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Il confine che non c’è

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15 gennaio 2017

Tengo quest’immagine sul desktop del mio computer da molto tempo, almeno alcuni anni.

Si tratta di una tavola in arenaria scolpita conservata ai Musei Vaticani a Roma. La provenienza dovrebbe essere assiro-babilonese e risalirebbe a più di tremila anni fa. Quando la vidi per la prima volta pensai che raffigurasse degli uomini che nuotano, poi qualche supplemento di ricerca mi ha informato che probabilmente si tratta di corpi di uomini annegati in mare in seguito a una battaglia fra navi nemiche o dopo una tempesta.

Ascoltavo oggi al tg il bilancio dei migranti morti nel Mediterraneo, solo nell’anno appena trascorso, nel tentativo di raggiungere l’Europa: una cifra intorno alle cinquemila persone.

Un piccolo paese. E va avanti così da anni.

Gli antichi temevano il mare, e forse lo temono anche coloro che s’imbarcano credendo di lasciarsi alle spalle miseria, oppressione e una vita senza orizzonte. Non ci sono confini in acqua e insieme alla paura quest’umanità coltiva anche una speranza di liberazione. Ma si muore anche senza che un confine ti respinga. Si muore di fame, di sete, di freddo, per avaria, perché non si sa nuotare.

Così di tutto questo flusso di vite giovani, e giovanissime, rimangono cadaveri senza nome, come quelli della tavoletta dei Musei Vaticani.

 

Trasparenza

Sottacqua

9 settembre 2014

Acqua, vetro, cornee degli occhi, bolle di sapone, plexiglass, diamanti, cristalli, ghiaccio in strati sottili, carta velina, ali di libellula, velo tessuto fine sono alcuni degli stati in cui la materia è attraversata dalla luce e consente allo sguardo di passare oltre, frangersi e riflettersi.

Di questi solo l’acqua si lascia attraversare completamente e una volta attraversata siamo in un altro mondo, in un altro elemento, come si dice.

Ci penso sempre, prima di buttarmi in acqua, al mare soprattutto, sapendo che non sarà solo il contatto con la diversa temperatura a scuotermi, ma anche il passaggio a un altro mondo, dove le regole sono diverse e la massa liquida che mi circonderà equanime, pervasiva, modellabile racchiude un universo.

All’inizio c’è sempre un po’ di timore, poi vince la meraviglia per tutto ciò che fluttua, s’insegue sul fondo, fra le posidonie, gli scogli, la sabbia e i sassi, e il moto delle onde che rende la trasparenza e la visibilità un miraggio, una specie di caleidoscopio dove distanze e dimensioni sono falsate.

Io che lì sotto posso sopravvivere solo a certe condizioni – prendere aria – ogni 30 40 secondi, un minuto al massimo – e continuando a nuotare, mi dimentico di me.

La trasparenza è una strana qualità, dal punto di vista fisico, credo che esistano studi in merito e Vladimir Nabokov ha scritto un curioso libretto che s’intitola Transparent Things. La mia attrazione per l’acqua trasparente e per tutto ciò che si lascia attraversare credo venga dall’idea di poter cambiare stato, dimensione. Di poter essere altro dall’insieme di cellule che invecchia del mio corpo; al fondo credo ci sia un’idea di rigenerazione in questo attraversamento.

Per gli antichi le anime, una volta lasciati i corpi, dovevano passare nell’oceano prima di arrivare alla loro destinazione finale. Infatti sui sarcofagi romani troviamo spesso scene di thiaso marino, con nereidi, tritoni, conchiglie e genietti psicopompi.

Sull’anima ho le idee poco chiare, sulla destinazione finale ancora meno, ma è un mito molto bello e quando vedo l’acqua del mare ne sento intatta la forza di persuasione.