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Diario

Labirinto

21 novembre 2018

Febbraio 2018, Bologna

Tanto vale dirlo subito: io con il fatto di tenere un diario ho sempre avuto qualche problema.

Mi ci sono messa a più riprese, specie fra i dieci e i quindici anni, accumulando una tale dose d’insoddisfazione da scoraggiarmi per il seguito a riprovarci, o quasi.

Mi sentivo goffa e innaturale a scrivere ‘caro diario’, non sapendo chi fosse questo ‘tu’ al quale mi rivolgevo, e trovavo insulsi gli elenchi di cose fatte, di avvenimenti, di persone viste con cui riempivo le pagine. Mi è capitato di ritrovarne uno con una copertina di velluto rosso, custodito in un armadio a casa di mia madre: si vede che mi stancavo facilmente ad annotare la quotidianità per quello che era, molte pagine si interrompono con dei disegni. Frustrata, perché non riuscivo a rendere con le parole l’incalzare della vita o il suo noioso ripetersi, viravo sul disegno un’espressività confusa, velleitaria e combustiva come la mia adolescenza.

Anche dei disegni ero tutt’altro che contenta per quanto, a rivederli adesso, mi appaiano più sinceri, forse perché meno ambiziosi. Con le parole era da tempo iniziata un’altra storia, un innamoramento che richiedeva di essere all’altezza, e io non mi sentivo mai all’altezza. Sia delle parole, delle frasi piene di significato che scoprivo nei libri, sia della vita stessa. Anzi, di quest’ultima soprattutto. Le mie parole rimanevano sempre nane per tutto quello che chiamiamo vivere.

Da adulta, quando nacque mia figlia, scrissi per un po’ con le modalità del diario, o forse volevano essere lettere di un epistolario. Era tutto così unico e potente che trascriverlo s’imponeva come una necessità fisica. Ma anche quello si rivelò un tentativo fallimentare. Non c’era verso di piegare la mia esperienza alla forma diaristica, ne venne fuori, diversi anni dopo, un racconto che ovviamente non era la storia della nascita di mia figlia o dei suoi primi mesi, eppure c’era molto di più il senso di un vissuto lì, in una storia inventata per tre quarti, che nelle pagine alle quali avevo cercato di affidare un pezzo di vita. Che dissidio angoscioso fra l’esistenza e la pagina scritta, soprattutto se mi ci mettevo di mezzo io. L’io, quell’ingombro prezioso che la letteratura a volte maltratta o, più spesso, innalza a certe glorie mitopoietiche, che con ogni evidenza non facevano per me, anche se a scrivere ci pensavo di continuo.

Non era finita lì ovviamente, come con tutte le cose alle quali ci annodiamo, con la faccenda del diario. Dopo un grave incidente d’auto che mi ha tolto l’uso delle gambe, mentre cercavo di descrivere al neurologo dell’unità spinale in cui ero ricoverata l’inferno di sensazioni che mi venivano da un corpo alienato e divenuto all’improvviso inconoscibile, mi propose di tenere un diario delle percezioni giornaliere e di darne una valutazione in base all’intensità, con una scala da uno a dieci. Storsi il naso, ma accettai, per disperazione più che altro, e per gratitudine per quel medico colto e sensibile che capiva la fame di parole che avevo. Ogni giorno, per aiutarmi a perimetrare quello che sentivo, mi somministrava una piccola lezione sulle deafferentazioni, ovvero la soppressione degli impulsi nervosi fra cervello e nervi periferici che, in seguito alla lesione midollare subita, era la causa delle parestesie, diffuse dalla cintura in giù, cioè dalla mia undicesima vertebra, maciullata dentro un fosso padano in mezzo all’erba unta di smog. Con un po’ di parole nuove in testa tipo assoni, motoneuroni e via dicendo, mi calmavo, almeno fino a mezzogiorno.

Non che nutrissi grandi speranze riguardo all’efficacia del diario, anzi ero abbastanza sicura che pure con l’aiuto dei numeri non sarei riuscita a rendere in maniera attendibile i dolori, i soprassalti, le scariche elettriche che mi attraversavano di continuo e contro le quali antidolorifici e antiepilettici erano poco più che acqua fresca. Mi ripromisi comunque di aggiungere alla valutazione dell’intensità dei dolori qualche descrizione che fosse più prossima e dettagliata.

Dopo dieci giorni, il diario era una sequenza di valutazioni fra otto e nove, con annotazioni che anche a distanza di poche ore da quando erano state scritte mi apparivano arcane: 25 maggio, dolore 9. Una spazzola per capelli, di quelle con i denti di ferro, striscia sulla parte anteriore delle mie gambe, cosce e polpacci. Il bacino è una vasca a perdere. 26 maggio, dolore 8,5. Perché le mie gambe sono piene di formiche che rodono e rodono? 28 maggio, dolore 8, appena un po’ meglio dopo la fisioterapia, ma è tutto il giorno che sono convinta di avere il coccige sudato, mi tocco e verifico, ma niente. Eppure, una ghiacciaia in fondo alla schiena. 29 maggio, dolore 7/8. Vuoto attraversato da lampi. Poi arriva l’ondata melmosa del miorilassante. Lioresal. Fango fino allo stomaco.

E via di seguito così.

Ricordo che lessi alcune di queste descrizioni al neurologo colto, sensibile e paziente che capiva la mia fame di parole e la mia ansia di trovare metafore per ciò per cui sapeva che non esistevano mai definizioni esatte, o quelle che c’erano erano insufficienti. Mi ascoltò e mi disse che il cervello, con il tempo si sarebbe abituato, avrebbe riscostruito uno schema corporeo per quelle parti che non muovevo più e sulle quali avevo perso anche la sensibilità. In un certo senso, e molto alla lunga, aveva ragione. In ogni caso i suoi occhi neri e lucenti, la barba corta e bianca, che s’increspava in qualche sorriso fugace, sono i pochi luoghi accoglienti in cui so di aver riversato lo smarrimento senza quartiere di quei mesi. Quanto al diario, non c’è bisogno di dirlo, lo mollai dopo quei dieci o quindici giorni in cui mi ero impegnata, col neurologo, più che con me stessa.

Quindi, cari amici di Nuovi Argomenti, lettori e redattori, io non sono così sicura che affidarmi questo compito sia stata una buona idea. Non garantisco. Anzi temo che, ben prima di arrivare alla fine dell’impresa, queste pagine avranno preso una piega strana e che i giorni, le cose, il tempo si saranno rifiutati per l’ennesima volta di entrare per quello che sono nelle mie parole, e allora portate pazienza, se nel bel mezzo di una lettura che avevate cominciato come un diario vi ritroverete da un’altra parte.

Imputatelo pure a una mia certa incapacità di stare dentro le cose per quello che sono senza scavarle, guardarle da una prospettiva che non sia solo la mia, sdoppiarle e moltiplicarle; che poi a pensarci è forse una delle ragioni principali che mi spingono a scrivere romanzi, e a immaginare molto più di quello che succede.

 

20 febbraio 2018, Bologna

Avrei dovuto subodorare che accettando la proposta di tenere un diario sarebbe arrivata una qualche coincidenza di malattie e ospedali. E infatti. Oggi dopo aver rimandato varie volte, e dopo aver provato con tutti i rimedi soliti, mi sono decisa ad andare dal medico. L’accentuarsi della colite e dei disturbi gastrointestinali, che da gennaio non mi hanno dato requie, a detta sua richiede un esame diagnostico. In fondo sono quattro anni che non fai un’endoscopia. Mi dice, come se fosse il tagliando per la macchina. Dopo la visita, chiamo direttamente il reparto ospedaliero per prenotare e, con mia grande sorpresa, mi danno appuntamento per il 3 di marzo, si è liberato un posto proprio ora, con una disdetta. Ho solo otto giorni per congetturare le cose peggiori. Otto notti in cui convivere con l’ansia. Temevo ben di più. Attraverso la piazza dove la fontana è spenta ma nella vasca si è raccolta molta acqua che, in realtà, è neve sciolta. Forma uno specchio nero e quasi immobile. Mi sporgo e vedo la mia sagoma contornata dai rami chiazzati e spogli dei platani. Non ho poi una brutta cera, tutto sommato. Considerato che è inverno, che non nuoto da tre mesi, e che non ho nessuna ragione per essere particolarmente allegra o sorridente.

A pranzo avevo appuntamento con Bettina, venuta in treno da Reggio. L’inverno è decisamente la sua stagione. Bionda e rosea, ha la pelle tesa e fresca come un bambino. E diventa ancora più rosea quando entriamo in un posto riscaldato per mangiare. Una specie di Caesar salad, lei, gnocchetti al pomodoro, io. È un posto affollato e anche piuttosto rumoroso. Ma questo non scoraggia le nostre chiacchiere. Parliamo di lirici greci che Bettina spiega ai suoi studenti di liceo e di amore, insomma di una relazione amorosa. Il tutto è un po’ kitsch, forse. Non lo so. Anche i greci antichi avranno parlato di amore fra di loro e chissà in quali termini. Forse con le parole del mito, mentre noi usiamo quelle della psicologia. Comunque, c’è sempre dell’affanno. All’ultimo gnocchetto avverto quelle spiacevoli contorsioni della pancia che mi perseguitano. Mi sento l’ospite di una vita che non conosco, che avviene a livello cellulare, nel dialogo fra gli organi interni che mi esclude e che mi sopravanza di gran lunga.

 

22 febbraio 2018, Bologna

Continua a nevicare, poi piove, la neve si scioglie ma subito dopo nevica di nuovo, va avanti così dall’inizio del mese. Sembra di stare dentro a quelle sfere trasparenti, con i trucioli di neve finta, fatti di polistirolo: la mano di qualcuno continua ad agitare e giù con la neve. Il ripetersi di questo scenario accentua certi pensieri fissi: il mio mal di pancia e tutto quello che può starci dietro, l’impasse politica che presagisco dopo le imminenti elezioni, le ragazze trucidate a Milano e Macerata. Rimbalzo da un pensiero all’altro, faccio ricerche su internet, mi faccio traviare dalla lettura di pessimi articoli di cronaca, sondaggi, diagnosi mediche. C’è un collegamento fra queste ossessioni?

A dire il vero no. Se non un senso di impotenza contro cui la razionalità può ben poco. E all’impotenza si accompagna l’estraneità. Perché devo addomesticare il luogo dove abito, il mio corpo, sempre pronto a farmi qualche scherzo? Perché andrò a votare una sinistra che non mi rappresenta e che – ci potrei giurare – perderà? Perché le donne sono così spesso trattate come Barbie da fare a pezzi? E poi vilipese sui giornali: oche, sciocchine.

