Tag Archives: Daniela Brogi

Recensioni a “La notte ha la mia voce”

Giacomo Raccis (La Balena Bianca)
Eloisa Morra (L’indice dei libri del mese)
Edoardo Pittalis (Il Gazzettino)
Francesca Visentin (Corriere del Veneto)
Matteo Marchesini (Il Sole24Ore Domenica)
Cecilia Bello Minciacchi (Alias/il manifesto)
Giancarlo Visitilli (Repubblica.it Bari)
Sandro Invidia (La Ricerca)
Stefania Massari (Huffington Post)
Olga Stornello (La Sicilia)
Giulia Ciarapica (Chez Giulia)
Mario De Santis (Nazione Indiana)
Francesca Ottobre (Gli Amabili Libri)
Frederika Randall (Internazionale)
Alberto Cellotto (Librobreve)
Maria Anna Patti (Illibraio.it)
Valentina Fortichiari (Succede Oggi)
Marco Belpoliti (L’Espresso)
Daniela Brogi (Doppiozero)
Valentina Pigmei (Pagina 99)
Grazia Pili (L’Unione Sarda)
Caterina Bonvicini (La Repubblica)
Rossella Montemurro (Ilmiotg.it)
Annalena Benini (Il Foglio)
Alessandra Grandelis (La letteratura e noi)
Maria Rizzarelli (Arabeschi)

La presentazione del romanzo La notte ha la mia voce di Alessandra Sarchi (Einaudi Stile Libero, 2017) si trova nella sezione LIBRI. Altro materiale è disponibile nella sezione EXTRA.

Interviste

E altri materiali extra su Alessandra Sarchi:

  • L’isola deserta / Rai Radio 3 – Chiara Valerio
    Intervista ad Alessandra Sarchi (19 maggio 2019)
  • La Verità – Giancarlo Saran
    Intervista ad Alessandra Sarchi (9 agosto 2017)
  • Università per Stranieri di Siena – Daniela Brogi
    Intervista ad Alessandra Sarchi (12 maggio 2017)
  • Il Sabbatico / Rai News 24 – Alberto Melloni
    “L’anno che verrà”, intervista ad Alessandra Sarchi (30 dicembre 2016)
  • Periscritto.it – Marzia Tomasin
    “La scrittura non è un mestiere ma una vocazione e come tale va assecondata.”
    Intervista ad Alessandra Sarchi (14 dicembre 2016)
  • Cattedrale – Osservatorio sul racconto
    Nella sezione Meditazioni d’autore sull’arte di scrivere racconti potete leggere
    anche le meditazioni di Alessandra Sarchi (11 marzo 2015)
  • Il gattopardo – Zanichelli
    Andrea Tarabbia intervista Alessandra Sarchi per la casa editrice Zanichelli
    Si parla de Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: ascolta l’intervista
    (8 gennaio 2015)
  • L’estroverso – Sulla scrittura
    La scrittura è una ribellione che inizia da lontano

    di Alessandra Sarchi (L’estroverso, 6 dicembre 2014)
  • Vita da editor – Giovanni Turi
    Giovanni Turi intervista Alessandra Sarchi sul suo blog Vita da editor. 
    Leggi l’intervista (25 novembre 2014)
  • Vibrisse – La formazione della scrittrice
    Alessandra Sarchi inaugura “La formazione della scrittrice”, sezione del blog Vibrisse di Giulio Mozzi. Leggi il testo di Alessandra Sarchi (13 gennaio 2014)

Durezza e incanto

Immagine di una casa di campagna

3 giugno 2014

Qualche giorno fa ho visto il film Le meraviglie di Alice Rohrwacher. Daniela Brogi ne ha fatto una recensione molto puntuale e bella su Leparoleelecose, sottolineando come sia la terra fantasmatica dell’adolescenza il fulcro del racconto di Gelsomina, la giovane protagonista che vive in un casolare fra Toscana e Umbria, con la famiglia, tre sorelle madre e padre, più un bambino in affido e una compagna dei genitori. Per scelta ideologica il capofamiglia, di origine tedesca, ha deciso di darsi alla terra, all’apicoltura, creando un piccolo mondo di sussistenza, fragile e remoto rispetto al resto.

La mia infanzia e primissima adolescenza hanno avuto tanti punti in comune con quella di Gelsomina, visto che ho trascorso moltissimo tempo con i nonni materni che erano contadini, non per scelta, ma per nascita e necessità.

Dunque del film ho apprezzato molto il tono descrittivo delle attività manuali, dello stare con gli animali, con il tempo atmosferico, spesso subendolo, che è proprio di chi la campagna la vive come dimensione totale di vita, e non come luogo di evasione domenicale, come è diventata perlopiù, e per i più, oggi.

D’estate quando stavo più spesso coi nonni, conoscevo la scansione ferrea della loro giornata. Si alzavano alle 4 e mezza ogni mattina per mungere le mucche, portavano poi il latte al caseificio, pulivano la stalla, davano da mangiare alle galline e ai conigli e andavano nei campi dove c’era ora da seminare, ora da tagliare e trebbiare, ora da raccogliere. Si riposavano un’ora dopo pranzo, mentre io e mio fratello faticavamo a prendere sonno e spesso ridevamo senza ragione, sentendo i nonni russare dall’altra stanza, poi ricominciavano: di nuovo mungevano le mucche, raccoglievano le uova deposte dalle galline, pulivano il portico e la stalla, annaffiavano l’orto. Poi c’erano le varianti stagionali: la vendemmia, l’uccisione del maiale, la spalatura della neve in inverno, l’impagliatura delle sedie di cui mio nonno era un professionista. Mai un giorno di ferie, mai un momento in cui si potessero allontanare dalla casa perché dal loro lavoro e dalla loro presenza dipendevano altri animali, altre vite organiche di erba, di frutti, di coltivazioni. E la vita va accudita costantemente.

Era un’esistenza durissima, ma con una sua assolutezza e una sua giustifcazione inoppugnabile: tu devi esserci per dare da mangiare agli animali, tu devi esserci per tagliare l’erba del fosso, per irrigare i campi, per raccogliere il fieno e la legna, tutte queste mansioni avevano un senso, producevano risultati concreti.

C’era il latte, il formaggio, il miele, la cacca delle mucche e dei maiali, il foraggio, i conigli, le galline e le uova da mangiare, l’uva e gli altri frutti. Tutto questo era la vita che ti apparteneva, e prosciugava di fatica, ma non di senso: il senso era lì. Eri fra le cose, con le cose, eri fra gli animali e con gli animali. A volte penso che l’incanto di cui ancora mi scopro capace venga dagli anni passati a dare una funzione concreta ad azioni con le quali si stabiliva un rapporto con il mondo circostante: come non farsi beccare dalle galline quando davo loro da mangiare su richiesta della nonna, come riempire il cesto dell’uva più in fretta degli adulti, come sentirsi benissimo dopo una giornata in mezzo al sole dei campi, o, non potendo andare in piscina, immaginare che un prato allagato dai tubi d’irrigazione fosse un mare verde e con l’acqua bassa.

Quel mondo a un certo punto a me non bastava più, come forse non basta alla protagonista adolescente del film, e mi sento molto lontana dall’idealizzarlo. Lavorare la terra è fatica, allo stato puro. Però quell’infanzia è ancora un tesoro di cose assolute cui attingere, cose che erano la vita nella forma più espansa e forte che io abbia conosciuto.