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La bastarda della Carolina

lilla30 aprile 2018

La bastarda della Carolina di Dorothy Allison (trad. it. di Sara Bilotti, minimum fax 2018) è la storia di sopravvivenza di una piccola e fierissima eroina, un’epica femminile di attraversamento della più feroce e subdola violenza patriarcale ambientata negli anni Cinquanta, in un Sud degli Stati Uniti povero e ignorante, ma che potrebbe benissimo accadere, anzi purtroppo accade con grande frequenza a ogni latitudine, anche nel nostro paese.

Anne Ruth Boatwright sopravvive all’incidente stradale in cui la madre, sdraiata sul sedile posteriore dell’auto della sorella e del marito, viene catapultata fuori e si risveglia solo tre giorni dopo, quando la bambina è già nata e registrata come bastarda all’anagrafe, poiché nessuno dei parenti sa esattamente il nome del padre. Anne Ruth, soprannominata Bone – alla nascita è piccola come un ossicino – sopravvive alla vulnerabilità della madre che, a sedici anni, l’ha partorita in maniera così rocambolesca e pur amandola moltissimo riesce a malapena a mantenerla, tanto che nemmeno un anno dopo si ritrova di nuovo incinta e con un marito che chiama ‘il mio bambinone’. Bone sopravvive alla morte improvvisa di lui, al dolore e allo smarrimento della madre, vedova giovanissima e di nuovo sola, come sopravvive alla famiglia materna, i Boatwright, zii e zie amorevoli, rozzi e chiassosi, più una nonna sdentata, con la bocca sempre piena di tabacco e di battute sferzanti. Bone impara presto che “la famiglia è la famiglia, ma neanche l’amore impedisce alle persone di divorarsi a vicenda”. Infine, Bone sopravvive, pur rompendosi svariate ossa del corpo e perdendo la propria integrità di persona, alla violenza e all’abuso sessuale che il secondo marito della madre, papà Glenn, le infligge fin da piccolissima.

Scritto con l’apparente mancanza di filtri letterari che caratterizza la migliore narrativa americana da Flannery O’Connor a Lucia Berlin, il racconto della bambina, e poi dell’adolescente, Bone riproduce con graffiante visività e con voce ventriloqua, tanto è l’effetto realistico, le tappe di una crescita in un mondo in cui è del tutto normale che le donne, le zie, le madri, le sorelle, le cugine considerino gli uomini dei bambini mai cresciuti, e che gli uomini si ritengano degni di qualcosa solo se sanno spaccare le ossa a chi li insulta o infastidisce, a chi s’interpone fra loro e l’immagine di forza e invincibilità cui pateticamente aspirano. Da una parte si delinea un femminile accudente, amorevole, ironico e critico, dall’altra un maschile debole, spaccone, violento e abusante proprio perché fondato su una falsa idea di forza. Ma Dorothy Allison è tutto fuorché manichea nel ricostruire le dinamiche dei rapporti fra uomini e donne all’interno della famiglia, anzi la sua grandezza consiste proprio nel cogliere l’umanità anche del personaggio più abietto, papà Glenn, corroso dal senso di inferiorità verso il padre e i propri fratelli, incapace di tenere un lavoro, incapace di controllare la rabbia e geloso della piccola Bone, perché lui, bambino mai cresciuto, adulto dissociato e vile non può tollerare che la giovane moglie che ha inseguito e finalmente sposato con le due figlie non siano altro che sue, sua proprietà, suo possesso da degradare quanto lui si sente degradato. Allison rende con grande finezza psicologica la ragione ultima per cui la giovane mamma di Bone non riesce a proteggere la figlia e a prendere le distanze in maniera definitiva dal marito: papà Glenn la tratta come una madre idealizzata e inviolabile, colei che potrebbe farlo diventare una persona migliore. E sotto il ricatto di questo potere conferitole illusoriamente, la madre di Bone perde progressivamente la figlia e il senso della realtà atroce che si consuma nella loro casa, complice inconsapevole della violenza che si alimenta di paura, disperazione, e mendace volontà di riscatto.

Bone riesce a non sprofondare nella vergogna e nel senso di annullamento di sé, grazie alla riserva di affetto che trae dal clan familiare materno e che riesce a trasmettere, a sua volta, alla coetanea albina e obesa che a scuola tutti scansano; i canti gospel e la promessa di una salvezza che passa attraverso il fervore religioso battista l’aiutano a nutrire i pochi sogni da adolescente che le sono rimasti, ma è soprattutto la sua capacità interiore di guardare dritto in faccia il male, di analizzarlo, di capirne le cause e le movenze a impedire che diventi una creatura rattrappita su stessa, per sempre solo vittima. Viceversa, anche grazie a una zia poco convenzionale, Bone riesce a liberarsi, ad affermare il proprio diritto a esistere e l’enormità dell’ingiustizia patita. Non un finale consolatorio, ma una risoluta affermazione di dignità, le ultime parole di Bone, sono: “Ero già chi dovevo diventare”, non white trash, la spazzatura delle classi povere americane, sempre pronte a denigrarsi, ad accettare di essere considerate stupide e pigre, bensì una giovane donna consapevole, per quanto ferita.

Attingendo largamente al proprio vissuto, Allison ha scritto un romanzo che, come lei stessa dichiara nella postfazione all’edizione italiana, non è un memoir, né un’autobiografia, perché la forma romanzesca le ha consentito di allargare la sua esperienza individuale e trascenderla in un racconto che restituisce voce e dignità a chiunque abbia subito abusi, a chiunque abbia conosciuto l’emarginazione sociale.

La bastarda della Carolina arriva in Italia nella traduzione di Sara Bilotti, che ne rende la cadenza da ballata e la prossimità col parlato, ventisei anni dopo la prima edizione originale del 1992. Libro amatissimo dalla critica, finalista al National Book Award, base del film omonimo realizzato da Anjelica Houston nel 1996, non ha sempre avuto la vita facile: fu bandito e censurato in alcuni Stati e suscitò polemiche a più riprese. Cosa c’è da temere da libri come questo, o da The Bluest Eye (L’occhio più azzurro) del premio Nobel Toni Morrison, che Allison ha dichiarato di aver tenuto a modello e fonte d’ispirazione? La violenza che viene descritta – solo due sono le scene di stupro e gestite con grande sobrietà – è assai inferiore a quella reperibile in molti film o video presenti in rete. Infatti il punto non è questo, se mai possa esserci una ragione per la censura, che guarda caso va a colpire sempre la letteratura che spinge a indagare i meccanismi del male, la complicità che richiede, le ragioni psicologiche e sociologiche che ne mettono a nudo la logica aberrante. La bastarda della Carolina obbliga chi legge a non distogliere lo sguardo, a prendere posizione, a trovare un proprio centro etico. E, certo, questo lo rende un libro pericoloso.

(Questo articolo è uscito su La lettura del Il Corriere della Sera il 25 marzo 2018)