Alla ragazza di Macerata mancava il cuore, non era con il resto dei pezzi nelle due valigie; la mafia nigeriana, ben presente in Italia, pare gestisca un traffico di organi. Gli autori di quello scempio erano nigeriani. La ragazza di Milano era ospite di un uomo già noto per aver adescato ragazzine. C’è un prima in queste storie. Altro che oche o sciocchine. Certo, le parole fanno anche le cose. Ma prima, quando doveva esserci una rete di servizi e di umanità che poteva salvare queste ragazze, in quel prima come ci si arriva, coi fatti o con le parole?

Allo stesso modo, io faccio yoga per calmare la mia pancia, e respiro meglio e mi rilasso. Ma prima, quando e perché il mio corpo se ne va per i fatti suoi, subisce e patisce, senza che io riesca a farci un granché? Quanto alla politica, le parole sembrano non avere più nessuna presa, scollate come sono dai fatti. A volte tolgo l’audio ai discorsi in televisione di Renzi o Salvini, mi concentro sulla mimica facciale e quella delle mani. Non ci vuole un genio della fisiognomica per capire che mentono. Eppure, quanta forza in queste menzogne.

A fine giornata mi domando cosa spinse Rimbaud a mollare tutto e a partire avventuriero per l’Africa. La sfiducia nelle parole?

 

28 febbraio 2018, Bologna Verona

Nevica di nuovo, grossi fiocchi che sembrano fazzoletti. Parto per Verona dove ho un incontro al Circolo dei Lettori. Arrivo a fine pomeriggio, è già quasi buio e freddissimo. La bellezza marmorea di questa città è perfino più inscalfibile di notte. Non è solo l’arena con il suo cerchio panciuto, ma sono gli archi, le pietre sopravvissute dell’antica colonia romana ad avere una forza che produce contrasto e si accresce a contatto con l’architettura gentile e ricamata del Gotico. L’incontro fa parte di un ciclo che s’intitola “La cura sono io”. Mentre rispondo alle domande, sento come una specie di rimprovero da parte della mia pancia, come se non la stessi raccontando giusta.

Il dialogo con il pubblico invece mi conforta, stiamo scambiando qualcosa. Poco a poco la pancia s’acquieta. Non esistono solo le sue ragioni.

Dopo l’incontro, mi portano a mangiare in una pizzeria dove fanno diversi tipi di pasta e di guarnizioni creative. Optiamo per la soluzione degli assaggi, per non perderci nulla, ed è tutto molto buono. Valeria, direttrice del Circolo dei lettori, conclude che questa però non è pizza. Le do ragione. Ma se non è pizza, cos’è? Focaccia. Quelle che abbiamo mangiato stasera sono deliziose focacce farcite con gli ingredienti che vanno di moda adesso: pesto di rucola, avocado e alici, zucca e formaggio.

Quando finalmente realizzo questa cosa delle focacce, ci tengo a dirlo a Valeria. Non è che si possa vivere in una continua mistificazione delle cose.

 

1 marzo, Verona Bergamo

Mi sveglio in albergo, e nevica sempre. Accendo la televisione, cosa che non faccio mai a casa, ma in viaggio sì. Davvero strano, rifletto, come se avessi bisogno di sentire il rumore del mondo. Ascolto per una decina di minuti un programma in cui si parla della ragazza di Milano accoltellata dal tranviere. Majorino rilascia una breve intervista e dice, fra le altre cose, che il Comune pagherà funerali e sepoltura. Aveva un padre e una madre, ai quali era stata sottratta dai servizi sociali, per poi essere cresciuta in varie comunità, come il fratello, del resto, che ha solo un anno meno di lei. Scendo a fare colazione rimuginando su questi fatti e mi domando quanti altri italiani lo stiano facendo, e se sia voluto che un servizio del genere vada in onda alle otto del mattino, mentre molti hanno appena lasciato il sonno e stanno facendo colazione.

Mi domando se anche con il corpo avviene che una parte, la più debole, accumuli in solitudine anni di malessere e infelicità per poi esplodere e per quale ragione il resto dei tessuti non intervenga prima della degenerazione, o se queste cose avvengano all’improvviso, senza che ci si possa fare nulla. Non che io creda che abbia molto senso continuare a sovrapporre le cose come sto facendo, ma è la passività a spaventarmi: passivamente prendo atto dei malfunzionamenti di parti di me, e passivamente assorbo notizie dal mondo, che siano ammazzamenti o slogan elettorali.

A Bergamo dove arriviamo dopo un’ora di macchina, sempre sotto una neve fitta e bagnata, decidiamo di avventurarci nella città vecchia che è bellissima e costruita come una serie di cerchi concentrici, di fortificazioni e porte. Le porte sembrano di epoca settecentesca e napoleonica, ma alcune devono essere preesistenti, si aprono su piazze che danno respiro, mentre le strade si fanno via via più strette mano a mano che ci si avvicina al duomo. Parcheggiamo su un’erta con il ciottolato per entrare in S. Maria maggiore. Ciottoli e neve sono una maledizione per le ruote della sedia, Sergio decide che è meglio andare all’indietro, così evito anche di spaventarmi per la pendenza, chiudo gli occhi e ascolto il crepitio della neve schiacciata. Nonostante il disagio e il freddo, è bellissimo. Così entro in chiesa con le ruote tutte piene di neve che si stacca a blocchi, girovagando fra le cappelle. Dentro la temperatura è quasi uguale a quella di fuori, si gela. Riprendiamo la macchina anche se il tratto è breve, si tratta di girare intorno alla cattedrale per arrivare sul lato della cappella Colleoni. Lascio che Sergio scenda armato di macchina fotografica, io mi accontento di guardare, stando in auto, la facciata che è un pizzo di marmo rosa e bianco avvolto da una bufera di neve. Ho voglia di rientrare in albergo, scaldarmi e prepararmi per l’incontro del pomeriggio, che è con un gruppo di lettura e una parte della giuria del premio di cui sono finalista.

Avevo già sperimentato l’efficienza dei bergamaschi un mese fa, quando ero stata invitata al festival Presente Prossimo e anche stasera non mi hanno deluso. Alla biblioteca Tiraboschi, nonostante il tempo da lupi, c’erano almeno una settantina di persone, e la cena con gli organizzatori e sostenitori del premio è stata molto divertente. Flavia, la segretaria, è una donna di grande spirito. Negli anni ha raccolto aneddoti sugli scrittori da farci un album illustrato: ascoltarla mi fa ricordare che appartengo a una categoria capricciosa, per quanto attraente, come certi uccellini esotici che uno può aver voglia di allevare, ma che si rivelano delle vere e proprie seccature perché hanno sempre qualcosa che non va, ora il cibo, ora la temperatura, ora la luce.

 

2 marzo 2018, Bergamo

L’organizzazione del premio prevede che oggi incontri tre classi di liceo.

Mi sono svegliata in preda al panico, pensando che domani ho l’esame da fare, poi a colazione mi sono distratta ascoltando i discorsi di una coppia nel tavolo di fianco, non stanno insieme sono colleghi di lavoro in trasferta. Lei è giovane, trantacinque anni su per giù, lui una cinquantina. Lei dice che si addormenta sempre quando viaggia, in treno e in aereo. Comunque sia, alle sette e mezza è truccata di tutto punto e ha già finito due kiwi e bevuto tre tazze di caffè: l’efficienza di chi dorme bene, mi dico, covando la solita invidia dell’insonne.

Niente televisione stamattina. Non c’è tempo. Nevica ancora e alle nove mi aspettano in un liceo scientifico. Parlare davanti agli adolescenti è una cosa che mi fa sentire messa alla prova. Conosco la diffidenza, la sterminata ingenuità, le sterzate improvvise di questa età feroce. Mia figlia avrà diciotto anni alla fine di maggio. L’incontro si svolge in un auditorium che è troppo grande per poter essere scaldato e così siamo tutti incappucciati con piumini e sciarpe. I ragazzi sono più audaci delle ragazze, su alcuni volti aleggia uno stordimento ormonale che mi sembra difficile scuotere, su altri una curiosità impertinente che non mi dispiace. Ci rimangono male quando dico che è molto difficile mantenersi scrivendo libri, e che in genere per campare si fanno mille altre cose legate all’editoria, oppure proprio un altro mestiere. Com’è dura a morire la leggenda dell’artista! Hanno letto un mio racconto, presente in un’antologia curata da Filippo Tuena. Ricostruivo l’incontro fra Bob Dylan e Scarlett Rivera, la violinista che lo accompagna nell’album Desire. Hanno capito che in ballo c’è una svolta del destino e che Scarlett poteva anche solo per un soffio non incontrare affatto Dylan. Una carriera costruita su un evento del tutto fortuito e casuale li affascina e li spaventa. Meno male, penso. Quando suona la campanella e il nostro incontro finisce, per loro è la ricreazione, non fanno in tempo ad aprire la porta che dà verso l’esterno che una serie di palle di neve si abbatte, sono i compagni che li aspettano fuori. Che bello avere sedici anni e la neve in mano!

Il ritorno da Bergamo a Bologna è un’odissea che dura quasi cinque ore, molti tratti dell’autostrada sono chiusi per quello che alla radio chiamano il gelicidio, nevica, tira vento a raffiche, e sembra di essere in Siberia. A Sergio diventano gli occhi rossi nello sforzo di stare concentrato sulla guida. Tutto è bianco e grigio, e adesso non ho più niente a cui pensare se non l’esame di domani. A dire il vero ci sarebbe il libro che devo finire, ma in questo momento Calvino, Volponi, Moravia e tutti gli altri mi sembrano lontani come stelle nel cielo invernale.

 

3 marzo 2018, Bologna

Entro in ospedale felice di sottrarmi alle raffiche di vento gelato. C’è una marea di gente in attesa, ma non si capisce se debbano fare la gastroscopia, la colonscopia o che altro. Però è davvero una ressa. La solita maleducazione italiana: se non sei abituato al rispetto delle leggi, non lo fai tu per primo e pretendi connivenza, lamento condiviso. Imprecazioni contro gli infermieri e i dottori, qualcuno sostiene che non è vero che una delle macchine si è rotta e per questo c’è così tanta fila.

Detesto situazioni del genere, mi fanno rinnegare la mia nazionalità e perfino la mia lingua piegata a così tante infamie. Il fatto di essere ammalati, o bisognosi, non dà il diritto a nessuno di presumere la maggior fortuna, o peggio, la malafede altrui. Comunque, c’è un vantaggio ad avere sempre una propria sedia sotto il culo: ti metti a leggere dove ti pare. E così mi isolo tuffandomi ne Il lanciatore di giavellotto di Volponi, che sto rileggendo a dire il vero, la prima volta lo lessi all’università. Su Volponi devo preparare un seminario al Gabinetto Vieusseux di Firenze per aprile, ma ci lavoro da un pezzo, siccome è un capitolo importante del libro temerario che sto scrivendo. Il libro temerario, ormai lo spaccio a tutti così. Perfino a me stessa.

