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Cicale

La bandiera del Kazakistan

Bandiera del Kazakistan

13 agosto 2013

Ieri, in giardino, ho sentito qualcosa che assomiglia al canto delle cicale, ma il vento qui soffia troppo forte e non si può mai essere certi della natura dei rumori.
Siamo sorvegliati, ripresi, ascoltati minuto per minuto, a volte non mi fido nemmeno dei suoni prodotti dal mio corpo. La paura che mi attorciglia il ventre mi tradirà, il respiro sincopato accelera ciò che temo che accada da un momento all’altro: che mi portino in prigione, che mettano Alua in un orfanotrofio. Così lui sarà costretto a tornare, e Nursultan avrà vinto per sempre, su di noi, sulla democrazia, sulla possibilità che questo paese cambi.
Le cicale. Sotto i pini marittimi e fra gli oleandri che circondavano la casa, in Italia a Casalpalocco, dovevano nascondersi migliaia di cicale, le sentivamo per ore. Ci sedevamo fuori sul prato e dopo un po’ vedevo Alua che andava sotto i cespugli o di fianco alla siepe per cercarle, avrebbe voluto prenderne una e tenerla, come si tiene un gatto o un cagnolino.
Le piaceva molto quel canto ininterrotto, come una ninnananna.
Sembrava dovesse durare per sempre. È dolce la primavera in Italia e già così piena di fiori, profumi e insetti che invece, il più delle volte, non arrivano nemmeno nella breve estate kazaka. Ma anche quella dolcezza ci ha tradito. Forse non era fatta per noi. Non avremmo dovuto fidarci di un paese così prodigo di bellezza e così avaro di comprensione.
Cercavano lui, hanno detto i poliziotti quando sono entrati la notte fra il 28 e il 29 maggio. Le cicale, allora, non cantavano. Hanno perquisito e rovistato tutta la casa, mi hanno portata in questura, senza Alua che quando si è svegliata non mi ha più trovato. In questura c’erano almeno quattro computer nella stanza dell’interrogatorio. Bastava digitare il nome di Mukhtar Ablyazov e sarebbero uscite una valanga di informazioni e la principale, quella che, prima ancora che incriminato di truffe finanziarie, era dissidente politico del regime kazako, un regime più volte denunciato da Amnesty International per violazione dei diritti umani. Ma è con l’accusa di truffatore che sono venuti a cercarlo, e con l’accusa di aver documenti falsi mi hanno portato al centro di identificazione e di espulsione di Ponte Galeria. Le parole dissidenti rifugiati politici non sono mai emerse. Nessuna verifica. Ma intanto il consolato kazako premeva. Intanto aveva già preparato, per rimpatriarmi, un aereo privato il cui costo, da solo, avrebbe risparmiato le tasse ai cittadini di Astana per un anno. I miei avvocati non hanno fatto in tempo ad arrivare. L’espulsione era già stata firmata. Alua è stata prelevata a forza e, con la menzogna, hanno detto ai domestici e agli zii che la portavano in questura, ma l’hanno condotta direttamente all’aeroporto.
Adesso il governo italiano, o meglio la magistratura, ammette che ci sono state delle irregolarità, che l’espulsione è stata una violazione. Ma intanto, ormai, io e Alua siamo qui, prigioniere di un’altra casa, in un paese in cui perfino il nome della capitale sta per essere cambiato in quello del suo dittatore. Leggo che è per via del petrolio, per via di accordi fra il precedente primo ministro italiano, Silvio Berlusconi e Nursultan Nazarbayev, che l’Italia gli ha fatto questo favore, consegnandogli una donna incensurata e una bambina di sei anni.
Mentre conto i minuti, e spero che non arrivi la sentenza della mia incarcerazione, guardo Alua giocare in giardino. Non cerca più le cicale, forse le ha dimenticate. Per noi hanno smesso da tempo di cantare.

(Questo articolo è apparso sul Fatto Quotidiano, nella rubrica del Diario Immaginario, il 12 agosto 2013.)