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Netsuke a Venezia e le storie in tasca

Netsuke in avorio Manju, Bolton Museum Lancashire, Inghilterra

Netsuke in avorio Manju, Bolton Museum Lancashire, Inghilterra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


16 settembre 2013

Sono stata al museo d’arte orientale di Ca’ Pesaro a Venezia e ho visto per la prima volta dal vivo una collezione di netsuke, le sculture di formato tascabile prodotte in Giappone tra il ’600 e l’800 attraverso l’intaglio di avorio, legno ambra e altre pietre o in qualche caso con la fusione di metalli come il bronzo e l’oro. Nati come bottoni per fermare una parte del kimono o più spesso per legare al kimono una borsetta o una scatolina, contenente il tabacco ad esempio, i netsuke divennero oggetti d’arte autonomi nel 1700 e alla fine dell’Ottocento costituirono, insieme alle stampe e alle stoffe, il principale veicolo per la diffusione in Europa del gusto e dell’immaginario giapponesi. Raffigurano animali, persone e paesaggi in maniera molto precisa e identificabile, anche se la qualità descrittiva non è forse, e di certo non sempre, l’ideale estetico su cui sono modellati.

A Ca’ Pesaro i netsuke sono esposti in una serie di teche inclinate e orizzontali, ho provato la forte tentazione di aprirne una, afferrarne un paio per sentirne il peso, ammirarne gli effetti di tridimensionalità nelle proporzioni miniaturistiche, perché è evidente da subito che queste piccole opere d’arte sono fatte per il tatto, prima ancora che per la vista.

Vogliono essere toccate perché si apprezzino i sottilissimi passaggi di piano, i trattamenti diversi della materia, le piccole rientranze o sporgenze. Come tutte le cose che possono essere toccate, anzi, che sono state pensate per essere toccate, sono oggetti di condivisione e non mi sorprende che ad essi fosse associata una dimensione sensuale, anche quando il loro contenuto apparente non era per nulla erotico. Questo aspetto legato al tatto e alla sensualità è stato raccontato molto bene nel libro “Un’eredità di ambra e di avorio” di Edmund de Vaal che proprio intorno a una collezione di duecentosessantaquattro netsuke orchestra la complessa storia della propria famiglia e dell’Europa intera fra le due grandi guerre.

Ciò che mi ha colpito vedendone tanti esemplari insieme, e tutti così diversi fra di loro, è il potere evocativo di questi oggetti. A differenza delle opere di piccolo formato che l’arte occidentale ha prodotto, nel Rinascimento ad esempio erano in gran voga i bronzetti, i netsuke sembrano alludere a una storia, (e se conoscessi di più della cultura e letteratura giapponese probabilmente vedrei i rimandi e i nessi) ma non c’è gerarchia di raffigurazione come nell’arte europea, dove era impensabile fare una scultura di qualcosa che non fosse una divinità, un santo o un animale accreditato con qualche valenza simbolica, mentre i netsuke mescolano quotidianità e astrazione lirica con grande disinvoltura, invitando all’immaginazione. Tenerne uno in tasca mi dà l’idea di avere una storia, appena abbozzata, da raccontare e ampliare in qualsiasi momento. Dettagli precisissimi e indicazioni atmosferiche da cui partire per sviluppare un racconto. I netsuke mi sembrano tanto più moderni di una statuetta di Ercole con la clava, che non potrà mai essere altro che un esempio di virtù eroica, un uomo divinizzato, o di un Davide con la testa di Golia, idem come sopra.

Carpe, polipi, balene, topi e scimmie, fabbri e pescatori dall’aria furba o lasciva, flautiste dai capelli fluttuanti, libellule che stanno per essere mangiate da una rana, bambini che giocano, donne che fanno la spesa: lo spettacolo della vita, polimorfo e multiverso, colto per dettagli che ne ancorano l’immanenza naturale si presta ad essere ampliato all’infinito da queste miniature. I netsuke sono incubatori di storie, il fatto che fossero originariamente concepiti come oggetti da portare sul proprio corpo, me li fa paragonare a quelle immagini iniziali su cui la mente torna a più riprese. Quelle stesse idee narrative che uno porta con sé continuamente prima che diventino un racconto compiuto, prima che risolvano l’energia che da loro si sprigiona in una storia che li contiene. Basta sfregarli fra le dita di una mano, come la lampada di Aladino, e sono certa che i netsuke potrebbero sprigionare un genio, ogni volta.