Leggo per dieci minuti.

Fascismo, cazzi duri a destra e sinistra, voyeurismo, dolore e dolore insomma per quanto sia splendido Il lanciatore di giavellotto non è proprio la lettura che mi ci voleva. Cerco allora di visualizzare il peggior esito possibile dell’esame, la necessità di un intervento, la forza con cui mi dovrò preparare al prima e al dopo, quando finalmente l’infermiera mi chiama. Ad eseguire l’esame è lo stesso medico che già mi ha visitato in passato e questo mi scalda il cuore. Mentre mi spoglio ho la certezza irrazionale che non sarà niente di grave. Il dottore mi dà un buffetto e mentre mi infila la sonda mi stringe una spalla, quasi un massaggio. Bisogna essere dotati di autentica empatia e di garbo per fare un gesto così, ci vuole così poco a diventare inopportuni. L’esame dura poco e io riesco a non pensare a quasi niente, ogni tanto sbircio le immagini sul monitor che mi fanno lo stesso effetto della voce che raccontava l’ingresso di Aladino nella grotta magica, nelle fiabe registrate che ascoltavo da piccola: terrore e meraviglia.

Quando sono già rivestita e ho riguadagnato la mia sedia a rotelle, il medico mi dice che il prolasso non è peggiorato, che i miei disturbi si possono curare con una terapia che mi illustra e prescrive. Allora non c’è bisogno di intervenire? chiedo per assicurarmi fino in fondo. Il dottore mi sorride e dice: no. Io poi a lei risparmierei qualsiasi altra cosa finché possibile, visto quello che deve avere passato.

Lo ringrazio e lo saluto, sorrido sulla porta. Mentre percorro il lunghissimo corridoio per arrivare all’ascensore penso a quello che mi ha detto, a quanto conti per me che un medico una volta tanto faccia lo sforzo di immaginare – non ci vuole molto facendo quel mestiere – cosa voglia dire essere sopravvissuta nelle mie condizioni, a un intervento durato più di dieci ore, alla duplice trasfusione, alle mille complicanze avute in seguito, alla minorità cui si viene consegnati. L’immaginazione non è solo un fatto individuale, unisce le persone. Anche per questo è una forza grandissima. Se tutti si esercitassero almeno due minuti al giorno.

 

4 marzo 2018, Bologna

Il giorno del mio quarantasettesimo compleanno coincide anche con quello di queste temute elezioni politiche. Tra l’altro, è il primo compleanno che ricordi con un freddo così cattivo e tanta neve. Andiamo ai seggi con una certa mestizia, il nostro seggio non conta – credo – nella media nazionale, siamo in una roccaforte, a mezzogiorno abbiamo già superato il 50% di affluenza e la sinistra non ha rivali, per quanto il M5S non sia messo male.

Pranziamo in un ristorante giapponese che mi piace molto, anche se il padre di Sergio, chiacchierando con i cuochi, scopre che sono tutti cinesi. Usciamo commentando che al giorno d’oggi è tutta una contraffazione. Mi ritornano in mente le pizze-focacce di Verona. Però abbiamo mangiato a quattro palmenti ed era tutto molto buono. Io e Matilde ci siamo pure rimpinzate di un mango a testa, che di per sé sarebbe già mezzo pasto, e per noi era solo il dessert.

Per ingannare l’attesa del risultato elettorale andiamo al cinema. Ma anziché Il filo nascosto per cui c’è troppa coda, ci tocca Lady Bird, che è carino, ma forse non è esattamente quello che avremmo voluto vedere.

A casa riprendo in mano Il lanciatore di giavellotto, pensando all’archetipo di una virilità tutta muscoli, repressione e fallocentrisimo, sulla quale Volponi e Morante hanno scritto due romanzi di fallita iniziazione ai sentimenti e al sesso, Il lanciatore e Aracoeli, che sono fra le cose più vere e strazianti del nostro Novecento. Romanzi usciti all’inizio dei gaudenti anni ottanta, non sarà un caso. Questa virilità, che non ha mai superato il complesso edipico, che nega il femminile e divide brutalmente le donne in madri idealizzate e puttane, è traghettata dal fascismo a oggi, se ne può ridere solo quando Antonio Albanese la cala nel luridissimo Cetto Laqualunque, per il resto si porta dietro una scia di dolore insopportabile.

I primi exit poll sono sconfortanti, vado a letto con il mal di pancia e stavolta so da dove viene. Corpo e mente hanno un loro accordo, paradossalmente, sulle questioni politiche.

 

5 marzo 2018, Milano

Prendo il treno alle 17,00 per Milano. Proprio mentre Renzi dovrebbe pronunciarsi pubblicamente sulla sconfitta, chiamiamola pure batosta, del Pd.

Fa freddissimo e non so cosa aspettarmi da questa cerimonia di premiazione al Teatro Manzoni. Il premio è dedicato alla memoria di Wondy, la giornalista Francesca del Rosso, e alla letteratura resiliente.

Durante la serata si sprecano le battute sul baraccone elettorale che non sembra ancora finito e sull’ingovernabilità del paese che si profila. Mi viene assegnato il premio della giuria, e ne sono contenta, ma la cosa più emozionante è che ho conosciuto Roberto Bolle e l’ho avuto di fianco per una bella oretta, in modo da deliziarmi della sua pelle diafana, così pura da sembrare trasparente e attraversata da luce, le lunghe mani che si tormenta, i piedi altrettanto lunghi. Anche nel suo respiro c’è il ritmo della danza che gli ha modellato il corpo, i gesti. Ci ripenso prima di addormentarmi e mi dà conforto.

 

26 marzo 2018, Bologna

L’ultima nevicata risale solo a una settimana fa, e forse ora finalmente abbiamo finito con l’inverno. Le gemme sugli alberi da frutto sono ancora chiuse e l’erba è slavata e ammaccata per il tanto carico di neve. Ho passato venti giorni a scrivere e studiare, venti giorni in cui non succedeva assolutamente nulla, non si formava nemmeno il governo, il mio mal di pancia attraversava fasi di latenza per poi ritornare tale e quale. Nulla di memorabile e una stagione che sembrava bloccata.

Ieri è entrata in vigore l’ora solare, e così alle sette di sera di oggi ero con Andrea in un bar affacciato su Piazza Verdi a bere uno spritz e c’era ancora tantissima luce, sul fianco del teatro comunale e sugli alberi. Alcuni studenti del suo corso di scrittura creativa, per il quale ho tenuto una lezione sul romanzo, ci hanno raggiunto. Avevano ancora molte domande. Nel locale la musica era fortissima, le loro voci piene di accenti regionali, si faceva fatica a parlarsi senza ripetere domande e risposte. A un certo punto gli studenti hanno cominciato a parlare di cose loro, e sono tornati giovanissimi e fin troppo vivi. Io continuavo a guardare fuori dalla vetrata grata per tutto quel chiaro, finalmente. Andrea mi ha detto: non ti sei accorta che quella ragazza si era innamorata di te?

Ho riso, dicendogli che romanzava. Ma all’uscita dal bar, mentre attraversavamo la piazza dove un sacco di gente faceva un sacco di cose – mangiare, essere seduta per terra, bere, cantare, suonare, parlare, fumare delle canne, limonare – mi è venuta in mente una frase della mia amica californiana Rachel “When spring comes in Bologna it’s all about sex”.

E così ho pensato che forse è tornata davvero Persefone dall’Ade e si può ricominciare a vivere.

 

2 aprile 2018, Bologna

In piazza S. Domenico io e Chiara guardiamo la fiancata della chiesa, tutta rosa e bianco, e chiacchieriamo. A pochi metri da noi una signora russa, una badante dico io, sta a gambe aperte seduta per terra, fuma e ha una bottiglia di birra in mano. Passano turisti, soffia un po’ di vento e l’aria è morbida. Arrivata la primavera, Bologna cede allo struggimento di chi ha patito una lunghissima lontananza, dal sole, dalla luce, dall’amore.

Ho capito finalmente cosa mi ha tenuto sempre lontana dallo scrivere un diario: la convinzione che quello che mi capita sia del tutto irrilevante, o meglio che possa avere un qualche senso solo se messo in relazione ad altri milioni di cose che accadono ogni istante nel cosmo e collidono o si tengono a distanza, ma fanno comunque parte del tempo che ci contiene, che è l’unico vero soggetto della scrittura. Allora forse per scrivere un diario bisogna abbandonarsi al tempo che passa, accettare l’insignificanza e andare avanti.

Anche di insignificanza bisognerebbe fare almeno cinque minuti di esercizio al giorno.

Ma torniamo alla primavera e allo struggimento. Oggi ho trovato questa frase di Gianni Celati, in uno dei suoi libri che amo di più, Quattro novelle sulle apparenze: “Nel nostro essere perduti noi aspettiamo che gli altri ci trovino, perché solo loro possono trovarci in tutto l’universo.”

È quello che mi auguro ogni giorno, di essere trovata, è quello che auguro a ogni essere vivente, a ogni lettore di queste pagine.

