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Il ’68, la rivoluzione sessuale e due grandissimi scrittori: Updike e Roth

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31 maggio 2018

Una cittadina dal nome inventato, Tarbox, come ce ne sono tante a venti miglia da Boston, sulla costa ricca ed esclusiva del Maine, un gruppo di amici composto da famiglie con bambini, accanite partite di tennis e lunghi pomeriggi in spiaggia d’estate, sci d’inverno, e continue feste, al chiuso o all’aperto, anche durante la settimana, con molto alcol, molti balli e altrettanti flirt. Un anno memorabile per gli Stati Uniti, il 1963, che terminerà con l’uccisione del presidente democratico John Kennedy e il sogno di un cambiamento interrotto.

Questa l’ambientazione di Coppie, il lussureggiante romanzo che John Updike fece uscire nel 1968, e che ora ripubblicato da Einaudi Stile Libero a cinquant’anni dalla prima edizione, può essere riletto e apprezzato per la capacità dell’autore non solo di raccontare in presa diretta i sommovimenti relazionali e sociali che la cosiddetta rivoluzione sessuale innescava, ma anche come la letteratura non avrebbe più potuto da quel momento in poi parlare di sesso e morte, della pulsione che divide ogni individuo fra questi due poli, senza fare i conti anche con preservativi, diaframmi, pillole e aborti. Se nell’iconografia mondiale i tre giorni di concerto a Woodstock nel 1969, sono diventati per eccellenza il luogo della liberazione sessuale dalle convenzioni e restrizioni borghesi, e di una promiscuità vissuta all’insegna dello slogan peace and love, in realtà la riflessione sul nesso fra sessualità, potere e ruoli sociali era stata portata negli Stati Uniti da un emigrato austriaco, Wilhem Reich, allievo di Freud, autore del libro La rivoluzione sessuale (1936). Reich aveva in mente esperimenti di relazioni amorose e sessuali paritarie, come quelli che un gruppo di artisti provava sul Monte Verità ad Ascona in Svizzera negli anni trenta. Nel frattempo in America un fisiologo, Gregory Pincus, aveva inventato e messo in commercio a partire dal 1960 la pillola anticoncezionale e due sessuologi, William Masters e Virginia Johnson, andavano spiegando le differenze fra la sessualità maschile e quella femminile.

Updike in Coppie crea una piccola comunità di uomini e donne che, senza avere gli abiti degli hippie di qualche anno dopo, mettono ugualmente alla prova la tenuta del matrimonio borghese, le possibilità dell’adulterio e la scoperta del sesso come nuova religione. L’incipit del romanzo, nella stanza da letto di Piet e Angela Hanema, reduci da una delle tante feste alle quali partecipano, porge al lettore tutti i temi che saranno poi via via sviluppati: il sesso come luogo di conoscenza di sé nel confronto con l’altro, la famiglia come luogo ambiguo e coercitivo, il legame coniugale come frutto di compromesso, l’indicibilità e imprevedibilità del desiderio, il senso di colpa, l’artificialità della monogamia.

Piet Hanema è discendente di olandesi calvinisti, va in chiesa, e ripone nell’amore fisico per le donne una specie di trascendenza, allusa forse dal suo stesso cognome. Altrettanto allusivi sono i nomi delle due donne che ama, e fra le quali dovrà scegliere: la moglie Angela, come gli angeli bella e distante, e l’amante Foxy, come le volpi intelligente e sensuale. Nel mezzo, Piet non perde occasione per accoppiarsi con quasi tutte le donne che formano la disinvolta e articolata comunità di amici a Tarbox: la nevrotica Georgene, la dolce Bea, Jeanet dalle gambe abbronzate.

Piet non è tuttavia un moderno Casanova, né le mogli degli amici che lo cercano e si uniscono a lui in complicati, quanto prevedibili, giri di seduzione e gelosie, sono delle ingenue o frustrate casalinghe. Updike è abilissimo nel non farsi monopolizzare dal punto di vista maschile del suo personaggio e dà voce, viceversa, alle mille sfumature del desiderio femminile. Indaga e descrive, nella diversità dei personaggi, l’ampio spettro di emozioni che il sesso ingenera fra adulti consenzienti, emancipati, e liberi dalla preoccupazione di procreare, perché appartenenti alla prima generazione che beneficia di quello che viene definito: post-pill paradise. Nell’instabilità e reversibilità di questi rapporti clandestini, Updike è consapevole di avere a che fare con una sorta di iniziazione a un nuovo mondo, dove la madre di Foxy, messa al corrente delle cattive acque in cui si trova il matrimonio della figlia, reagisce chiedendole: “Ma riesci ad avere orgasmi?” E Piet può fare l’amore con Foxy incinta del marito, felice di poterne assecondare i desideri e le fantasie, a dispetto di tutta una letteratura sulla diminuzione del desiderio in gravidanza e relative proibizioni.

