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Da capo a piedi. Racconti del corpo moderno

"La stanza dei gesti" di M. Cresci, installazione, Matera 2011

M. Cresci, “La stanza dei gesti”, installazione, Matera 2011

23 ottobre 2013

Nel secondo libro di Gargantua e Pantagruel Thaumasté, un dotto inglese, sfida pubblicamente Pantagruel sui massimi quesiti della filosofia. Thaumasté ha però in mente un dibattito particolare: “Voglio disputare soltanto per segni, senza parole, perché sono argomenti così ardui che le parole umane non sarebbero sufficienti a spiegarli bene a mio gusto”. Seguono due pagine di comiche e improbabili contorsioni di dita, smorfie e dinoccolamenti dell’intero corpo con cui i due dotti, e il discepolo Panurge, paiono scambiarsi i segreti dell’universo che rimarranno a noi lettori preclusi, perché a differenza dell’alfamuto inventato dai bambini-terroristi ne Il tempo materiale di Giorgio Vasta e spiegato ai lettori, Rabelais preferisce lasciare in esclusiva ai suoi personaggi la conoscenza di un linguaggio corporeo che li avvicina, e ci isola. L’episodio rabelaisiano evocato nell’ultimo libro di Claudio Franzoni, Da capo a piedi. Racconti del corpo moderno (Guanda 2013) ne esemplifica il tema: quanto e come ci esprimiamo con il corpo e in che relazione l’espressione corporea si pone con gli altri codici comunicativi.

Da un lato si dà l’esperienza dell’inesauribile potenziale del soma, del suo esserci preesistente e duttile alla significazione, dall’altro la sua irriducibilità a enunciati verbali definitivi, il suo sottrarsi a un’interpretazione univoca.

Franzoni, studioso della tradizione classica e della gestualità nelle arti figurative, allarga a trecentosessanta gradi i materiali della sua indagine: fotografie, immagini televisive, opere d’arte, cinema e letteratura, poiché ciò che chiamiamo gesto, un atto significante, immagine corporea, un corpo leggibile e comprensibile, racconto, un messaggio strutturato, costituiscono un intreccio stratificato che mobilita la nostra memoria personale non meno di quella trasmessa dalla comunità in cui viviamo.

La pervasività di immagini di corpi e di metafore corporali in cui viviamo è infatti una sfida complessa. Se “il nostro corpo è straniero a noi stessi quanto gli ammassi stellari o vulcanici”, come apprende dolorosamente Emanuele in Aracoeli di Elsa Morante, è altrettanto vero che il corpo non smette mai di produrre immagini di sé.

Ciò che appare in superficie, la superficie che noi siamo per gli altri – il corpo dell’altro è sempre un’immagine per me, secondo Roland Barthes – attinge a tutte le profondità possibili, non sempre volontarie né padroneggiate, del nostro essere. Le apparenze in cui si coagulano gesti e modalità fisiche anelano quindi, più di tutto, a significare anche là dove si caricano di ambiguità, o in certi casi confliggono con il resto dei messaggi che comunichiamo.

Ciò appare con particolare evidenza nei gesti dei politici, che Franzoni chiama “Gesti del potere” ai quali dedica la prima sezione del libro; un repertorio assai codificato perché il potere deve parlare a molti e in maniera efficace.

Tuttavia anche qui non mancano ambiguità, soprattutto se i gesti vengono letti nel contesto in cui sono eseguiti. Franzoni si sofferma, ad esempio, sull’indice destro alzato e puntato da Fini contro Berlusconi, in occasione del conflitto apertosi, nell’aprile del 2010, nella direzione nazionale del loro partito. Quell’indice puntato finirà stampato su magliette propagandistiche, a ottobre dello stesso anno, quando ormai la rottura si è consumata. La sua incisività  risiede nel divieto molto comune a non ‘additare’, proprio perché l’indice destro, che si prolunga verso l’esterno e abbandona le altre dita, è il residuo di un atto più complesso e altrimenti aggressivo che è l’afferrare.

Lo dimostrano la rarità iconografica dell’indice di S. Tommaso che punta al costato di Cristo nel celebre dipinto di Caravaggio – un indice che vuole verificare ma anche prendere contatto con una realtà incredibile – o il colossale dito puntato della mano destra, frammento della statua dell’imperatore Costantino ai Musei Capitolini.

Piena di indici perentoriamente puntati è la propagandistica bellica dei due conflitti mondiali e, di recente, lo sono i numerosi filmati diffusi a scopo intimidatorio di Osama bin Laden. Se la frase rivolta a Berlusconi da Fini, in accompagnamento al gesto, risuonava come vagamente interlocutoria – “Che fai, mi cacci?” – il suo corpo tradiva, viceversa, ben altra aggressività in atto.