(Questo Diario è uscito sul numero 82 della rivista “Nuovi Argomenti”, 2018)

 

La nuotatrice

La terra si era ristretta e screpolata dentro il vaso, le foglie del geranio cominciavano ad essere gialle. C’era proprio bisogno d’acqua. Federica prese l’annaffiatoio di plastica e lo riempì al rubinetto della cucina, versando l’acqua nel vaso notò che la terra gorgogliava, faceva le bolle più o meno come quando lei si dissetava dopo un pomeriggio di giochi all’aperto. Se la beve di gusto – pensò – e le venne un’improvvisa voglia di Coca Cola. Un paio di formiche un tarlo e un lombrico si stavano arrampicando sui bordi per sfuggire all’alluvione, acquattata sul fondo immobile e goduta stava invece una lucertola. Federica scostò una foglia per vederla meglio: due buchi laterali, poco dietro gli occhi si aprivano e chiudevano come membrane acquatiche o branchie, la pelle della bestia era diventata ancora più lucida e cangiante del solito, particelle di verde e di azzurro fluttuavano sul dorso. – Fa il bagno – e vincendo l’atavica repulsione per i rettili pensò che era bellissima. Mentre lo pensava la mano di sua sorella afferrò la bestia e la sollevò in aria tenendola per la coda; bastò farla roteare una volta e mezzo per troncargliela.
– Guarda –. Sua sorella teneva il moncone tra le dita, Federica ebbe paura che volesse tirarglielo in faccia, invece lo lasciò cadere sul cemento grigio. La coda continuava a muoversi, svirgolettando a destra e sinistra. Uno strazio.
Federica si girò a cercare il resto della bestia. Il corpo mozzo caduto di pancia di fianco al vaso del geranio era fermo, con le pupille rettili dilatate e un movimento dell’addome che sembrava umano.
– Tanto poi gli ricresce, la coda – fece sua sorella alzando le spalle.
Federica si piegò sulle gambe a terra, portando il palmo piatto della mano verso la lucertola. Se evitava di guardarla forse le avrebbe fatto meno schifo e sarebbe riuscita a riportarla a casa sua, dentro il vaso. Sua sorella fu più rapida, con un piede raggiunse la lucertola colpendola, poi la prese in mano, se la tenne vicino agli occhi per scrutarla ben bene e sparì in cucina con l’animale. Due minuti dopo uscì con un pentolino fumante in mano. Lo abbassò per farne vedere il contenuto a sua sorella: dentro galleggiava la lucertola, la pancia bianca le zampe allargate a stella, amputata e cotta nell’acqua bollente.
Federica si ricordò della coda, che fine aveva fatto? Muovendosi sul cemento poteva raggiungere l’erba, e lì magari si sarebbe trasformata di nuovo in lucertola crescendo giorno per giorno un pezzetto. Guardò per terra ma il moncone era sparito. All’improvviso non aveva più voglia di stare fuori, meglio andare a cercarsi un biscotto e guardare i cartoni animati. Vide la mamma avanzare dalla porta della cucina, squadrare sua sorella e il pentolino con la lucertola morta, sembrò triste poi solo arrabbiata, con un gesto secco disarmò sua sorella, gettò il contenuto del pentolino sul prato e disse: – Fila in casa, e per oggi niente tivù.
Federica si domandò se la coda sarebbe andata alla ricerca del resto della lucertola e cosa ne avrebbe fatto se mai si fossero incontrate. Nei giorni seguenti cercò entrambe, senza successo. Dal banco di scuola spiava lucertole quando sostavano nello spazio del davanzale avide di caldo, in effetti molte sembravano aver subito un’amputazione di un certo segmento della coda che poi era ricresciuto, portavano una specie di cicatrice nel punto in cui era avvenuto, una piccola irregolarità nella pigmentazione verdastra. Voleva farsi assegnare la lucertola come tema per la ricerca di Scienze, ma le era toccato il cavallo; non aveva protestato né con la maestra né con i compagni di classe, all’epoca godeva la fama di bambina ragionevole e paziente, soprattutto a paragone della sorella irrimediabilmente votata alla protervia e al tormento del prossimo.
Il mondo era in continua trasformazione e fermo, nella regione a parte dell’infanzia. Le cose si rompevano, spesso erano le azioni degli umani a creare queste rotture, eppure Federica era fiduciosa che le cose si riaggiustassero, o trovassero il modo di ricrescere come l’erba del prato che suo padre era sempre stanco di falciare perché ricresceva di continuo. A qualcuno era stato tagliato un orecchio che era stato poi recapitato dentro un sacchetto di plastica, l’avevano sentito al telegiornale prima di cena. A letto, nel buio della loro stanza comune, Federica aveva sostenuto che si sarebbe riattaccato, sua sorella invece la pensava diversamente.
– E le lucertole, allora?
Sua sorella aveva riso di scherno: – Ma tu credi proprio a tutto quello che uno ti dice?

Da una certa età in poi Federica ha raccontato queste storie in numerose occasioni, ai suoi amici e fidanzati. Ha sempre avuto l’impressione che spiegassero bene il rapporto con la sorella e, in un certo senso, la sua attitudine alla vita. Paolo, che vive con lei da cinque anni, le conosce a memoria in tutte le possibili varianti.
Il giorno in cui a Federica viene annunciata la cessione di ramo della azienda per cui lavora, che significa il suo imminente licenziamento, dopo aver cercato di rincuorare una sua collega che da sola mantiene due bambini, telefona a Paolo e gli dice che rientrerà più tardi, ha delle commissioni da sbrigare.
La voce telefonica di Paolo commenta con una certa esitazione: – Non mi avevi detto niente, stamattina.
– Comincia pure tu a preparare la cena –. Lo rassicura Federica che sa come il piacere di cucinare insieme, ogni giorno al rientro dal lavoro, sia uno dei capisaldi della loro routine sentimentale, garanzia del buon funzionamento della vita domestica, almeno quanto il sesso.
In realtà Federica non ha idea di dove andare all’uscita dal lavoro. Alla fine del discorso dell’amministratore – una solfa indistricabile di falsità – le era venuta una specie di ridarella. C’erano troppe scatole al mondo, c’era troppa gente occupata a produrre scatole e anche troppa a far sì che questa produzione funzionasse bene. Bisognava contrarre. L’ufficio stampa dove lavorava Federica veniva riassorbito. Aveva dovuto accavallare e disaccavallare le gambe parecchie volte per disperdere un riso nervoso sul punto di diventare una risata sguaiata alla faccia dell’amministratore, di cui per la prima volta aveva notato che portava le unghie laccate di bianco. Si era trattenuta. Lo aveva odiato in silenzio, decidendo che era inutile contrattaccare. Avrebbero combattuto ad armi dispari: lei avrebbe parlato di realtà, di impegno personale e risultati ottenuti, di soluzioni che avrebbero potuto essere adottate per prevenire, lui avrebbe risposto con retoriche manipolazioni di quegli stessi argomenti, scenari apocalittici, cioè con cose irreali. Ad ogni essere umano ogni giorno viene detto che appartiene a una specie in grado di distruggere il pianeta, o che potrebbe essere vittima di una catastrofe collettiva, non per questo smette di fare ciò che stava facendo, nel bene e nel male. Lasciò che finisse il discorso, intanto pensava al mutuo sulla casa, e al fatto che non avevano figli e in quelle circostanze non sapeva se fosse meglio o peggio. Ad ogni modo c’era un sacco di gente a cui capitava di perdere il lavoro, senza aver fatto nulla per meritarselo. Poteva stare ancora un mese, ma aveva deciso che era meglio evitare un’agonia programmata. Era andata a liberare la sua scrivania, con ordine e calma. Infine l’armadietto che stava proprio di fianco a quello dell’amministratore e più di una volta lei aveva notato che sul fondo c’era scritto con un pennarello nero: checca mefitica. Un’offesa intollerabile – aveva sempre pensato – forse di un collega invidioso e screanzato. Be’, adesso aveva qualche ragione per ritenere che fosse vero. Ben gli stava.
Dal proprio armadietto aveva tirato fuori una sacca che non ricordava nemmeno più di aver portato: dentro c’erano un costume, un accappatoio, un paio di occhialini con cuffia, un tubetto di nivea fluida e uno di doccia shampoo.
In macchina mentre guidava sulla tangenziale che la riportava in città ascoltava la radio; intervistavano uno scrittore che parlava di animismo, diceva che la tradizione dell’Africa centrale non era molto diversa, nella sua sostanza filosofica, dal pampsichismo occidentale antico e dall’anima mundi rinascimentale: le cose, i luoghi e gli oggetti, ogni essere materiale era attraversato dallo spirito, ogni spirito andava rispettato, la divinità era disseminata ovunque, bastava non perdere il contatto. Federica la pensava proprio così, si sentiva in perfetta sintonia con l’idea che l’autore spiegava in maniera flemmatica, a tratti didattica, come un medico che illustri i vantaggi per la salute nel praticare sport. Non perdere il contatto era un’antica convinzione, un pensiero familiare e confortante, qualcosa di morbido ed elastico a cui appoggiarsi. Come aveva fatto a non pensarci per tutto quel tempo? Oh, non c’era da scoraggiarsi, ce l’avrebbe fatta, avrebbe trovato anche di meglio come lavoro. Frugò nella borsa in cerca di una bottiglietta d’acqua, una brusca frenata partita dal suo piede con un movimento riflesso le impedì di tamponare un’auto. Dallo zaino rimbalzato sul cruscotto uscirono gli occhialini di plastica per nuotare. Decise che sarebbe andata in piscina.

