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Il sapere del romanzo

Claudio Parmiggiani, "Scultura d'ombra"

Claudio Parmiggiani, “Scultura d’ombra”

3 febbraio 2017

La rivista Odradek dedica un numero al romanzo e alla conoscenza, questo è il mio contributo che trovate per intero al link sottoindicato. Ne riporto qui l’incipit.

Spesso mi sono posta la domanda se i romanzi servano a conoscere e che tipo di conoscenza sia quella che eventualmente offrono. È una domanda che mi faccio come lettrice e come autrice a mia volta. La risposta, curiosamente, non è univoca a seconda che prevalga l’una o l’altra parte. Come lettrice sento ancora vera e autentica l’orgogliosa affermazione del valore ermeneutico e conoscitivo del romanzo dichiarata da Balzac nell’Avant-propos alla Comédie humaine (1842): il romanziere sarà come lo storico indagatore dei fatti, delle leggi e degli usi dei popoli ma, più dello storico – e come il poeta e il filosofo – cercherà di scrivere la storia del cuore umano e dei costumi e delle passioni, mirando dunque a rinvenirne le cause.

A un secolo e mezzo di distanza mi sembrano parole sensate e al tempo stesso spropositate nella loro ambizione, eppure la letteratura occidentale continua a essere percorsa in gran parte da questa ambizione: muovere da storie di uomini e donne storicamente collocate, in un certo tempo e in un certo spazio, per attingere a una sfera di significato più universale.

Leggendo Alice Munro imparo a conoscere la condizione femminile nel moderno Canada prima e dopo la seconda guerra mondiale, ma anche il peso dei giochi di ruolo fra i sessi e nella costruzione della propria identità; leggendo Javier Marías o Javier Cercas mi rendo conto di come la guerra civile spagnola abbia congelato in una dittatura senza appello, per quarant’anni, un paese che fu viceversa immune assai più a lungo di noi dal fascismo; leggendo John Updike esploro la ricchissima gamma psicologica di un mondo liberato dal puritanesimo sessuale e morale ma non da un ordine simbolico ancora patriarcale; leggendo John Coetzee mi confronto con il senso di colpa e la violenza generati da secoli di colonialismo in Sud Africa e così via, solo per citare alcuni nomi noti della letteratura mondiale.

La natura ibrida e polimorfa del romanzo si è dimostrata infatti un contenitore molto duttile lungo tutto il Novecento, e ancora nel secolo di cui viviamo la seconda decade. Nonostante se ne proclami periodicamente l’agonia o la morte imminente, se non già avvenuta, la scrittura romanzesca ha avuto una straordinaria espansione grazie alla propria capacità di fagocitare il saggio, il reportage, la documentazione, la riflessione filosofica e scientifica e soprattutto grazie al fatto che ha saputo rappresentare con dignità letteraria le vite di persone comuni, nelle quali con facilità e naturalezza ci identifichiamo tutti noi che da diversi decenni viviamo in sistemi politici democratici, nei quali fra i tanti diritti del cittadino ha trovato posto anche il diritto al romanzo, al racconto di sé e della quotidianità.

Come scrittrice, tuttavia, trovo queste ragioni assai meno esaustive. Sono certa infatti che esistano altrettanti saggi o prose non romanzesche che mi farebbero, o mi hanno fatto, conoscere quelle realtà con la medesima precisione. Inoltre nell’era digitale anche la rete è fonte di un flusso costante di informazioni e narrazioni, non sempre attendibili, ma pressoché sterminate. E quanto alla rappresentazione del quotidiano o all’espressione di sé i social network sono vasi di straordinaria capienza, quasi lo sbocco naturale dell’espressivismo e dell’individualismo che improntano l’atmosfera in cui siamo immersi.

Nei social network si può trovare di tutto, e tutto ha una sua legittimità verbale, visiva, e soprattutto – cosa forse non abbastanza valutata – scritta, ossia destinata a durare, destinata ad avere un pubblico; quanto e come tali scritture possano estendersi, sono termini molto variabili, caso per caso, e per certi aspetti ancora imprevedibili ma che non possono essere ignorati quando ci si pone la domanda: che tipo di conoscenza mi aspetto da un romanzo?

