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Conoscere il proprio tempo è un problema di spazio

"Paesaggio bianco" di Marino Iotti

Marino Iotti, “Paesaggio bianco”, 2009.

19 maggio 2013

La settimana scorsa sono stata ospite dell’Associazione culturale Terraè di Pordenone per un incontro nella sala Degan della Biblioteca civica. Nonostante la concomitante presenza di Cacciari, che parlava al Teatro comunale dall’altra parte della strada, l’incontro è stato molto partecipato e interessante.

Terraè aveva invitato anche Walter Lorenzon, presidente dell’Associazione nazionale costruttori edili della provincia di Pordenone, e il giornalista Paolo Michelutti. Avrebbe dovuto essere presente la scrittrice e giornalista Chiara Sasso, che però all’ultimo ha disdetto per impegni di lavoro, inviando una lettera e un filmato su un progetto di recupero urbano e sociale legato all’immigrazione realizzato a Riace, in Calabria.

Durante la serata si è parlato di Violazione − alcuni in sala lo avevano letto − e della possibilità di raccontare attraverso i luoghi le persone e il loro modo di vivere; del prezzo della democrazia e del concetto di progresso nella sua prevalente interpretazione economica. Si è parlato di altri testi di narrativa italiana che tematizzano il rapporto fra paesaggio materiale e paesaggio etico-psicologico, e dal dopoguerra in poi sono davvero tanti.

Mentre ascoltavo le varie persone che intervenivano, ripensavo a quello che avevo visto arrivando: un territorio verdissimo e ancora pieno di campagna coltivata, un fiume che attraversa la città − il Voncello − limpido e invitante a un tuffo, un centro urbano piccolo e ben tenuto, una comunità molto partecipe.

Eppure, anche queste persone si sentono minacciate dal cemento, dal costruire irrazionale, dai quartierini che vengono edificati e poi rimangono disabitati, dai centri storici progressivamente vuoti. Da una generale mancanza di progettualità. Certo, come sempre nelle cose umane, si tratta di fare le proporzioni e aggiustare la propria percezione. Eppure l’ansia e il disagio proiettati sullo spazio e sul suolo che si modificano per mano umana, secondo me, vanno presi seriamente. Dicono qualcosa di più della semplice riottosità al cambiamento, che pure nel nostro paese è un dato antropologico forte. Sfociano in un discorso sulla democrazia, in un gesto politico: è legittimo espropriare suolo ambiente e paesaggio, e quindi un assetto vitale?

Perché a questo conduce, in ultima analisi, il discorso, e per questo la protesta che un’opera di impatto colossale come la TAV solleva è un segnale forte della sofferenza democratica. Quel territorio, occupato manu militari dallo Stato, e sottomesso a un progetto il cui profitto economico è stato dimostrato da più parti incongruo rispetto al costo e al danno, è l’emblema di quello che, su scala minore, accade di continuo.