Negli spogliatoi c’è una luce azzurrina e filtrata, le ombre si dilatano e colano sui muri come un liquido, sembra di stare dentro a un’incubatrice. È riposante, rispetto alle lame di sole che tagliano il tardo pomeriggio estivo di fuori. Federica si spoglia, appende il reggiseno a una gruccia e si accorge quasi con sollievo che l’interno dello spallino è un po’ unto: la biancheria sporca fa meno gola ai ladri. L’ultima volta le hanno rubato perfino i collants. Si avvia verso la vasca e nota sul pavimento nero di graffite tracce parallele, la scia di due ruote, che segue fino a quando finiscono dentro la pozzanghera d’acqua clorata che bisogna attraversare per entrare nello spazio vero e proprio della piscina. Federica guarda dietro di sé e poi verso la vasca. Due corsie sono occupate dai sub che fanno le prove di apnea. Il resto è per il nuoto libero. I corpi in acqua subiscono una spinta verso l’alto che è proporzionale al peso della massa di fluido di forma e volume uguale a quella della parte immersa. Dunque ci sono nuotatori poderosi come tonni che spostano in qualche bracciata decubiti d’acqua, ma ad attirare l’attenzione di Federica è la piccola onda costante che solca la corsia vicino al bordo. A muoversi sembrano solo le braccia e il busto, come se le gambe fossero un’appendice non sviluppata, un girino. Poi guardando meglio si accorge che le gambe non ci sono, ciò che emerge e sparisce è un mezzo busto con gli arti amputati più o meno all’altezza delle ginocchia e, quando si appoggia al fondo vasca per girarsi, vede che è una donna, giovane anche. Federica decide di calarsi in quella stessa corsia. L’acqua aderisce al suo corpo come una guaina, appena sotto apre gli occhi e sente le ultime bollicine d’aria rimaste impigliate nelle sue cavità e fra il costume e la pelle liberarsi, poi si spinge in avanti con la prima bracciata, inizia la lotta per conquistare l’ossigeno. Attraversa il liquido azzurro che sa di cloro e di epidermide che si squama, respira ogni quattro bracciate, poi cerca di imporsi un ritmo meno serrato, ma è come se i muscoli avessero bisogno di liberarsi sferzati dal fresco, o di assorbire attraverso ogni poro della pelle l’ossigeno, l’elemento che bruciano dentro e che sentono premere di fuori, ma in una forma primordiale, prigioniero di due molecole di idrogeno, inservibile per respirare. La lotta va avanti bracciata dopo bracciata. Il rumore dell’acqua e delle voci – un bagnino, l’istruttore sub – ha un andamento carsico, scompare con la testa sotto e rimbomba invece contro i soffitti altissimi. Oh, potere tenere la testa sotto, sempre. Di fianco in senso opposto passa la donna senza gambe, avanza con il muso di un pesce e il petto di una polena. Federica invidia la sua velocità costante, il patto stabilito fra la quantità d’aria e d’acqua che devono scambiarsi, ogni volta che emerge. Ripensa a quello che ha sentito alla radio, ma le sembra ora distante e irrealizzabile; se è così difficile abbandonarsi, entrare in comunione con l’acqua senza perdersi, figuriamoci con l’anima del mondo.
Alla decima bracciata si ferma al fondo della vasca, per aspettarla. La donna le arriva vicina come un galleggiante, sorride e le chiede – Chi riparte? – Federica si rituffa e quasi si vergogna di aver attirato la sua attenzione e di aver manifestato la propria curiosità. Mentre nuota, conta le piastrelle azzurre sul fondo che si susseguono noiosamente rettangolari, una dopo l’altra, l’unico diversivo è dato dalla luce che entra dai lucernari in alto e varia lungo la corsia; in alcuni punti dove manca quasi completamente l’acqua si fa scura e spessa, Federica sente che potrebbe addormentarsi e dimenticare. Ma la staffetta con la donna senza gambe la tiene impegnata, ha paura di offenderla se si ferma e le rivela lo stupore e l’ammirazione che prova. Ha paura che sotto ci sia qualcosa di meschino.
Quando vede la nuotatrice senza gambe passare sotto i galleggianti che dividono le corsie e andare verso una sedia girevole che risale dalla vasca al bordo e la riporta su quell’altra sedia con le ruote che deve essere la sua, Federica vorrebbe uscire a sua volta dalla piscina, ma s’impone un ultimo sforzo. È arrivata al punto in cui il fiato è rotto e qualche endorfina si è liberata, si sente il naso pieno di cloro, vuota nella testa, e un po’ euforica, della tipica euforia chimica che riporta gli umani al livello di animali semplici. Con un colpo di reni si issa sul bordo e balza fuori gocciolante. avviandosi verso gli spogliatoi, spera e teme di ritrovarla. Segue di nuovo il percorso delle ruote sul pavimento nero ed entra nelle docce che sono aperte e non consentono nessuna intimità, all’odore di cloro si mischia quello dolciastro di bagnoschiuma ai frutti e creme per capelli.
– Mi raccoglieresti lo shampoo?
La donna senza gambe è seduta su uno sgabello ribaltabile appeso al muro, con una mano si tiene alla maniglia che corre lungo la parete, con l’altra si lava.
Federica si china a raccoglierle il tubetto rotolato qualche metro oltre la sedia, glielo allunga e dice: – Sei una gran nuotatrice.
La donna sorride: – Considerando che non faccio altro, tutti i giorni. E tu, ci vieni spesso? – La scruta mentre si passa il sapone sotto le ascelle. – Non ci siamo mai viste, direi.
Federica scuote la testa: – A dire il vero era da parecchio che non venivo a nuotare. Ma oggi è un giorno diverso. Avevo bisogno di liberare la testa, concentrarmi sul corpo.
– E ci sei riuscita? – Questa domanda la mette in difficoltà e in imbarazzo, perché a essere sincera del proprio corpo ha percepito solo una certa renitenza, la disabitudine alla fatica e all’appagamento, mentre non ha fatto altro che concentrarsi sul corpo di lei, quel mezzo busto senza gambe che si sposta facendo forza sulle braccia e in senso orizzontale rispetto al suolo, traslando da una superficie d’appoggio all’altra. Da vicino vede le cicatrici, dove la pelle ha cambiato colore e tessitura, sgranata e troncata, come nelle lucertole, ma senza ricrescita. Federica si sforza di non guardarle, ma in realtà vorrebbe toccarle.
– Credevo di sì, di essermi liberata di qualche pensiero. Ma non so, adesso mi sento più confusa di prima –. Dice alla fine, mentre a sua volta s’insapona, togliendosi con insolito pudore il costume. La donna senza gambe le sembra molto più a suo agio.
– Dovresti venire anche tu, tutti i giorni. È questione d’abitudine e del tempo che ci dedichi. Per me funziona così. Certo ti deve piacere nuotare, e bisogna ammettere che il nuoto in piscina è un po’ noioso.
Federica si passa la schiuma fra i capelli e risponde: – Oggi non avrei potuto affrontare nemmeno il mare ignorante e addomesticato della riviera. Almeno la piscina ti contiene.
– Fammi indovinare: è un problema di cuore –. Dice la donna senza gambe mentre passa dallo sgabello ribaltabile alla carrozzina e si copre le spalle con un telo di spugna.
– No, ho solo perso il lavoro.
– Mi dispiace –. Commenta con voce sincera la donna senza gambe.
– In verità non è che andassi pazza per quel posto, un’azienda che produceva scatole e imballaggi. Sono sicura che troverò di meglio. Il fatto è che uno si abitua a pensare in base a delle abitudini: la scrivania dove lavori, lo stipendio che prendi ogni mese e sul quale regoli le tue spese, ad esempio. Sono cose che dai per scontate come camminare e respirare.
– Già –. Annuisce la donna senza gambe, annodandosi i lunghi capelli castani in una treccia raccolta sulla nuca. Però adesso Federica non può fare a meno di accorgersi dell’enormità che le è appena uscita di bocca. Non si sbagliava a temere se stessa, aveva ragione, prima o poi sarebbe venuto fuori qualcosa di meschino e offensivo. Le gambe che hai, la terra che sei abituato a calpestare, il posto che ti spetta nel mondo. E se non ce l’hai più? Avrebbe voluto mordersi la lingua, invece continuava a fissare i due monconi arrossati alle estremità della donna che si stringeva nel telo con le braccia robuste e abbronzate.
La donna se ne accorge e: – Quando ho perso le gambe, credevo che sarei impazzita. Erano le piccole cose di tutti i giorni a farmi uscire dalla grazia di dio: i vestiti che non potevo più mettermi, come avrei fatto la spesa, come avrei portato a scuola i bambini. E continuano a tormentarmi, non credere. Quando nuoto, però, riesco a non pensarci.
– Ma non è che uno può nuotare tutto il giorno –. Dice con aria ottusa Federica.
– A me basta un’ora, appena posso, un’ora che s’allarga per tutta la giornata –. Guarda l’orologio al polso e: – Adesso, scusami, ma devo andare. Magari ci rivediamo qui, io mi chiamo Giovanna.

Quando Federica arriva a casa, Paolo sta guardando la televisione, la tavola è apparecchiata e si sente odore di pasta al forno fin dal corridoio. Federica gli si accuccia di fianco sul divano, lasciando cadere borsa e zaino a terra. Lui le passa una mano tra i capelli. – Sai di cloro. Sei stata in piscina?
– Era tanto che non andavo.
– Vuoi guardare il telegiornale? Perché io ne avrei anche abbastanza, per oggi. Immagino che avrai fame, è già tutto pronto.
Federica non risponde subito, ma non è neanche che guardi la televisione, piuttosto sembra assorta e assente.
Poi si alza e dice: – Vado a stendere il costume in bagno e arrivo.
Appoggiata al bordo della vasca pensa che non era così che se l’era immaginato. Mentre guidava verso casa aveva deciso che prima di tutto avrebbe detto a Paolo del lavoro, ma quando era entrata e aveva visto tutto in ordine, tutto così accogliente e preparato, non era stata più tanto sicura, le era mancato il coraggio di introdurre il cambiamento. Era una questione di avere fiducia, di dirsi le cose, certo. Ma anche di accettare che le cose si rompessero, che ci fossero delle conseguenze. Ci sarebbe stato un prima e un dopo, di sicuro. Mentre per il momento il tempo delle loro vite era intatto e continuo.
Stendendo il costume, dopo averlo risciacquato, Federica nota che i bordi dell’inguine sono smangiati, le torna in mente il costume di Giovanna, con il fianco basso e le mutandine che arrivavano fino a mezza coscia, come usava negli anni ’50 del secolo scorso, un vezzo che le stava piuttosto bene. Allora capisce che è di Giovanna che vuole parlargli, di questa donna tagliata in due, una menomata, che attraversava l’acqua limpida e sicura come se si muovesse dentro la propria coscienza purificata, mentre lei arrancava e lottava voleva a tutti i costi svuotare la testa così pesante, e invece si riempiva di cloro e si smagliava il senso di quello che faceva come se un gas le avesse annebbiato la vista.

– Cosa stai facendo?
Siccome non arrivava, Paolo dopo aver messo la pasta nei piatti e versato il vino nei bicchieri, era andato in bagno, per vedere se per caso si fosse sentita male.
Federica era in mutande e canottiera passava dalla tazza del water al bordo della vasca da bagno, tenendo le gambe sollevate, allineate e rigide davanti a sé, spingeva sulle mani e sugli avambracci tesi.
– Provo a muovermi come se non avessi le gambe.
– Ma cosa ti è saltato in mente?
Federica si ferma, un attimo, sempre sospesa sugli avambracci. – Non ci si pensa mai che da un momento all’altro tutto può cambiare. Ti ritrovi senza gambe ad esempio, o senza lavoro –, si alza in piedi e si mette un paio di pantaloni leggeri da pigiama, – allora t’accorgi che la tua vita di prima, che non era niente di speciale, davvero niente di eccezionale, era comunque una cosa compatta, c’era dell’armonia, e forse anche un senso. Lo capisci dopo, quando qualcosa si è rotto, quando hai perso una cosa che credevi di avere.
Federica parla in fretta come se le parole le avesse gonfiate dentro di sé a dismisura e ora volesse liberarsene, si guarda allo specchio appeso alla parete di tanto in tanto studiandosi.
Paolo arretra di un passo, prende uno sgabello e si mette a sedere: – Mi spieghi di che cosa stiamo parlando?
La prima persona plurale di Paolo l’ha disarmata, ha disinnescato il meccanismo di separazione dal mondo, quello avviato nel pomeriggio dal discorso dell’amministratore – L’Azienda sta subendo una ristrutturazione, l’area dell’ufficio stampa verrà riassorbita dalla struttura dell’Azienda acquirente. L’Azienda è stata costretta a questa decisione dalla congiuntura economica di recessione generale. L’Azienda ringrazia i suoi dipendenti, sopratutto quelli a cui non può garantire una strada comune.
– Mi hanno licenziato –, dice infine Federica tendendo a Paolo una mano con la quale lo invita ad alzarsi – però adesso andiamo a mangiare, sennò poi è uno schifo.