Se dovessi cercare un segno distintivo della conoscenza che deriva da un romanzo direi che è nel piacere a essa associata. Un piacere che scaturisce innanzitutto dai mille possibili giochi del linguaggio, dal fatto stesso che il linguaggio crea il mondo e può disfarlo, dall’infrazione delle regole come Roland Barthes teorizzava nel suo Le plaisir du texte: «L’écriture est ceci: la science des jouissances du language», ma anche da qualcosa di più primordiale ancora: la mimesi della realtà come fonte di piacere.

Continua qui: http://zetesis.cfs.unipi.it/Rivista/index.php/odradek/issue/view/3/showToc

 

Così simile a una morte

Simona Fagiani, "Fiocco di neve", 2012

Simona Fagiani, “Fiocco di neve”, 2012

27 novembre 2013

Il 25 novembre si è celebrata la Giornata contro la violenza sulle donne, fra i tanti articoli usciti mi ha particolarmente colpito quello pubblicato da Tiziana de Rogatis su Leparoleelecose, per  l’accento che pone sulla corporeità dell’essere donna e su come ciò si esplichi, anche e con particolare ambivalenza, nel diventare madre. Qualche giorno prima era uscito su R di Repubblica, a firma di Helena Janeczek, un articolo che prendeva spunto dal film di Alina Marazzi, Tutto parla di te (2013), per riflettere su come la maternità sia un tema che fatica a slegarsi da cliché rappresentativi, stretto fra la retorica del ruolo sociale e il tabù a parlare di quello che veramente accade in questo attraversamento, così traumatico, del corpo e della psiche femminile. Ad entrambe le autrici, e al film di Alina Marazzi, sono debitrice di aver riportato la mia attenzione su un argomento al quale ho dedicato un racconto, l’ultimo della raccolta Segni sottili e clandestini, che qui ripropongo.


Così simile a una morte

130 su 90. 140 su 110. 160 su 120.
Ti vuoi calmare?
Così ti scoppia il cuore. Va troppo forte. Ma cosa stai pompando nelle vene? Adrenalina, mica sangue. Guarda che hanno appena iniziato e ne avrai almeno per mezz’ora, quindi te lo ripeto, e adesso mi ascolti, calmati.
È la voce che mi sovrasta e mi arriva da dietro, attraverso la bottiglia della flebo con tante cannucce a cui sono attaccata, non la vedo, ma le sue mani calde e cosparse di balsamo tigre mi stanno massaggiando il collo e il petto fin dove possibile, perché avevo detto di aver freddo e stavo battendo i denti.
Finalmente qualcuno che mi ascoltava e faceva una gentilezza, un gesto d’umanità, visto che da tre giorni contrattavo senza successo, facevo complicate mediazioni psicologiche con infermieri e dottori per limitare i danni, per farli accedere al mio corpo con qualche grazia.
– Per favore, stia attento all’inclinazione dell’ago. Per favore mi allenti la cinghia sulla pancia. Per favore, non ce la faccio ad arrivare in bagno. Per favore, lasciatemi dormire.

– Calmati, piano così, piano, respira.
Perché la pressione continuava a salire anziché scendere, nonostante fossi stata curarizzata e sedata e una coda di pvc molle spuntasse dalla mia schiena, attaccata a un catetere inserito sulla delicata superficie della dura all’altezza della seconda vertebra lombare, dove iniettava sostanze che mi paralizzavano dalla vita in giù, in teoria abolendo dalla mappa dei sensi quella parte del corpo.
Infatti non sentivo. Niente più gambe, niente più glutei, niente più pancia.
Chi ha detto che non sentire sia meglio? Meglio del dolore, d’accordo. Ma, come recitano i trattati medici sul tema delle lesioni nervose, al cui effetto è assimilabile l’anestesia spinale, la perdita di sensibilità è il principale insulto all’organo che governa il resto: il cervello. Toglietegli il controllo del suo regno che si estende dalla punta dei capelli a quella dei piedi, o anche solo di una parte, e vedrete l’insurrezione manifestarsi sotto forma di disagio generalizzato, una confusione che è anche peggio del dolore, perché non è localizzabile e non rispetta nessuna scala di tempo.
È dal corpo che s’impara il senso della gerarchia e il bisogno insopprimibile di essere guidati, coordinati in maniera sequenziale, come se l’estraneità del luogo che abitiamo – che è pelle, ossa, sangue, cartilagini, nervi, muscoli, organi e tessuti molli – fosse sempre pronta a rivelarsi in un dolore, una perdita di funzione, un’anomalia. Io sono il mio braccio rotto, ma non il dolore che mi causa. Io sono la mia fronte, disperatamente lei, tonda e alta, ma non il mal di testa che l’assedia.
Un allenamento feroce a cui ci si sottopone fin da piccoli – cosa vuoi che sia quel taglietto ti passerà subito, pensa a qualcos’altro, – l’infanzia è piena di storie sul male che passa.
Ma il fatto è che, a guardarli bene i bambini che si coccolano le ferite, che ripetono l’insistenza di un mal di pancia trascinandosi dal divano alle braccia della mamma, si scopre un attaccamento momentaneo e curioso al disagio, al campanello d’allarme. È lì che s’insinua il dubbio che non tutto sia sotto controllo.
C’è l’agitazione, ad esempio, quando dopo un paio di ore di imbambolamento da anestesia, dal dentista, uno si ritrova a sfregarsi nevroticamente la lingua contro la gengiva, cercando, tastando per vedere se torna, ed è chiaro che con la sensibilità tornerà anche il dolore, il prurito o il fastidio, ma meglio quello del nulla anestetico, che non ha tempo, non ha nome, non è di nessuno.
La gengiva che fa male è indubitabilmente mia, (non è più un buco di niente nella mia guancia, è un buco di dolore) quando finirà di farmi male, sarò guarita, sarà un nuovo giorno. Io e la mia gengiva.