Ci sono poi gesti che nascono ambivalenti, ossia così pieni di espressività fisica da poter essere piegati a sovrastrutture di senso di volta in volta diverse.

Uno di questi è l’accavallare le gambe. Nanni Moretti entrato nel 2002 nella Camera dei deputati e sedutosi sulla gradinata per seguire i lavori del Parlamento venne invitato da un commesso a non tenere quella posizione, considerata maleducata e inadatta al luogo. Mentre nel libretto propagandistico inviato da Forza Italia, Una storia italiana, Berlusconi siede proprio con le gambe incrociate in un interno di lusso a fianco dell’articolo Costruire un impero, senza che questo costituisca un problema.

Franzoni ricorda che nell’antichità erano presenti ammonimenti a non incrociare le gambe, specie durante assemblee politiche e funzioni religiose, ce lo testimoniano Plinio il Vecchio e Clemente d’Alessandria;  Ugo da San Vittore dedica al gesto una discussione che arriverà fino ad Erasmo da Rotterdam e verrà registrata dalla precettistica pittorica seicentesca, da Bellori a Pacheco. Eppure non mancano gli accavallamenti, anche celebri, anche divini, come quelli delle gambe del Creatore nel transetto nord della cattedrale di Chartres. Tra la possibilità che il corpo si rilassi su se stesso – una gamba sull’altra – fino a sfiorare l’indecorosità e quella che si chiuda verso l’esterno stringendo gli arti inferiori, e denotando ostilità, sta tutta la gamma di oscillazioni interpretative che, ovviamente, non lasciano immune il genere. L’uomo che amava le donne di Truffaut è infatti conquistato dalla donna al suo fianco per come ha accavallato le gambe, e Sharon Stone ne fa il principale gesto di seduzione in Basic Instinct. Dunque accavallare le gambe si colloca fra “Persistenze, fossili, costanti”, come strascicare il corpo dei nemici in guerra, dall’Iliade al Vietnam, come già aveva illustrato Franco Fortini in un articolo del 1965.

Mentre le numerose donne che passeggiano, da sole in strada, nei film e nelle fotografie dal dopoguerra agli anni Sessanta, rivendicando emancipazione e ponendosi come oggetto di desiderio in uno sguardo sempre maschile, appartengono alle “Sparizioni”, poiché da tempo non sono più le strade o le piazze i luoghi in cui si coniano modelli di comportamento, bensì i reality e i talk show televisivi, dove chi guarda da casa e chi appare dietro lo schermo sta, di norma, seduto.

Con un’ampia analisi della Ricotta e di Accattone si apre il capitolo intitolato “Degradazioni”, e non potrebbe essere diversamente visto che proprio Pasolini scriveva nel 1974: “La cultura di una nazione (nella fattispecie l’Italia) è oggi espressa soprattutto attraverso il linguaggio del comportamento, o il linguaggio fisico” e nella tendenza all’omologazione di massa Pasolini aveva previsto che i corpi sarebbero diventati intercambiabili, sempre meno dotati di espressività individuale, quanto invece assimilabili a merci.

Dal sacro al commerciale è la degradazione subita dal gesto di tenere le mani accostate a sostenere una guancia – come fa S. Giovanni, il discepolo più amato da Gesù, ai piedi della Crocefissione di Masaccio – ‘reinterpretato’ da Lorella Cuccarini per la pubblicità della Scavolini “la cucina più amata dagli Italiani”.

Un capitolo è dedicato alle “Estensioni”, ossia alle protesi del nostro corpo, e dell’emotività che lo accompagna, create dai vari ambienti virtuali in cui siamo immersi, computer, tablet, cellulari, lettori mp3, in grado di fornire una schiera di emoticon dentro le quali stereotipare sentimenti ed espressioni facciali. Sorrisi, lacrime, smorfie. Non ci vuole un genio a capire la rigidità e l’ottusità di questo codice. Eppure i Ministeri della Pubblica Istruzione e dell’Innovazione hanno lanciato nel 2010 una campagna dal titolo “Mettiamoci la faccia” invitando gli utenti, con sproloquio di termini inglesi (come è naturale visto che ci si rivolge a Italiani) a esprimere un giudizio sintetico servendosi appunto delle faccine. Commenta Franzoni: “Metterci la faccia è una delle tante metafore che la nostra lingua ha derivato dal ruolo primario del volto nelle relazioni interpersonali, mentre qui si tratta solo di schiacciare tre tasti colorati, e al massimo, ‘metterci la faccina’ ”.