Paolo l’ha ascoltata e rassicurata, si sono messi a ridere insieme quando Federica gli ha raccontato della scritta in fondo all’armadietto, che di sicuro è una checca, per come va in giro con le unghie stupidamente smaltate.
È vero, il momento non è dei migliori per cercarsi un lavoro, ma con la liquidazione e i risparmi possono tirare avanti dignitosamente ancora per diversi mesi. Intanto succederà qualcosa. E poi, non l’aveva sempre detto Federica che in quell’ufficio non c’erano grandi possibilità di crescita?
Quando si alza da tavola Federica sente la testa manipolata e riaggiustata, come dopo un massaggio shiatsu, deve solo evitare di guardare troppo intensamente le cose, il divano, il televisore spento, lo zaino della piscina su una sedia, il portatile che ha lasciato in un angolo; se concede troppa attenzione le cose la risucchiano e vogliono un nome e vogliono una spiegazione per rientrare nell’ordine dei giorni, quello che teme di essersi lasciata alle spalle.
– Vedrai che si aggiusta tutto – si sente dire mentre s’infila sotto le lenzuola.
Se n’era quasi convinta, ma è proprio quella frase a produrre un’altra incrinatura. Si gira e rigira nel letto, senza riuscire a prendere sonno. La notte è calda e ventilata, dalla finestra socchiusa arriva l’odore del gelsomino. Paolo dopo averle massaggiato un fianco sembra essere calato in un sonno profondo e regolare. Federica pensa che il giorno dopo vorrebbe tornare in piscina, ma non sa come affrontare Giovanna, se dovesse incontrarla di nuovo. Non capisce perché prova un misto di vergogna e imbarazzo. Si mette a sedere sul letto. Paolo si gira, è sveglio e accende la luce sul comodino. La ritrova in quella posizione assurda con i pugni puntati sul materasso e le gambe dritte sollevate.
– In piscina c’era una donna senza gambe –. Gli dice guardando dritto davanti a sé, sempre nella stessa posizione.
– Ho capito, ma non è che adesso ti devi mettere alla prova anche su questo.
– Si fa bastare un’ora di nuoto al giorno. Capisci? È contenta, di quello e probabilmente della sua vita. Io non so se sarei capace.
Paolo annaspa sul comodino in cerca degli occhiali, li trova e se li infila, come se lo aiutassero a capire quello che Federica gli sta dicendo. Tira su le gambe al petto e sospira.
– Avrà trovato un modo di adattarsi.
Federica gli rivolge un’occhiata come se non avesse capito niente di quello che gli ha appena detto, incrocia le gambe e porta le mani sulle ginocchia.
– Avrei voluto toccarle le cicatrici. È stupido, lo so. Adesso dirai che sono morbosa, ma avrei voluto toccarle per farmi un’idea di che cosa c’era prima, delle sue gambe.
– Forse, invece, lei preferisce non pensarci affatto, a com’erano prima intendo.
– Ma come fa a bastarle un’ora di nuoto al giorno?
Paolo si solleva dal letto e apre la finestra, la strada sotto è lontana buia e tappezzata di cofani di auto parcheggiate.
– Lo senti l’odore del gelsomino? Adesso la fioritura è al massimo, non durerà più di una settimana.
Si appoggia all’inferriata del balcone e pensa a quanto poco spazio occupano nella vita cose come annusare un fiore, eppure uno se le ricorda e ci ripensa, a volte cambia perfino umore per cose così, da niente. Uno perde le gambe e ha tutto contro, allora nuota e sopravvive. Vorrebbe spiegarlo a Federica, ma teme di non esserne capace, teme che suoni come una cosa sentimentale e stupidamente consolatoria.
Federica lo raggiunge da dietro cingendolo con le braccia e dice piano: – Se ce l’ha fatta lei senza gambe, posso farcela anch’io, senza lavoro. No?
– Giusto.
Paolo si scioglie dall’abbraccio, è come se gli mancasse il fiato, ma non dice niente a Federica, si allontana di qualche passo, poi va verso la cucina: – Prendo qualcosa da bere.
Nell’oscurità sopra la piastra dei fornelli fluttua il riverbero azzurro del display sul frigo. Paolo ripensa alle storie delle lucertole che tanto spesso ha sentito raccontare da Federica. Chissà poi se erano vere, chissà se era andata veramente così. Magari anche Federica aveva spezzato qualche coda, e solo adesso, da adulta, le scocciava ammetterlo. Guarda il latte colare bianco nel vetro del bicchiere e si domanda perché la sofferenza degli altri diventi tanto spesso la misura e l’argine della propria, il velo opaco con cui ci si protegge dalla vita e da se stessi.

(Questo racconto è stato pubblicato su “Nuovi Argomenti”, n. 65, 2014)

La nuotatrice

P. Ovidius Naso, "Metamorphoses", (ed. Hugo Magnus)

P. Ovidius Naso, “Metamorphoses”, (ed. Hugo Magnus)

21 maggio 2014

La terra si era ristretta e screpolata dentro il vaso, le foglie del geranio cominciavano ad essere gialle. C’era proprio bisogno d’acqua. Federica prese l’annaffiatoio di plastica e lo riempì al rubinetto della cucina, versando l’acqua nel vaso notò che la terra gorgogliava, faceva le bolle più o meno come quando lei si dissetava dopo un pomeriggio di giochi all’aperto. Se la beve di gusto – pensò – e le venne un’improvvisa voglia di Coca Cola. Un paio di formiche un tarlo e un lombrico si stavano arrampicando sui bordi per sfuggire all’alluvione, acquattata sul fondo immobile e goduta stava invece una lucertola. Federica scostò una foglia per vederla meglio: due buchi laterali, poco dietro gli occhi si aprivano e chiudevano come membrane acquatiche o branchie, la pelle della bestia era diventata ancora più lucida e cangiante del solito, particelle di verde e di azzurro fluttuavano sul dorso. – Fa il bagno – e vincendo l’atavica repulsione per i rettili pensò che era bellissima. Mentre lo pensava la mano di sua sorella afferrò la bestia e la sollevò in aria tenendola per la coda; bastò farla roteare una volta e mezzo per troncargliela.
– Guarda –. Sua sorella teneva il moncone tra le dita, Federica ebbe paura che volesse tirarglielo in faccia, invece lo lasciò cadere sul cemento grigio. La coda continuava a muoversi, svirgolettando a destra e sinistra. Uno strazio.
Federica si girò a cercare il resto della bestia. Il corpo mozzo caduto di pancia di fianco al vaso del geranio era fermo, con le pupille rettili dilatate e un movimento dell’addome che sembrava umano.
– Tanto poi gli ricresce, la coda – fece sua sorella alzando le spalle.
Federica si piegò sulle gambe a terra, portando il palmo piatto della mano verso la lucertola. Se evitava di guardarla forse le avrebbe fatto meno schifo e sarebbe riuscita a riportarla a casa sua, dentro il vaso. Sua sorella fu più rapida, con un piede raggiunse la lucertola colpendola, poi la prese in mano, se la tenne vicino agli occhi per scrutarla ben bene e sparì in cucina con l’animale. Due minuti dopo uscì con un pentolino fumante in mano. Lo abbassò per farne vedere il contenuto a sua sorella: dentro galleggiava la lucertola, la pancia bianca le zampe allargate a stella, amputata e cotta nell’acqua bollente.
Federica si ricordò della coda, che fine aveva fatto? Muovendosi sul cemento poteva raggiungere l’erba, e lì magari si sarebbe trasformata di nuovo in lucertola crescendo giorno per giorno un pezzetto. Guardò per terra ma il moncone era sparito. All’improvviso non aveva più voglia di stare fuori, meglio andare a cercarsi un biscotto e guardare i cartoni animati. Vide la mamma avanzare dalla porta della cucina, squadrare sua sorella e il pentolino con la lucertola morta, sembrò triste poi solo arrabbiata, con un gesto secco disarmò sua sorella, gettò il contenuto del pentolino sul prato e disse: – Fila in casa, e per oggi niente tivù.
Federica si domandò se la coda sarebbe andata alla ricerca del resto della lucertola e cosa ne avrebbe fatto se mai si fossero incontrate. Nei giorni seguenti cercò entrambe, senza successo. Dal banco di scuola spiava lucertole quando sostavano nello spazio del davanzale avide di caldo, in effetti molte sembravano aver subito un’amputazione di un certo segmento della coda che poi era ricresciuto, portavano una specie di cicatrice nel punto in cui era avvenuto, una piccola irregolarità nella pigmentazione verdastra. Voleva farsi assegnare la lucertola come tema per la ricerca di Scienze, ma le era toccato il cavallo; non aveva protestato né con la maestra né con i compagni di classe, all’epoca godeva la fama di bambina ragionevole e paziente, soprattutto a paragone della sorella irrimediabilmente votata alla protervia e al tormento del prossimo.
Il mondo era in continua trasformazione e fermo, nella regione a parte dell’infanzia. Le cose si rompevano, spesso erano le azioni degli umani a creare queste rotture, eppure Federica era fiduciosa che le cose si riaggiustassero, o trovassero il modo di ricrescere come l’erba del prato che suo padre era sempre stanco di falciare perché ricresceva di continuo. A qualcuno era stato tagliato un orecchio che era stato poi recapitato dentro un sacchetto di plastica, l’avevano sentito al telegiornale prima di cena. A letto, nel buio della loro stanza comune, Federica aveva sostenuto che si sarebbe riattaccato, sua sorella invece la pensava diversamente.
– E le lucertole, allora?
Sua sorella aveva riso di scherno: – Ma tu credi proprio a tutto quello che uno ti dice?