Dunque ero in quella condizione con la pressione che saliva troppo, un’anestesista gentile che cercava di persuadermi alla calma e intanto metteva nuovo valium tra le droghe infilate nella schiena. Un tendino verde tirato tra me e lei, che da diciotto ore cercava di nascere.
Prima c’era stata la lunga idiozia del parto naturale. Di naturale non poteva aver nulla, visto che non mi dilatavo, le contrazioni erano irregolari e insufficienti e subito mi era stata infilata una flebo che iniettava ossitocina, l’ormone che a distanza regolare di tre minuti causa contrazioni sistematiche, una specie di terremoto che andava dai piedi alla testa e lì, quando arrivava, picchiava come un bastone.
Ma lei non scendeva, io non mi dilatavo, intanto l’ossitocina calava in vena, squassando tutta quella pancia, e il liquido continuava a scorrere e defluire inzuppando lenzuola e materasso, quel liquido che sapeva di lei e di me insieme, di lei e di me prima del tempo, prima che si staccasse e ancora, in quel momento, non si era staccata. Liquido amniotico, acqua della memoria prima della coscienza, prima che diventassimo due persone separate, a cominciare una storia.

– Non è che poi rimane senza acqua?
– No, figurati, non ti preoccupare. Hai un tale eccesso di liquido amniotico che può durare così ancora una giornata intera.
E si era sfilata il guanto con cui aveva appena controllato lo stato della mia dilatazione, in mezzo alle gambe gonfie.
L’aveva detto l’ostetrica dell’ultimo turno, quella giovane coi capelli color lampone che poi mi aveva dato delle confezioni di miele Ambrosoli da mangiare con un cucchiaino da tè, per tirarmi su, o forse per distrarmi vedendomi esasperata, stanca e forse inconsapevolmente affamata. Il miele l’avevo divorato con gratitudine, perché mi ricostruiva e distraeva dal fatto che il dolore era più forte di quello che avessi potuto immaginare, e la sequenza dei fatti non andava bene: non succedeva quello che doveva succedere.
L’unica cosa che funzionava, era che continuavo a produrre oblio, acqua magica che l’avvolgeva, e ritardava e attutiva il momento della separazione.
Dopo il miele, l’ostetrica aveva insistito per accompagnarmi in bagno a svuotare la vescica. Il tragitto era breve, ma dovevo portarmi dietro la flebo di ossitocina, sentivo la camicia bagnata fradicia appiccicarsi lungo le cosce.
Mi sembrava un’impresa impossibile appoggiarmi sulla tazza del water e decidere di lasciare uscire almeno la pipì.
L’ostetrica fuori dalla porta scostata del bagno scherzava:
– Non mollarla nel water la bambina.
Intanto canticchiava, il suo turno stava per finire.
Altro che. Facevo perfino fatica a orinare, tanto la mia pancia era contratta. È stata una delle pipì più lunghe della mia vita, per il tempo che ci ho messo a produrre un esile rigagnolo, e con lo sciacquone avrei voluto sparire anch’io.
Grazie al fiume di ossitocina in endovena, dalle tre di notte alle undici del mattino avevo raggiunto i fatidici 2 cm che servono per potere applicare l’anestesia epidurale, la panacea di tutte le partorienti, l’assoluzione dal dolore. Ma era tardi, e pur combinando l’azione di ossitocina, che contraeva e anestesia che toglieva il male della contrazione, qualcosa nei tracciati cominciava a segnalare degli scompensi. Il fatto è che eravamo stanche, tutte e due credo, nonostante il dolore fosse stato sostituito da una specie di nebbia fredda, in cui non distinguevo più molto; il cuore faceva su e giù nei tracciati. Il ginecologo, quello che aveva sostenuto l’assoluta naturalità del parto, era stato alla fine messo a tacere dal chirurgo il quale, data un’occhiata ai tracciati del momento e all’ecografia del giorno prima, in cui si visualizzavano quattro chili di bambina, disse che non sarebbe mai nata, se non in una sala operatoria.
