Tag Archives: Attesa

Dentro e fuori

Arturo Martini, "Attesa", 1931-32

Arturo Martini, “Attesa”, 1931-1932

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

28 dicembre 2013

In uno spazio definito da una parete sulla destra, su cui si apre una finestra, e da una tenda sulla sinistra che alla parete si congiunge formando un angolo, il corpo nudo di una donna in piedi ci volge le spalle, sporgendosi oltre l’apertura.

Non vediamo la sua testa né il suo volto inghiottiti al di fuori. Ma sentiamo la spinta dei suoi talloni sollevati dal piano d’appoggio per farla protendere tutta verso l’esterno, che pure ci è precluso, perché non sappiamo cosa sia al di là della finestra.

La tenda che, a dire il vero ha la consistenza di tronchi d’alberi ammassati stretti, o dello strombo dell’arco d’ingresso di una chiesa romanica, è una cortina impenetrabile, al pari della finestra, ci obbliga a stare in quello spazio, a metterci in quello stesso angolo in cui si trova la donna. È un luogo domestico, non minaccioso, forse solo un poco opprimente. Quel che si dice: essere messi all’angolo.

La scultura eseguita nel 1932 da Arturo Martini s’intitola “Attesa”.

Visitando la mostra dell’artista, in corso ora a Palazzo Fava a Bologna, ho impiegato tempo per capire che non potevo sottrarmi a ciò che l’artista aveva deciso per ogni spettatore di quella sua opera: che fosse dentro il suo spazio, dentro l’attesa vissuta dalla donna, attesa di un amante, di un marito, di un evento che le cambiasse la vita, non sappiamo; le donne scolpite da Martini hanno spesso lo sguardo lungo di chi scruta il cielo e il destino. Qui, però, non siamo catturati dal suo sguardo, piuttosto dallo spazio in cui lei vive, che per forza è il dentro in cui lo spettatore si trova, essendogli negato il fuori verso cui lei si sporge con la grazia vivace di quei talloni sollevati.

Per un artista ci sono alcuni modi, non tantissimi a dire il vero, di costringere lo spettatore a identificarsi con il raffigurato, Arturo Martini ha scelto la via più sofisticata: quella di far coincidere lo spazio materiale e mentale della sua opera con quello di chi la guarda, ritagliando una porzione di stanza, offrendoci un corpo indifeso, perché nudo e colto nella sua intimità, che pure rimane misteriosa.

Come quando in un romanzo incontriamo una voce che dice ‘io’ e racconta tutto in prima persona. Siamo liberi o meno di aderire alla verità di quanto ci racconta, ma non possiamo sfuggire al suo appello, alla sua presa univoca sulla realtà, specie se, come nel caso di Arturo Martini, questo racconto ci viene fatto volgendoci le spalle, per pudore o per totale abbandono al nostro sguardo, lasciandoci quindi liberi di immaginare quello che vogliamo, oltre quello che ci viene descritto.