Che fine abbia fatto il corpo nella complessità delle sue istanze di mediazione con la mente, non c’è nemmeno bisogno di dirlo.

“Gesti e testi” chiude il libro e riporta numerosi esempi di movimenti doppi, fra corpo e linguaggio verbale. Dall’ossimoro vivente “Fermami, sono uno schiavo fuggitivo”, impresso sulla fronte degli schiavi greci nell’antichità, ai tatuaggi odierni pescati da un campionario onnivoro che fa sentire tutti “un po’ selvaggi, un po’ delinquenti, un po’ letterati”, fino alla discordanza fra parole e immagine del manifesto del Pd del 2011, “Oltre l’egoismo, c’è una mano tesa” con un Pierluigi Bersani che, invece, le mani le teneva nascoste in tasca, come a suo tempo ha fatto notare Giulio Mozzi nel proprio blog.

La verità dei sensi, così prossima alla muta verità delle cose, per dirla con Starobinsky, ha le sue vie per sopravvivere e manifestarsi nella superficie materiale di cui siamo fatti.

(Questo articolo è uscito su Alias il 6 ottobre 2013) 

Ancora sulla natura e il territorio

Pioppeto

Paolo Bettini, “Pioppeto”, 2013

26 settembre 2013

Da fine estate gru e cingolati hanno ripreso a scavare e il loro rumore minaccioso e ripetitivo echeggia nella valle a ridosso del fiume Reno in cui vivo. Tutta la zona è classificata come protetta da vincolo idrogeologico, per la natura del terreno e per la presenza della golena del fiume, nonché da vincolo paesaggistico, visto che siamo ai piedi di un magnifico contrafforte pliocenico di arenaria dorata.

Ciò non ha impedito di prelevare vaste aree di sabbia e ciottoli utili per l’edilizia che l’azienda responsabile degli scavi ha ‘idealmente’ risarcito, costituendo un’oasi con laghetto per il birdwatching. Al laghetto non ci va mai nessuno, d’estate quando si secca è di una tristezza sconfortante, inoltre come i geologi insegnano se togli un peso da una parte, facendo un buco, crei una forma di risucchio da un’altra parte, quindi tutti questi buchi fatti nel terreno per espropriarlo della sabbia così vitale all’edilizia, avranno una loro ripercussione sull’intero sistema delle falde.

Intanto noi dovremmo deliziarci di uccellini che nidificano e cantano. Ma il timore che le spianate recentemente realizzate siano la premessa per ulteriori costruzioni si è insinuato quando ho notato che hanno aperto un’altra strada, in mezzo al bosco che costeggia il fiume. Qualcuno già parla di un complesso residenziale. Nel bel mezzo di un’area protetta.

Tutto questo in deroga alle leggi, tutto questo in deroga al buon senso, tutto questo in deroga a qualsiasi forma di fraternità col mondo in cui viviamo.

Non so quali compromessi fra politica e affari ci siano stavolta a giustificare l’ennesima deturpazione, la storia che ho immaginata nel mio romanzo Violazione viene sempre largamente superata dalla realtà, da migliaia di storie che ogni giorno mangiano il nostro suolo e ci privano di esistenza e di identità, ma ancora una volta non è l’avidità del singolo a stupirmi di più, quanto l’assenso delle istituzioni, la loro connivenza con il male.

Le istituzioni e le leggi esistono per mettere un freno all’egoismo del singolo a favore della convivenza civile di una comunità, di più singoli che riconoscono dei limiti per poter avere tutti dei diritti e delle garanzie di esistenza.

Ma se questa condizione viene meno, se le istituzioni stesse sono le prime a violare e ignorare le leggi, si disintegra la possibilità stessa che esista una comunità, si sprofonda nella cecità individuale.

Il problema del come abitiamo lo spazio di come usiamo la terra, non è un problema meramente ascrivibile alle preoccupazioni ecologiche, che ora sono tanto superficialmente di moda quanto disattese nei fatti, è un problema più profondo: abbiamo idea di che ci stiamo a fare qui?

Per chi costruiamo nuove case, se la popolazione non aumenta e gli alloggi sfitti sono migliaia e migliaia? In Italia ci sono dieci milioni di case abusive, non c’è un centimetro di litorale che non sia stato lottizzato, non c’è campagna che non sia brutalmente attraversata da strade e superstrade, assediata da aree industriali e capannoni.

Non vedo rimedio a questa situazione, le oasi per birdwatching sono un penoso cosmetico di cui si farebbe volentieri a meno, il fatto rilevante è che la gente accetta di vivere ovunque, di stare dentro un cubetto di cemento ovunque, sopra le autostrade, di fianco ai ripetitori, nel buco dove prima c’era un bosco, o un campo coltivato.