Dunque non era servito a nulla, tutto quello sforzarmi a sopportare, perché la natura facesse il suo corso.
Non c’era pericolo che scivolasse fuori in un impeto liberatorio e precipitasse dritta nella tazza del water come, dando retta alle parole dell’ostetrica, per un attimo, sollevandomi a mia volta dall’asse, avevo sperato e temuto. Eravamo entrambe prigioniere di quella pancia dura come un tamburo, che per effetto di tanta tensione si stava aprendo in una rosa di smagliature concentriche intorno all’ombelico. Lingue di fuoco che segnalavano il cedimento della cute.
C’era a quel punto tanta droga nelle mie vene, avevo a disposizione quantitativi notevoli di ormoni, miei e sintetici, e siccome ero chiaramente uno di quei casi di cui si sarebbe detto, poi, che era stato un parto un po’ difficile, e la mia volontà contava meno di nulla, mi sono concessa un sogno. Per protesta, evasione dalla sala parto, dalle infermiere che, agli ordini del chirurgo, mi stavano depilando e infilando nuovi aghi.
– No, non lì, le assicuro che così mi viene un ematoma.
Infatti dopo cinque minuti era già livido, e via altro ago, altro buco.
A cosa potevo aggrapparmi se non a un sogno? Un sogno che è cominciato mentre mi trasportavano in sala operatoria, attraversando un corridoio lungo nemmeno dieci metri.
– Attenti alle flebo. Mettete una coperta che altrimenti prende freddo. Uno, due, tre, ecco la mettiamo sul lettino operatorio.
E mi scendevano lacrime di frustrazione e d’impotenza.

Arrancavo al fiume, un piccolo fiume dalle rive morbide, tra i sassi con l’acqua che scorreva e arrivava alle caviglie, mi sedevo e aspettavo che ti decidessi a uscire, che ti persuadessi a scendere. Era ora. C’era il sole, il fiume scorreva, altra acqua ti avrebbe preso. Era ora di entrare nel tuo tempo. Finalmente uscivi, trascinata dalla forza della corrente e io svenivo, o mi addormentavo o morivo. Insomma, venivo meno.

Niente di così epico e simbolico. Il tutto, da quel momento in poi, ossia da quando mi hanno portato in sala operatoria, è stato molto pilotato, prevedibile, da protocollo ospedaliero. Salvo la pressione altissima che non rientrava affatto nei parametri e che era frutto della mia agitazione, della paura e della rabbia che era seguita alla mortificazione per aver sprecato tempo, consumando dolore e attesa. A quella maniera non sarebbe mai nata, né io con le mie forze, né io più tutta la chimica che mi avevano iniettato ero stata capace di consegnarla al mondo che aspettava fuori: un padre, impaziente, agitato e un po’ inutile come tutti i padri in queste circostanze, fiori di magnolia che spandevano profumo in una calda mattina di fine maggio, nonne anche loro in attesa, da qualche parte, con qualche finta distrazione in atto, un nome infine, il suo, che aspettava di essere pronunciato.
Ma la scienza fa progressi e rende possibile ciò che fino a ieri sembrava impossibile. E questo significava che contro la natura e contro quello che la medicina aveva fino a quel momento suggerito di fare – contrazioni indotte, analgesia spinale – chirurgicamente l’avrebbero tirata fuori, sottraendola al sonno in cui lei si era beata fino ad allora. Quel sonno spesso in cui è avvolta ancora, nelle mattine d’inverno, quando la sveglio e lei è piena di notte e di sogni, si gira dall’altra parte, e mi chiede di lasciarla dormire.
Nel passaggio tra la sala parto e la sala operatoria era definitivamente crollato il mio umore. Avevo, soprattutto, perso il contatto con il mio corpo e con quell’altro che da nove mesi ci abitava dentro: se prima la sentivo come fardello di dolore, ora non la sentivo proprio più, era sparita nella nebbiolina fredda che mi avvolgeva dai piedi allo sterno.