Da una certa età in poi Federica ha raccontato queste storie in numerose occasioni, ai suoi amici e fidanzati. Ha sempre avuto l’impressione che spiegassero bene il rapporto con la sorella e, in un certo senso, la sua attitudine alla vita. Paolo, che vive con lei da cinque anni, le conosce a memoria in tutte le possibili varianti.
Il giorno in cui a Federica viene annunciata la cessione di ramo della azienda per cui lavora, che significa il suo imminente licenziamento, dopo aver cercato di rincuorare una sua collega che da sola mantiene due bambini, telefona a Paolo e gli dice che rientrerà più tardi, ha delle commissioni da sbrigare.
La voce telefonica di Paolo commenta con una certa esitazione: – Non mi avevi detto niente, stamattina.
– Comincia pure tu a preparare la cena –. Lo rassicura Federica che sa come il piacere di cucinare insieme, ogni giorno al rientro dal lavoro, sia uno dei capisaldi della loro routine sentimentale, garanzia del buon funzionamento della vita domestica, almeno quanto il sesso.
In realtà Federica non ha idea di dove andare all’uscita dal lavoro. Alla fine del discorso dell’amministratore – una solfa indistricabile di falsità – le era venuta una specie di ridarella. C’erano troppe scatole al mondo, c’era troppa gente occupata a produrre scatole e anche troppa a far sì che questa produzione funzionasse bene. Bisognava contrarre. L’ufficio stampa dove lavorava Federica veniva riassorbito. Aveva dovuto accavallare e disaccavallare le gambe parecchie volte per disperdere un riso nervoso sul punto di diventare una risata sguaiata alla faccia dell’amministratore, di cui per la prima volta aveva notato che portava le unghie laccate di bianco. Si era trattenuta. Lo aveva odiato in silenzio, decidendo che era inutile contrattaccare. Avrebbero combattuto ad armi dispari: lei avrebbe parlato di realtà, di impegno personale e risultati ottenuti, di soluzioni che avrebbero potuto essere adottate per prevenire, lui avrebbe risposto con retoriche manipolazioni di quegli stessi argomenti, scenari apocalittici, cioè con cose irreali. Ad ogni essere umano ogni giorno viene detto che appartiene a una specie in grado di distruggere il pianeta, o che potrebbe essere vittima di una catastrofe collettiva, non per questo smette di fare ciò che stava facendo, nel bene e nel male. Lasciò che finisse il discorso, intanto pensava al mutuo sulla casa, e al fatto che non avevano figli e in quelle circostanze non sapeva se fosse meglio o peggio. Ad ogni modo c’era un sacco di gente a cui capitava di perdere il lavoro, senza aver fatto nulla per meritarselo. Poteva stare ancora un mese, ma aveva deciso che era meglio evitare un’agonia programmata. Era andata a liberare la sua scrivania, con ordine e calma. Infine l’armadietto che stava proprio di fianco a quello dell’amministratore e più di una volta lei aveva notato che sul fondo c’era scritto con un pennarello nero: checca mefitica. Un’offesa intollerabile – aveva sempre pensato – forse di un collega invidioso e screanzato. Be’, adesso aveva qualche ragione per ritenere che fosse vero. Ben gli stava.
Dal proprio armadietto aveva tirato fuori una sacca che non ricordava nemmeno più di aver portato: dentro c’erano un costume, un accappatoio, un paio di occhialini con cuffia, un tubetto di nivea fluida e uno di doccia shampoo.
In macchina mentre guidava sulla tangenziale che la riportava in città ascoltava la radio; intervistavano uno scrittore che parlava di animismo, diceva che la tradizione dell’Africa centrale non era molto diversa, nella sua sostanza filosofica, dal pampsichismo occidentale antico e dall’anima mundi rinascimentale: le cose, i luoghi e gli oggetti, ogni essere materiale era attraversato dallo spirito, ogni spirito andava rispettato, la divinità era disseminata ovunque, bastava non perdere il contatto. Federica la pensava proprio così, si sentiva in perfetta sintonia con l’idea che l’autore spiegava in maniera flemmatica, a tratti didattica, come un medico che illustri i vantaggi per la salute nel praticare sport. Non perdere il contatto era un’antica convinzione, un pensiero familiare e confortante, qualcosa di morbido ed elastico a cui appoggiarsi. Come aveva fatto a non pensarci per tutto quel tempo? Oh, non c’era da scoraggiarsi, ce l’avrebbe fatta, avrebbe trovato anche di meglio come lavoro. Frugò nella borsa in cerca di una bottiglietta d’acqua, una brusca frenata partita dal suo piede con un movimento riflesso le impedì di tamponare un’auto. Dallo zaino rimbalzato sul cruscotto uscirono gli occhialini di plastica per nuotare. Decise che sarebbe andata in piscina.

Negli spogliatoi c’è una luce azzurrina e filtrata, le ombre si dilatano e colano sui muri come un liquido, sembra di stare dentro a un’incubatrice. È riposante, rispetto alle lame di sole che tagliano il tardo pomeriggio estivo di fuori. Federica si spoglia, appende il reggiseno a una gruccia e si accorge quasi con sollievo che l’interno dello spallino è un po’ unto: la biancheria sporca fa meno gola ai ladri. L’ultima volta le hanno rubato perfino i collants. Si avvia verso la vasca e nota sul pavimento nero di graffite tracce parallele, la scia di due ruote, che segue fino a quando finiscono dentro la pozzanghera d’acqua clorata che bisogna attraversare per entrare nello spazio vero e proprio della piscina. Federica guarda dietro di sé e poi verso la vasca. Due corsie sono occupate dai sub che fanno le prove di apnea. Il resto è per il nuoto libero. I corpi in acqua subiscono una spinta verso l’alto che è proporzionale al peso della massa di fluido di forma e volume uguale a quella della parte immersa. Dunque ci sono nuotatori poderosi come tonni che spostano in qualche bracciata decubiti d’acqua, ma ad attirare l’attenzione di Federica è la piccola onda costante che solca la corsia vicino al bordo. A muoversi sembrano solo le braccia e il busto, come se le gambe fossero un’appendice non sviluppata, un girino. Poi guardando meglio si accorge che le gambe non ci sono, ciò che emerge e sparisce è un mezzo busto con gli arti amputati più o meno all’altezza delle ginocchia e, quando si appoggia al fondo vasca per girarsi, vede che è una donna, giovane anche. Federica decide di calarsi in quella stessa corsia. L’acqua aderisce al suo corpo come una guaina, appena sotto apre gli occhi e sente le ultime bollicine d’aria rimaste impigliate nelle sue cavità e fra il costume e la pelle liberarsi, poi si spinge in avanti con la prima bracciata, inizia la lotta per conquistare l’ossigeno. Attraversa il liquido azzurro che sa di cloro e di epidermide che si squama, respira ogni quattro bracciate, poi cerca di imporsi un ritmo meno serrato, ma è come se i muscoli avessero bisogno di liberarsi sferzati dal fresco, o di assorbire attraverso ogni poro della pelle l’ossigeno, l’elemento che bruciano dentro e che sentono premere di fuori, ma in una forma primordiale, prigioniero di due molecole di idrogeno, inservibile per respirare. La lotta va avanti bracciata dopo bracciata. Il rumore dell’acqua e delle voci – un bagnino, l’istruttore sub – ha un andamento carsico, scompare con la testa sotto e rimbomba invece contro i soffitti altissimi. Oh, potere tenere la testa sotto, sempre. Di fianco in senso opposto passa la donna senza gambe, avanza con il muso di un pesce e il petto di una polena. Federica invidia la sua velocità costante, il patto stabilito fra la quantità d’aria e d’acqua che devono scambiarsi, ogni volta che emerge. Ripensa a quello che ha sentito alla radio, ma le sembra ora distante e irrealizzabile; se è così difficile abbandonarsi, entrare in comunione con l’acqua senza perdersi, figuriamoci con l’anima del mondo.
Alla decima bracciata si ferma al fondo della vasca, per aspettarla. La donna le arriva vicina come un galleggiante, sorride e le chiede – Chi riparte? – Federica si rituffa e quasi si vergogna di aver attirato la sua attenzione e di aver manifestato la propria curiosità. Mentre nuota, conta le piastrelle azzurre sul fondo che si susseguono noiosamente rettangolari, una dopo l’altra, l’unico diversivo è dato dalla luce che entra dai lucernari in alto e varia lungo la corsia; in alcuni punti dove manca quasi completamente l’acqua si fa scura e spessa, Federica sente che potrebbe addormentarsi e dimenticare. Ma la staffetta con la donna senza gambe la tiene impegnata, ha paura di offenderla se si ferma e le rivela lo stupore e l’ammirazione che prova. Ha paura che sotto ci sia qualcosa di meschino.
Quando vede la nuotatrice senza gambe passare sotto i galleggianti che dividono le corsie e andare verso una sedia girevole che risale dalla vasca al bordo e la riporta su quell’altra sedia con le ruote che deve essere la sua, Federica vorrebbe uscire a sua volta dalla piscina, ma s’impone un ultimo sforzo. È arrivata al punto in cui il fiato è rotto e qualche endorfina si è liberata, si sente il naso pieno di cloro, vuota nella testa, e un po’ euforica, della tipica euforia chimica che riporta gli umani al livello di animali semplici. Con un colpo di reni si issa sul bordo e balza fuori gocciolante. avviandosi verso gli spogliatoi, spera e teme di ritrovarla. Segue di nuovo il percorso delle ruote sul pavimento nero ed entra nelle docce che sono aperte e non consentono nessuna intimità, all’odore di cloro si mischia quello dolciastro di bagnoschiuma ai frutti e creme per capelli.
– Mi raccoglieresti lo shampoo?
La donna senza gambe è seduta su uno sgabello ribaltabile appeso al muro, con una mano si tiene alla maniglia che corre lungo la parete, con l’altra si lava.
Federica si china a raccoglierle il tubetto rotolato qualche metro oltre la sedia, glielo allunga e dice: – Sei una gran nuotatrice.
La donna sorride: – Considerando che non faccio altro, tutti i giorni. E tu, ci vieni spesso? – La scruta mentre si passa il sapone sotto le ascelle. – Non ci siamo mai viste, direi.
Federica scuote la testa: – A dire il vero era da parecchio che non venivo a nuotare. Ma oggi è un giorno diverso. Avevo bisogno di liberare la testa, concentrarmi sul corpo.
– E ci sei riuscita? – Questa domanda la mette in difficoltà e in imbarazzo, perché a essere sincera del proprio corpo ha percepito solo una certa renitenza, la disabitudine alla fatica e all’appagamento, mentre non ha fatto altro che concentrarsi sul corpo di lei, quel mezzo busto senza gambe che si sposta facendo forza sulle braccia e in senso orizzontale rispetto al suolo, traslando da una superficie d’appoggio all’altra. Da vicino vede le cicatrici, dove la pelle ha cambiato colore e tessitura, sgranata e troncata, come nelle lucertole, ma senza ricrescita. Federica si sforza di non guardarle, ma in realtà vorrebbe toccarle.
– Credevo di sì, di essermi liberata di qualche pensiero. Ma non so, adesso mi sento più confusa di prima –. Dice alla fine, mentre a sua volta s’insapona, togliendosi con insolito pudore il costume. La donna senza gambe le sembra molto più a suo agio.
– Dovresti venire anche tu, tutti i giorni. È questione d’abitudine e del tempo che ci dedichi. Per me funziona così. Certo ti deve piacere nuotare, e bisogna ammettere che il nuoto in piscina è un po’ noioso.
Federica si passa la schiuma fra i capelli e risponde: – Oggi non avrei potuto affrontare nemmeno il mare ignorante e addomesticato della riviera. Almeno la piscina ti contiene.
– Fammi indovinare: è un problema di cuore –. Dice la donna senza gambe mentre passa dallo sgabello ribaltabile alla carrozzina e si copre le spalle con un telo di spugna.
– No, ho solo perso il lavoro.
– Mi dispiace –. Commenta con voce sincera la donna senza gambe.
– In verità non è che andassi pazza per quel posto, un’azienda che produceva scatole e imballaggi. Sono sicura che troverò di meglio. Il fatto è che uno si abitua a pensare in base a delle abitudini: la scrivania dove lavori, lo stipendio che prendi ogni mese e sul quale regoli le tue spese, ad esempio. Sono cose che dai per scontate come camminare e respirare.
– Già –. Annuisce la donna senza gambe, annodandosi i lunghi capelli castani in una treccia raccolta sulla nuca. Però adesso Federica non può fare a meno di accorgersi dell’enormità che le è appena uscita di bocca. Non si sbagliava a temere se stessa, aveva ragione, prima o poi sarebbe venuto fuori qualcosa di meschino e offensivo. Le gambe che hai, la terra che sei abituato a calpestare, il posto che ti spetta nel mondo. E se non ce l’hai più? Avrebbe voluto mordersi la lingua, invece continuava a fissare i due monconi arrossati alle estremità della donna che si stringeva nel telo con le braccia robuste e abbronzate.
La donna se ne accorge e: – Quando ho perso le gambe, credevo che sarei impazzita. Erano le piccole cose di tutti i giorni a farmi uscire dalla grazia di dio: i vestiti che non potevo più mettermi, come avrei fatto la spesa, come avrei portato a scuola i bambini. E continuano a tormentarmi, non credere. Quando nuoto, però, riesco a non pensarci.
– Ma non è che uno può nuotare tutto il giorno –. Dice con aria ottusa Federica.
– A me basta un’ora, appena posso, un’ora che s’allarga per tutta la giornata –. Guarda l’orologio al polso e: – Adesso, scusami, ma devo andare. Magari ci rivediamo qui, io mi chiamo Giovanna.