Se la terra è oggetto di una brutalità senza senso allora anche chi vi abita lo è; il totalitarismo prodotto da un sistema di consumi entropico e senza freni che Pasolini denunciava con tanta veemenza, quarant’anni fa, si è perfettamente compiuto.

Pasolini contrapponeva a questo il mondo antico, dove a suo modo di vedere c’era un maggior equilibrio fra l’appropriarsi dei luoghi da parte dell’uomo e il corso dei fenomeni naturali, l’assetto della terra.

Mi colpisce il modo in cui formulava il suo pensiero: “Ormai del resto, la distruzione del mondo antico, ossia del mondo reale, è dappertutto. L’irrealtà dilaga attraverso la speculazione edilizia del neocapitalismo”.

Il termine irrealtà è, fra tutti quelli che poteva scegliere il più forte e, a posteriori, il più adatto a descrivere la situazione che si crea quando il suolo su cui viviamo è solo luogo di mera occupazione per decubiti di cemento che sono, nella maggior parte dei casi, bruttissimi e inutili.

Irrealtà è la provincia vicentina iperurbanizzata descritta in Tristissimi giardini di Vitaliano Trevisan, irrealtà sono i quartieri residenziali dell’interland milanese protagonisti di L’ubicazione del bene di Giorgio Falco, o la sterminata periferia romana descritta da Walter Siti e da Tommaso Giagni ne L’estraneo.

Irrealtà è il villaggio antisismico costruito a pochi chilometri dal centro dell’Aquila che, dopo il terremoto del 2009, difficilmente tornerà a vivere se non come museo di se stessa, gli outlet che richiamano nelle forme i castelli disneyani e che insieme alle villette a schiera punteggiano ormai tutte le arterie viarie di ogni regione italiana.

Tutto questo è possibile, perché l’Italia è un paese corrotto, dominato da poteri illegittimi che nello stato cercano sempre una sponda, perché manca in larga parte un senso del bene comune, perché troppo in fretta siamo passati da una realtà rurale a una industriale e post-industriale, ecc. ecc., ma alla radice c’è – io credo – una ragione più sostanziale: da un sacco di tempo abbiamo smesso di porci, in questo paese come altrove, una domanda che nella sua basilarità viene considerata trascendentale e quindi trascurabile per chi si accontenta del qui ed ora: che ci stiamo a fare su questo pianeta? Cosa siamo? Perché dovremmo essere fraterni con una natura che con noi non è certo e non sempre benevola?

L’obiezione classica a questo tipo di domande è che essendo prive di risposta, quanto meno in un orizzonte e laico e completamente mondanizzato, siano anche inutili.

Mentre posso essere d’accordo sul fatto che siano destinate a rimanere senza una risposta definitiva, non credo affatto che siano inutili. La storia dell’umanità che si evolve ha inzio con domande che superano di gran lunga i suoi bisogni contingenti, il suo arco di proiezione. Questo tipo di domande ci ha portato a essere animali singolarmente evoluti e diversi da tutto il resto che popola la terra, il che potrebbe anche costituire una pericolosa anomalia, ma è la nostra storia, la storia di cui conserviamo memoria.  L’unica risposta che trovo è che, la natura, la terra, gli animali, i corpi organici, costituiscono tutto ciò che abbiamo; il movimento di progressiva alienazione da questo ci ha portato prima a una perdita di senso dilagante e ora ai margini di una vera e propria autodistruzione materiale.

Sono già tanti i luoghi sulla terra, e anche in Italia, dove non è più possibile vivere, coltivare, respirare, pena la malattia e la morte.

Dopo, se dovesse avvenire su scala mondiale, sarà forse di nuovo il silenzio della materia inorganica e il gelo delle stelle, ma intanto l’avventura dell’animale simbolico, della specie homo sapiens, sarà fallita per sempre.

Se il nostro orizzonte politico e filosofico è per forza di cose post-utopico, è possibile che con la perdita delle utopie abbiamo perso anche la forza primaria che ci muove: lo spirito di sopravvivenza.

Per disinnescare questo ottundimento di percezione si potrebbe cominciare a camminare, percorrere la terra con le proprie gambe e misurarsi coi luoghi in una unità che non sia l’auto, o qualsiasi altro mezzo di trasporto meccanizzato.

Tornare a fare i conti con la finitudine che siamo e accoglierla, anziché occultarla nella sazietà e nella cattiva infinità delle merci, del consumo, del cemento, ci renderebbe forse meno alienati.