Intanto, di là dal tendino verde, spostavano, divaricavano, aspiravano. Rumori da cucina: spacchettamenti di provviste, elettrodomestici accesi, una ventola che andava.
– Passami il bisturi. Allarga e aspira.
– Attenzione, sotto c’è l’aorta.
Le carote nel cassetto in basso, il macinato in alto. Il bang della sportella del frigo quando si chiude.
E chiacchieravano del più e del meno, paragonando la mia pancia ad altre pance, filtrando altre vite, in sequenze di banalità e grottesco, dentro la mia che mi sembrava così cruciale e terrificante e così deludente a quel punto. La suocera che mi avrebbe fatto capire che c’era da aspettarselo, da un mezzo fisico come il mio, un fallimento del genere, mia madre che mi avrebbe sommerso con la sua ansia e la sua commiserazione, e soprattutto quel non essere riuscita ad andare fino in fondo, quell’aver perso potere sul mio corpo, che adesso era in balia totale di altri. Un’intera stirpe che aveva deciso di sanzionare il proprio fallimento biologico, la propria inettitudine alla procreazione proprio su di me. Prima c’era stato il cancro all’utero di una nonna, di questo morta e per questo mai conosciuta, varie disfunzioni qua e là, sempre legate alla pratica del dare la vita: due strane gemelle, concepite per effetto di oscure cure in Svizzera, un altro cancro, stavolta curato, difetti ormonali che avevano causato la comparsa di una “cugina barbuta”. Per forza doveva esserci in famiglia un segmento di Dna debole, incline a sbagliare.
In fondo cosa potevo permettermi se non un parto a metà? Un parto in terza persona, in cui il mio contributo poteva essere solo quello di stare calma, e invece mi agitavo. Mentre infermieri e medici trafficavano sulla mia pancia, da un pezzo sparita dal mio monitor di controllo e, insieme ad essa, il senso di ciò che si stava compiendo.

– Hai visto l’ittero che aveva il bambino nigeriano che abbiamo tirato fuori stanotte?
E tac, il bisturi era tonfato su un piattino d’acciaio. Rumore d’aspirapolvere.
– Sarà che il giallo sulla pelle scura fa ancora più impressione…
Ecco, ci mancava solo che nascessi gialla.
– Oh, ci siamo quasi. Come andiamo con la pressione?
– Eh, sempre allegra.
Ha detto la voce dietro di me, la voce che era anche un paio di mani gentili che mi massaggiavano.
Poi ho capito che era il momento. Avevano smesso i pettegolezzi, erano concentrati.
Con un rumore di plastica gonfiata e stracciata, di cellophane bucato lateralmente, l’hanno sottratta per sempre al viluppo di sangue, acqua, placenta che era stata la sua tana e che aveva rischiato di diventare la sua prigione. Nel silenzio perfetto e irreale delle grandi occasioni, come quando appare la sposa sulla soglia della chiesa e tutti trattengono il fiato.
L’hanno sollevata sopra il tendino verde tenendola con la faccia tutta gonfia e chiazzata verso di me, una specie di enorme ranocchio con gli occhi chiusi che faceva quasi paura.
Dovevo chiamarla col suo nome per farla diventare la piccola divinità dei miei sogni.
L’ho pronunciato piano mentre la mettevano vicino a me col musetto ancora tutto sporco di muco, e finalmente l’ho sentita.
Prima il fresco di una guancia che, così morbida, così intatta, così perfettamente curvata, così come io me l’ero sentita dentro tante volte, poteva esserci solo lei. Era un contatto perfetto, pieno di parole, ricordi, promesse, dove si aboliva la distinzione tra la mia pelle e la sua. Guancia a guancia. Un fresco che era quello della neve quando cade sulla terra secca ed è soffice, impalpabile, e tiene cristallizzata nell’aria l’acqua. Un fresco che d’ora in poi sarebbe stato il fresco in assoluto, il mio modo di riconoscerla e ritrovarla fra mille. Anche quando, come lei dice nella sua fantasia infantile, rinascerà e forse avrà cambiato faccia, colore di capelli, ma io sono certa che la sua guancia avrà conservato quel velluto morbido solo per me. Anche quando nei primi mesi dopo che era nata, pur guardandola e riguardandola a volte confondevo la mappa dei suoi lineamenti, mutevoli e ancora così poco definitivi, – perché la superficie che indossiamo è continuo adattamento – e lei cominciava ad adattarsi al mondo e io a lei. Grazie a quel fresco che era la mia guida, il mio faro di notte, la mia certezza che lei mi appartenesse e io a lei. Una sensazione fuori dal tempo, anche se era entrata nel tempo, uscendo da me. Non in riva a un fiume, ma in una sala operatoria. E già venivano a prenderla per lavarla e vestirla, e già sentivo gli strilli che tagliavano l’aria ed erano la sua voce perentoria di protesta. Mentre sotto, dietro la tenda verde, spremevano e tiravano, e poi cucivano e suturavano, di nuovo tra una chiacchiera e l’altra.