Le cose poi, com’è ovvio – dal momento che Updike è un maestro di realismo psicologico e non un utopista – si complicano. Foxy, poco dopo aver partorito, in seguito a un incontro sessualmente poco appagante con Piet in preda a sensi di colpa, rimane nuovamente incinta e deciderà di abortire con l’aiuto di un altro membro della combriccola, il dentista Freddy Thorne. In cambio Freddy avrà una notte di passione con Angela, da sempre sua intima confidente. Intrighi e adulteri verranno rivelati, così come verrà rivelato il dolore di Foxy che avrebbe voluto tenere il bambino concepito con Piet, e lo sconcerto di Angela che capisce di non aver mai avuto accesso a se stessa in tanti anni di vita coniugale. Dopo aver messo a nudo solitudini, viltà e attrazioni incoercibili, Updike termina il romanzo con un finale che solo in apparenza è un happy ending. “Gli Hanema ora vivono a Lexington dove, a poco a poco, tra gente uguale a loro, sono stati accettati come un’altra coppia”. Un’altra coppia formatasi dopo due rispettivi matrimoni rotti con il divorzio, all’epoca di recente introdotto negli Stati Uniti.

Updike è un acuto osservatore dei rituali sociali e lascia capire come il divorzio non possa essere visto come una forma di liberazione assoluta, bensì il mezzo per passare da un legame a un altro, in quella che può correre il rischio di diventare una coazione a ripetere. Intervistato sul finale, Updike disse che Piet cessava di essere un personaggio interessante dal momento in cui si pacificava in un nuovo assetto che in fondo ripeteva quello precedente, e assomigliava a quello di molta altra gente uguale a loro, alla nuova coppia Hanema.

Coppie è un romanzo che rende la novità nei rapporti amorosi e sessuali di una generazione, ma prefigura anche le conseguenze di lunga durata che ne sarebbero venute. I personaggi prismatici, le relazioni connotate in tutta la loro complessità, fanno sì che con il tocco ironico mai tragico sebbene profondo, che lo contraddistingue, Updike faccia riflettere sull’istituzione della famiglia e della monogamia, e prefiguri la fragilità di alcune conquiste che all’epoca sembravano imminenti, come la parità fra i sessi.

In un momento, come questo, di bilanci su quanto è sopravvissuto e quanto ha fallito della grande spinta vitalistica e innovatrice del ’68, Coppie è senz’altro un libro che sa reggere il confronto con l’oggi. In Italia è stato meno fortunato di un libro altrettanto esplicito nell’affrontare il sesso, Il lamento di Portnoy (1969) di Philip Roth, anche in ragione del fatto che la traduzione dell’opera di Updike si è frammentata fra varie case editrici, e solo di recente Stile Libero ha intrapreso l’edizione integrale della saga di Rabbit. Eppure l’umanità di Coppie è obiettivamente più variegata e polifonica rispetto all’ossessione fallocentrica del romanzo di Roth. A uno sguardo generale si potrebbe concordare con David Foster Wallace che definiva Roth e Updike, insieme a Mailer, con la sigla BMG, ossia Big Male Narcissists, scrittori talmente assorbiti dall’ascolto di se stessi, dei propri pensieri e fantasie da credere che tutto quello che passava per la loro testa fosse il mondo. A distanza, si può anche dire che quegli scrittori, ben prima che dell’autofiction diventasse un genere di moda, avevano escogitato potenti dispositivi letterari per trasformare il loro io in una lente attraverso cui ingrandire il mondo. Fernanda Pivano inserisce il Lamento di Portnoy fra i testi americani fondamentali per la libertà sessuale, ma in verità il quarto romanzo di Roth appare piuttosto una conferma parodica di tantissimi cliché, tra cui anche quelli sessuali, del gioco di ruoli e delle costrizioni imposte da una famiglia ebraica, con madre dominante, padre debole, insuperato complesso edipico, libido associata all’effrazione a tutti costi. Tanto che l’unico scacco del sessuomane Alex Portnoy avviene proprio con una ragazza israeliana, Noemi, paventata sosia della madre, l’unica capace di dirgli di no e metterlo letteralmente in ginocchio. Modello ben collaudato del maschio cresciuto in ambiente repressivo e incapace per il resto della propria vita di evolvere dalla dualità madre-puttana. In che cosa sarebbe dunque rivoluzionario il Lamento di Portnoy? Se vogliamo, la comicità è sempre sottilmente rivoluzionaria, e il romanzo di Roth ne è pieno, ma si tratta più di una postura, di un atteggiamento che è sfoggio di intelligenza, ironia e provocazione a un tempo. I contenuti di Roth rimangono all’interno di uno spettro antropologico noto, in fondo il lettore divertito dalle esagerazioni di Portnoy potrà sempre pensare che sia un maniaco. E forse per questo, a dispetto del tono e del linguaggio oltraggiosi, quello di Roth è un libro meno rivoluzionario, e meno corrosivo di tante certezze, di quanto sia Coppie, che spicca come il romanzo in cui il , maschile, occidentale e dominante di Updike viene allargato e coincide piuttosto con un noi che è perfettamente generazionale da un lato, e altrettanto universale dall’altro. Perché ciò che Updike mette in discussione, non è la famiglia ebraica o cattolica repressiva e le deformazioni che questa può causare nella crescita sessuale dell’individuo, ma la famiglia stessa basata sulla procreazione, il fondamento della monogamia, le ragioni inafferrabili del desiderio. E queste sono domande assai più scomode, e rivoluzionarie, con cui convivere.

Questo articolo è apparso su L’Epresso il 13 maggio 2018