uccello, in pietra, in maiale, rimpiangendo con amarezza il proprio gesto.

Questa fantasia che stringe i legami fra l’organico e l’inorganico, fra l’animale e il vegetale, fra divino e mortale, esercita anche ora, che agli dèi olimpi non crediamo più da un pezzo, un suo fascino, è un modo che ci consente di pensare la prossimità nostra con il resto del creato, o per usare l’espressione del poeta Andrea Zanzotto l’eros della terra, l’eros della natura verso l’uomo e dell’uomo verso la natura. Lo squilibrio creativo/creaturale che ci rende tanto asimmetrici nella nostra condizione.

E come tutte le faccende che coinvolgono l’eros, si tratta di capire dove stia il limite, la reciprocità, il fine comune.

Le parole di Zanzotto lo dicono meglio di chiunque altro: “La natura, con i suoi paesaggi che erano giardini, erano selve, erano tutto quello che vogliamo, ha impiegato milioni di anni, con una serie infinita di piccole variazioni, di strade sbagliate e troncate, per divenire quale noi la conosciamo, nel momento in cui la osserviamo. Sia data, per esempio, una certa situazione a: ad essa siamo pur arrivati con l’ausilio di un cervello che la stessa natura ci ha fornito, una mente che può ragionare, ricostruire la propria storia. A differenza di quelli umani i “progetti” della natura non si presentano mai come “progetti”, essendo “genesi” anch’essi, poiesis nel senso più arcaico della parola, che è il far essere quello che non si prevedeva esserci: li si potrebbe allora rappresentare come una serpentina, un grande albero con i rami potati, Holzwege, strade perse o sentieri nel bosco che si perdono nel nulla. Eppure è precisamente da questo intricato processo che risulta la situazione dell’essere umano pensante e indagante, appunto la situazione a in cui si trova. (…)

L’essere umano “progetta” qualcosa di raggiungibile al di fuori dell’effettivo corso naturale delle cose: al posto di una linea rastremata, estremamente complicata, pone allora una linea retta, perché il suo è un progetto di tipo ingegnerile, mentre il mondo può anche sembrare la peggior prova in fatto di ingegneria (un buon ingegnere avrebbe forse escogitato qualcosa di meglio della catena alimentare, distribuzione in cui ci si mangia a morsi …). Questa progettazione, per così dire lineare, potrà apparire anche meno lineare di quanto lo sia il processo naturale, ma potrebbe non necessariamente provocare la creazione di un essere b rispetto al nostro stato di partenza; voglio dire che, mentre la natura da un a dove siamo collocati, attraverso giri e rigiri, potrebbe arrivare ad un punto b, noi arriviamo molto probabilmente a un a, senza scostarci dalla situazione cui la natura ci ha destinati. È solo un’immagine poetica, se lo è, e niente di più, non ho certo la presunzione di inquadrare in astratto un problema di biogenetica, ma solo di lanciare piccoli allarmi che possono giungere anche da considerazioni tutto sommato non eccelse, come questa. Ma è necessario salvaguardare quella sensazione meravigliosa che si ha nel discorrere di questo Eros a cui diamo tutte le valenze possibili, perché in effetti uno potrebbe anche innamorarsi di un albero: e non è impossibile che Apollo abbia donato a Dafne lo status di albero per poterla amare frustrato; poveraccio quanti disastri in amore ha subito! Sono molto più numerosi gli scacchi che i suoi successi, ma non è questa la sede di enumerare le discrasie di Apollo; quella di Dafne, però, resta esemplare perché Dafne è anche l’alloro, quindi il simbolo di una pseudo-eternità…” (Il paesaggio come eros della terra, ora ripubblicato in Andrea Zanzotto, Luoghi e paesaggi, a cura di Matteo Giancotti, Bompiani 2013).

 

 

 

 

 

 

Senza voce

Il racconto è disponibile in pdf con le illustrazioni di Anna Deflorian.

(Senza voce è stato pubblicato nel 2013 sulla rivista WATT Senza alternativa, all’interno del volume 3,14)

Senza voce

Illustrazione di Anna Deflorian per il racconto "Senza voce" di Alessandra Sarchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

9 luglio 2013

Questo è l’incipit del mio racconto pubblicato nell’antologia WATT 3,14 (2013), a cura di Leonardo Luccone e IFIX. L’illustrazione, come le altre del racconto, è di Anna Deflorian. Per saperne qualcosa di più si può consultare il sito: http://www.wattmagazine.it/.
L’intero volume è dedicato alla Grecia e ai suoi miti. Non è un libro da spiaggia, è grande come un vecchio disco in vinile ed è fatto di carta bella, di illustrazioni preziose; piuttosto è un libro da dopo spiaggia, quando il sole e la luce riportano la mente a una liquidità maggiore, all’apertura che ci vuole per accogliere i sogni e le immagini.

Il sole batteva a picco sul capo ricciuto e un poco sudato di Atteone, giovane cacciatore, stirpe di dèi e ninfe, il giorno in cui vagava sul monte Citerone. Per cercare frescura s’inoltrò in un boschetto e lì sorprese Artemide, dea dei boschi e della caccia, nuda al bagno attorniata dalle sue ninfe. Non è chiaro quanto Atteone avesse desiderato e cercato questo incontro o gli fosse capitato per caso. Alcuni dicono che si fosse travestito da cervo per potersi avvicinare senza destare sospetto, ma questo sarebbe stato ben misero inganno per la dea dei boschi che fra leoni cervi orsi cinghiali trascorreva le giornate, e ora li uccideva con l’arco e le frecce ora se ne prendeva cura, con lo stesso distacco di chi controlla vita e morte, essendone immune.

Ma cos’era il destino per questo giovane cacciatore nel pieno delle forze e della bellezza?
Atteone era figlio di Aristeo e Autònoe, i quali a loro volta erano il risultato dell’unione di Apollo e della ninfa Cirene e di Cadmo, fondatore di Tebe e domatore di mostri, e di Armonia la leggiadra figlia nata dagli amori di Ares e Afrodite. Essendo nipote di Apollo, Atteone aveva come prozia Artemide stessa, che di Apollo era sorella gemella. Una linea di luce pura, di fierezza e di sovrano distacco, di dominio delle passioni gli scorreva nel sangue. E il saggio centauro Chirone, suo maestro, doveva averla coltivata nell’istruire il discepolo. Ma un’altra vena divina era innestata nel suo corpo mortale: Autònoe sua madre, letteralmente colei che pensa da sé, era sorella di Semele madre di Dioniso, dio degli eccessi e dei furori viscerali, di cui Atteone era dunque cugino.
Fra la superiorità pura dell’intelletto e l’immersione vitale Atteone muove passi incerti, in un luogo di cui peraltro conosceva ogni dirupo e anfratto, e non sarà un caso che il monte Citerone sia al confine tra due regioni: Attica e Beozia. Ciò che le fonti chiamano destino, dovette essere per Atteone la scoperta di un passaggio, di due alternative opposte e di una soglia definitiva.