– Tra un po’ dovresti cominciare a sentire le gambe. Prova a muovere i piedi.
Una dottoressa, mentre mi riportano in corsia, dice incoraggiante.
I miei piedi erano come avvolti nel ghiaccio e divorati da un esercito di formiche, la pancia era tornata al suo posto, sotto i fianchi, e la sentivo: bruciava.
Con una mano mi sono allungata verso il lettino in cui l’avevano messa di fianco al mio.
Avvolta nel suo pigiamino ricamato di margherite, gli occhi chiusi e lunghi, con le palpebre cosparse di macchie rosa scuro, dormiva. Ho accostato un dito alla sua guancia, per sentire ancora quella meraviglia di fresco. C’era, era sempre lì. Era il mio premio, il risarcimento.
L’infermiera intanto toglieva i resti della sala operatoria: i cateteri, la sonda nella schiena, aggiustava la flebo, e rinforzava la fasciatura intorno alla pancia. Mi infilava un termometro per provarmi la febbre. Si allontanava, con un ultimo sguardo che comprendeva il mio letto e la culla di fianco. Tutto era in ordine.
C’eravamo tutt’e due, lei nella sua freschezza, io con le cicatrici.
Ma ero troppo stanca per domandarmi cosa tenesse insieme le due cose, cosa ci avesse tenuto insieme in quel passaggio insensibile e analgesico, così simile a una morte.
E poi già li vedevo arrivare, dal corridoio, parenti e amici ognuno con il suo carico di domande e di curiosità. Ognuno pronto a stupirsi che, da una, fossimo diventate due, perché di queste cose non si finisce mai di stupirsi. 

 

Da capo a piedi. Racconti del corpo moderno

"La stanza dei gesti" di M. Cresci, installazione, Matera 2011

M. Cresci, “La stanza dei gesti”, installazione, Matera 2011

23 ottobre 2013

Nel secondo libro di Gargantua e Pantagruel Thaumasté, un dotto inglese, sfida pubblicamente Pantagruel sui massimi quesiti della filosofia. Thaumasté ha però in mente un dibattito particolare: “Voglio disputare soltanto per segni, senza parole, perché sono argomenti così ardui che le parole umane non sarebbero sufficienti a spiegarli bene a mio gusto”. Seguono due pagine di comiche e improbabili contorsioni di dita, smorfie e dinoccolamenti dell’intero corpo con cui i due dotti, e il discepolo Panurge, paiono scambiarsi i segreti dell’universo che rimarranno a noi lettori preclusi, perché a differenza dell’alfamuto inventato dai bambini-terroristi ne Il tempo materiale di Giorgio Vasta e spiegato ai lettori, Rabelais preferisce lasciare in esclusiva ai suoi personaggi la conoscenza di un linguaggio corporeo che li avvicina, e ci isola. L’episodio rabelaisiano evocato nell’ultimo libro di Claudio Franzoni, Da capo a piedi. Racconti del corpo moderno (Guanda 2013) ne esemplifica il tema: quanto e come ci esprimiamo con il corpo e in che relazione l’espressione corporea si pone con gli altri codici comunicativi.

Da un lato si dà l’esperienza dell’inesauribile potenziale del soma, del suo esserci preesistente e duttile alla significazione, dall’altro la sua irriducibilità a enunciati verbali definitivi, il suo sottrarsi a un’interpretazione univoca.