Quando Federica arriva a casa, Paolo sta guardando la televisione, la tavola è apparecchiata e si sente odore di pasta al forno fin dal corridoio. Federica gli si accuccia di fianco sul divano, lasciando cadere borsa e zaino a terra. Lui le passa una mano tra i capelli. – Sai di cloro. Sei stata in piscina?
– Era tanto che non andavo.
– Vuoi guardare il telegiornale? Perché io ne avrei anche abbastanza, per oggi. Immagino che avrai fame, è già tutto pronto.
Federica non risponde subito, ma non è neanche che guardi la televisione, piuttosto sembra assorta e assente.
Poi si alza e dice: – Vado a stendere il costume in bagno e arrivo.
Appoggiata al bordo della vasca pensa che non era così che se l’era immaginato. Mentre guidava verso casa aveva deciso che prima di tutto avrebbe detto a Paolo del lavoro, ma quando era entrata e aveva visto tutto in ordine, tutto così accogliente e preparato, non era stata più tanto sicura, le era mancato il coraggio di introdurre il cambiamento. Era una questione di avere fiducia, di dirsi le cose, certo. Ma anche di accettare che le cose si rompessero, che ci fossero delle conseguenze. Ci sarebbe stato un prima e un dopo, di sicuro. Mentre per il momento il tempo delle loro vite era intatto e continuo.
Stendendo il costume, dopo averlo risciacquato, Federica nota che i bordi dell’inguine sono smangiati, le torna in mente il costume di Giovanna, con il fianco basso e le mutandine che arrivavano fino a mezza coscia, come usava negli anni ’50 del secolo scorso, un vezzo che le stava piuttosto bene. Allora capisce che è di Giovanna che vuole parlargli, di questa donna tagliata in due, una menomata, che attraversava l’acqua limpida e sicura come se si muovesse dentro la propria coscienza purificata, mentre lei arrancava e lottava voleva a tutti i costi svuotare la testa così pesante, e invece si riempiva di cloro e si smagliava il senso di quello che faceva come se un gas le avesse annebbiato la vista.

– Cosa stai facendo?
Siccome non arrivava, Paolo dopo aver messo la pasta nei piatti e versato il vino nei bicchieri, era andato in bagno, per vedere se per caso si fosse sentita male.
Federica era in mutande e canottiera passava dalla tazza del water al bordo della vasca da bagno, tenendo le gambe sollevate, allineate e rigide davanti a sé, spingeva sulle mani e sugli avambracci tesi.
– Provo a muovermi come se non avessi le gambe.
– Ma cosa ti è saltato in mente?
Federica si ferma, un attimo, sempre sospesa sugli avambracci. – Non ci si pensa mai che da un momento all’altro tutto può cambiare. Ti ritrovi senza gambe ad esempio, o senza lavoro –, si alza in piedi e si mette un paio di pantaloni leggeri da pigiama, – allora t’accorgi che la tua vita di prima, che non era niente di speciale, davvero niente di eccezionale, era comunque una cosa compatta, c’era dell’armonia, e forse anche un senso. Lo capisci dopo, quando qualcosa si è rotto, quando hai perso una cosa che credevi di avere.
Federica parla in fretta come se le parole le avesse gonfiate dentro di sé a dismisura e ora volesse liberarsene, si guarda allo specchio appeso alla parete di tanto in tanto studiandosi.
Paolo arretra di un passo, prende uno sgabello e si mette a sedere: – Mi spieghi di che cosa stiamo parlando?
La prima persona plurale di Paolo l’ha disarmata, ha disinnescato il meccanismo di separazione dal mondo, quello avviato nel pomeriggio dal discorso dell’amministratore – L’Azienda sta subendo una ristrutturazione, l’area dell’ufficio stampa verrà riassorbita dalla struttura dell’Azienda acquirente. L’Azienda è stata costretta a questa decisione dalla congiuntura economica di recessione generale. L’Azienda ringrazia i suoi dipendenti, sopratutto quelli a cui non può garantire una strada comune.
– Mi hanno licenziato –, dice infine Federica tendendo a Paolo una mano con la quale lo invita ad alzarsi – però adesso andiamo a mangiare, sennò poi è uno schifo.

Paolo l’ha ascoltata e rassicurata, si sono messi a ridere insieme quando Federica gli ha raccontato della scritta in fondo all’armadietto, che di sicuro è una checca, per come va in giro con le unghie stupidamente smaltate.
È vero, il momento non è dei migliori per cercarsi un lavoro, ma con la liquidazione e i risparmi possono tirare avanti dignitosamente ancora per diversi mesi. Intanto succederà qualcosa. E poi, non l’aveva sempre detto Federica che in quell’ufficio non c’erano grandi possibilità di crescita?
Quando si alza da tavola Federica sente la testa manipolata e riaggiustata, come dopo un massaggio shiatsu, deve solo evitare di guardare troppo intensamente le cose, il divano, il televisore spento, lo zaino della piscina su una sedia, il portatile che ha lasciato in un angolo; se concede troppa attenzione le cose la risucchiano e vogliono un nome e vogliono una spiegazione per rientrare nell’ordine dei giorni, quello che teme di essersi lasciata alle spalle.
– Vedrai che si aggiusta tutto – si sente dire mentre s’infila sotto le lenzuola.
Se n’era quasi convinta, ma è proprio quella frase a produrre un’altra incrinatura. Si gira e rigira nel letto, senza riuscire a prendere sonno. La notte è calda e ventilata, dalla finestra socchiusa arriva l’odore del gelsomino. Paolo dopo averle massaggiato un fianco sembra essere calato in un sonno profondo e regolare. Federica pensa che il giorno dopo vorrebbe tornare in piscina, ma non sa come affrontare Giovanna, se dovesse incontrarla di nuovo. Non capisce perché prova un misto di vergogna e imbarazzo. Si mette a sedere sul letto. Paolo si gira, è sveglio e accende la luce sul comodino. La ritrova in quella posizione assurda con i pugni puntati sul materasso e le gambe dritte sollevate.
– In piscina c’era una donna senza gambe –. Gli dice guardando dritto davanti a sé, sempre nella stessa posizione.
– Ho capito, ma non è che adesso ti devi mettere alla prova anche su questo.
– Si fa bastare un’ora di nuoto al giorno. Capisci? È contenta, di quello e probabilmente della sua vita. Io non so se sarei capace.
Paolo annaspa sul comodino in cerca degli occhiali, li trova e se li infila, come se lo aiutassero a capire quello che Federica gli sta dicendo. Tira su le gambe al petto e sospira.
– Avrà trovato un modo di adattarsi.
Federica gli rivolge un’occhiata come se non avesse capito niente di quello che gli ha appena detto, incrocia le gambe e porta le mani sulle ginocchia.
– Avrei voluto toccarle le cicatrici. È stupido, lo so. Adesso dirai che sono morbosa, ma avrei voluto toccarle per farmi un’idea di che cosa c’era prima, delle sue gambe.
– Forse, invece, lei preferisce non pensarci affatto, a com’erano prima intendo.
– Ma come fa a bastarle un’ora di nuoto al giorno?
Paolo si solleva dal letto e apre la finestra, la strada sotto è lontana buia e tappezzata di cofani di auto parcheggiate.
– Lo senti l’odore del gelsomino? Adesso la fioritura è al massimo, non durerà più di una settimana.
Si appoggia all’inferriata del balcone e pensa a quanto poco spazio occupano nella vita cose come annusare un fiore, eppure uno se le ricorda e ci ripensa, a volte cambia perfino umore per cose così, da niente. Uno perde le gambe e ha tutto contro, allora nuota e sopravvive. Vorrebbe spiegarlo a Federica, ma teme di non esserne capace, teme che suoni come una cosa sentimentale e stupidamente consolatoria.
Federica lo raggiunge da dietro cingendolo con le braccia e dice piano: – Se ce l’ha fatta lei senza gambe, posso farcela anch’io, senza lavoro. No?
– Giusto.
Paolo si scioglie dall’abbraccio, è come se gli mancasse il fiato, ma non dice niente a Federica, si allontana di qualche passo, poi va verso la cucina: – Prendo qualcosa da bere.
Nell’oscurità sopra la piastra dei fornelli fluttua il riverbero azzurro del display sul frigo. Paolo ripensa alle storie delle lucertole che tanto spesso ha sentito raccontare da Federica. Chissà poi se erano vere, chissà se era andata veramente così. Magari anche Federica aveva spezzato qualche coda, e solo adesso, da adulta, le scocciava ammetterlo. Guarda il latte colare bianco nel vetro del bicchiere e si domanda perché la sofferenza degli altri diventi tanto spesso la misura e l’argine della propria, il velo opaco con cui ci si protegge dalla vita e da se stessi.

(Racconto pubblicato su “Nuovi Argomenti”, n. 65, 2014)