Franzoni, studioso della tradizione classica e della gestualità nelle arti figurative, allarga a trecentosessanta gradi i materiali della sua indagine: fotografie, immagini televisive, opere d’arte, cinema e letteratura, poiché ciò che chiamiamo gesto, un atto significante, immagine corporea, un corpo leggibile e comprensibile, racconto, un messaggio strutturato, costituiscono un intreccio stratificato che mobilita la nostra memoria personale non meno di quella trasmessa dalla comunità in cui viviamo.

La pervasività di immagini di corpi e di metafore corporali in cui viviamo è infatti una sfida complessa. Se “il nostro corpo è straniero a noi stessi quanto gli ammassi stellari o vulcanici”, come apprende dolorosamente Emanuele in Aracoeli di Elsa Morante, è altrettanto vero che il corpo non smette mai di produrre immagini di sé.

Ciò che appare in superficie, la superficie che noi siamo per gli altri – il corpo dell’altro è sempre un’immagine per me, secondo Roland Barthes – attinge a tutte le profondità possibili, non sempre volontarie né padroneggiate, del nostro essere. Le apparenze in cui si coagulano gesti e modalità fisiche anelano quindi, più di tutto, a significare anche là dove si caricano di ambiguità, o in certi casi confliggono con il resto dei messaggi che comunichiamo.

Ciò appare con particolare evidenza nei gesti dei politici, che Franzoni chiama “Gesti del potere” ai quali dedica la prima sezione del libro; un repertorio assai codificato perché il potere deve parlare a molti e in maniera efficace.

Tuttavia anche qui non mancano ambiguità, soprattutto se i gesti vengono letti nel contesto in cui sono eseguiti. Franzoni si sofferma, ad esempio, sull’indice destro alzato e puntato da Fini contro Berlusconi, in occasione del conflitto apertosi, nell’aprile del 2010, nella direzione nazionale del loro partito. Quell’indice puntato finirà stampato su magliette propagandistiche, a ottobre dello stesso anno, quando ormai la rottura si è consumata. La sua incisività  risiede nel divieto molto comune a non ‘additare’, proprio perché l’indice destro, che si prolunga verso l’esterno e abbandona le altre dita, è il residuo di un atto più complesso e altrimenti aggressivo che è l’afferrare.

Lo dimostrano la rarità iconografica dell’indice di S. Tommaso che punta al costato di Cristo nel celebre dipinto di Caravaggio – un indice che vuole verificare ma anche prendere contatto con una realtà incredibile – o il colossale dito puntato della mano destra, frammento della statua dell’imperatore Costantino ai Musei Capitolini.

Piena di indici perentoriamente puntati è la propagandistica bellica dei due conflitti mondiali e, di recente, lo sono i numerosi filmati diffusi a scopo intimidatorio di Osama bin Laden. Se la frase rivolta a Berlusconi da Fini, in accompagnamento al gesto, risuonava come vagamente interlocutoria – “Che fai, mi cacci?” – il suo corpo tradiva, viceversa, ben altra aggressività in atto.

Ci sono poi gesti che nascono ambivalenti, ossia così pieni di espressività fisica da poter essere piegati a sovrastrutture di senso di volta in volta diverse.

Uno di questi è l’accavallare le gambe. Nanni Moretti entrato nel 2002 nella Camera dei deputati e sedutosi sulla gradinata per seguire i lavori del Parlamento venne invitato da un commesso a non tenere quella posizione, considerata maleducata e inadatta al luogo. Mentre nel libretto propagandistico inviato da Forza Italia, Una storia italiana, Berlusconi siede proprio con le gambe incrociate in un interno di lusso a fianco dell’articolo Costruire un impero, senza che questo costituisca un problema.

Franzoni ricorda che nell’antichità erano presenti ammonimenti a non incrociare le gambe, specie durante assemblee politiche e funzioni religiose, ce lo testimoniano Plinio il Vecchio e Clemente d’Alessandria;  Ugo da San Vittore dedica al gesto una discussione che arriverà fino ad Erasmo da Rotterdam e verrà registrata dalla precettistica pittorica seicentesca, da Bellori a Pacheco. Eppure non mancano gli accavallamenti, anche celebri, anche divini, come quelli delle gambe del Creatore nel transetto nord della cattedrale di Chartres. Tra la possibilità che il corpo si rilassi su se stesso – una gamba sull’altra – fino a sfiorare l’indecorosità e quella che si chiuda verso l’esterno stringendo gli arti inferiori, e denotando ostilità, sta tutta la gamma di oscillazioni interpretative che, ovviamente, non lasciano immune il genere. L’uomo che amava le donne di Truffaut è infatti conquistato dalla donna al suo fianco per come ha accavallato le gambe, e Sharon Stone ne fa il principale gesto di seduzione in Basic Instinct. Dunque accavallare le gambe si colloca fra “Persistenze, fossili, costanti”, come strascicare il corpo dei nemici in guerra, dall’Iliade al Vietnam, come già aveva illustrato Franco Fortini in un articolo del 1965.

Mentre le numerose donne che passeggiano, da sole in strada, nei film e nelle fotografie dal dopoguerra agli anni Sessanta, rivendicando emancipazione e ponendosi come oggetto di desiderio in uno sguardo sempre maschile, appartengono alle “Sparizioni”, poiché da tempo non sono più le strade o le piazze i luoghi in cui si coniano modelli di comportamento, bensì i reality e i talk show televisivi, dove chi guarda da casa e chi appare dietro lo schermo sta, di norma, seduto.

Con un’ampia analisi della Ricotta e di Accattone si apre il capitolo intitolato “Degradazioni”, e non potrebbe essere diversamente visto che proprio Pasolini scriveva nel 1974: “La cultura di una nazione (nella fattispecie l’Italia) è oggi espressa soprattutto attraverso il linguaggio del comportamento, o il linguaggio fisico” e nella tendenza all’omologazione di massa Pasolini aveva previsto che i corpi sarebbero diventati intercambiabili, sempre meno dotati di espressività individuale, quanto invece assimilabili a merci.

Dal sacro al commerciale è la degradazione subita dal gesto di tenere le mani accostate a sostenere una guancia – come fa S. Giovanni, il discepolo più amato da Gesù, ai piedi della Crocefissione di Masaccio – ‘reinterpretato’ da Lorella Cuccarini per la pubblicità della Scavolini “la cucina più amata dagli Italiani”.

Un capitolo è dedicato alle “Estensioni”, ossia alle protesi del nostro corpo, e dell’emotività che lo accompagna, create dai vari ambienti virtuali in cui siamo immersi, computer, tablet, cellulari, lettori mp3, in grado di fornire una schiera di emoticon dentro le quali stereotipare sentimenti ed espressioni facciali. Sorrisi, lacrime, smorfie. Non ci vuole un genio a capire la rigidità e l’ottusità di questo codice. Eppure i Ministeri della Pubblica Istruzione e dell’Innovazione hanno lanciato nel 2010 una campagna dal titolo “Mettiamoci la faccia” invitando gli utenti, con sproloquio di termini inglesi (come è naturale visto che ci si rivolge a Italiani) a esprimere un giudizio sintetico servendosi appunto delle faccine. Commenta Franzoni: “Metterci la faccia è una delle tante metafore che la nostra lingua ha derivato dal ruolo primario del volto nelle relazioni interpersonali, mentre qui si tratta solo di schiacciare tre tasti colorati, e al massimo, ‘metterci la faccina’ ”.

Che fine abbia fatto il corpo nella complessità delle sue istanze di mediazione con la mente, non c’è nemmeno bisogno di dirlo.

“Gesti e testi” chiude il libro e riporta numerosi esempi di movimenti doppi, fra corpo e linguaggio verbale. Dall’ossimoro vivente “Fermami, sono uno schiavo fuggitivo”, impresso sulla fronte degli schiavi greci nell’antichità, ai tatuaggi odierni pescati da un campionario onnivoro che fa sentire tutti “un po’ selvaggi, un po’ delinquenti, un po’ letterati”, fino alla discordanza fra parole e immagine del manifesto del Pd del 2011, “Oltre l’egoismo, c’è una mano tesa” con un Pierluigi Bersani che, invece, le mani le teneva nascoste in tasca, come a suo tempo ha fatto notare Giulio Mozzi nel proprio blog.

La verità dei sensi, così prossima alla muta verità delle cose, per dirla con Starobinsky, ha le sue vie per sopravvivere e manifestarsi nella superficie materiale di cui siamo fatti.

(Questo articolo è uscito su Alias il 6 ottobre 2013)