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Diario

Labirinto

21 novembre 2018

Febbraio 2018, Bologna

Tanto vale dirlo subito: io con il fatto di tenere un diario ho sempre avuto qualche problema.

Mi ci sono messa a più riprese, specie fra i dieci e i quindici anni, accumulando una tale dose d’insoddisfazione da scoraggiarmi per il seguito a riprovarci, o quasi.

Mi sentivo goffa e innaturale a scrivere ‘caro diario’, non sapendo chi fosse questo ‘tu’ al quale mi rivolgevo, e trovavo insulsi gli elenchi di cose fatte, di avvenimenti, di persone viste con cui riempivo le pagine. Mi è capitato di ritrovarne uno con una copertina di velluto rosso, custodito in un armadio a casa di mia madre: si vede che mi stancavo facilmente ad annotare la quotidianità per quello che era, molte pagine si interrompono con dei disegni. Frustrata, perché non riuscivo a rendere con le parole l’incalzare della vita o il suo noioso ripetersi, viravo sul disegno un’espressività confusa, velleitaria e combustiva come la mia adolescenza.

Anche dei disegni ero tutt’altro che contenta per quanto, a rivederli adesso, mi appaiano più sinceri, forse perché meno ambiziosi. Con le parole era da tempo iniziata un’altra storia, un innamoramento che richiedeva di essere all’altezza, e io non mi sentivo mai all’altezza. Sia delle parole, delle frasi piene di significato che scoprivo nei libri, sia della vita stessa. Anzi, di quest’ultima soprattutto. Le mie parole rimanevano sempre nane per tutto quello che chiamiamo vivere.

Da adulta, quando nacque mia figlia, scrissi per un po’ con le modalità del diario, o forse volevano essere lettere di un epistolario. Era tutto così unico e potente che trascriverlo s’imponeva come una necessità fisica. Ma anche quello si rivelò un tentativo fallimentare. Non c’era verso di piegare la mia esperienza alla forma diaristica, ne venne fuori, diversi anni dopo, un racconto che ovviamente non era la storia della nascita di mia figlia o dei suoi primi mesi, eppure c’era molto di più il senso di un vissuto lì, in una storia inventata per tre quarti, che nelle pagine alle quali avevo cercato di affidare un pezzo di vita. Che dissidio angoscioso fra l’esistenza e la pagina scritta, soprattutto se mi ci mettevo di mezzo io. L’io, quell’ingombro prezioso che la letteratura a volte maltratta o, più spesso, innalza a certe glorie mitopoietiche, che con ogni evidenza non facevano per me, anche se a scrivere ci pensavo di continuo.

Non era finita lì ovviamente, come con tutte le cose alle quali ci annodiamo, con la faccenda del diario. Dopo un grave incidente d’auto che mi ha tolto l’uso delle gambe, mentre cercavo di descrivere al neurologo dell’unità spinale in cui ero ricoverata l’inferno di sensazioni che mi venivano da un corpo alienato e divenuto all’improvviso inconoscibile, mi propose di tenere un diario delle percezioni giornaliere e di darne una valutazione in base all’intensità, con una scala da uno a dieci. Storsi il naso, ma accettai, per disperazione più che altro, e per gratitudine per quel medico colto e sensibile che capiva la fame di parole che avevo. Ogni giorno, per aiutarmi a perimetrare quello che sentivo, mi somministrava una piccola lezione sulle deafferentazioni, ovvero la soppressione degli impulsi nervosi fra cervello e nervi periferici che, in seguito alla lesione midollare subita, era la causa delle parestesie, diffuse dalla cintura in giù, cioè dalla mia undicesima vertebra, maciullata dentro un fosso padano in mezzo all’erba unta di smog. Con un po’ di parole nuove in testa tipo assoni, motoneuroni e via dicendo, mi calmavo, almeno fino a mezzogiorno.

Non che nutrissi grandi speranze riguardo all’efficacia del diario, anzi ero abbastanza sicura che pure con l’aiuto dei numeri non sarei riuscita a rendere in maniera attendibile i dolori, i soprassalti, le scariche elettriche che mi attraversavano di continuo e contro le quali antidolorifici e antiepilettici erano poco più che acqua fresca. Mi ripromisi comunque di aggiungere alla valutazione dell’intensità dei dolori qualche descrizione che fosse più prossima e dettagliata.

Dopo dieci giorni, il diario era una sequenza di valutazioni fra otto e nove, con annotazioni che anche a distanza di poche ore da quando erano state scritte mi apparivano arcane: 25 maggio, dolore 9. Una spazzola per capelli, di quelle con i denti di ferro, striscia sulla parte anteriore delle mie gambe, cosce e polpacci. Il bacino è una vasca a perdere. 26 maggio, dolore 8,5. Perché le mie gambe sono piene di formiche che rodono e rodono? 28 maggio, dolore 8, appena un po’ meglio dopo la fisioterapia, ma è tutto il giorno che sono convinta di avere il coccige sudato, mi tocco e verifico, ma niente. Eppure, una ghiacciaia in fondo alla schiena. 29 maggio, dolore 7/8. Vuoto attraversato da lampi. Poi arriva l’ondata melmosa del miorilassante. Lioresal. Fango fino allo stomaco.

E via di seguito così.

Ricordo che lessi alcune di queste descrizioni al neurologo colto, sensibile e paziente che capiva la mia fame di parole e la mia ansia di trovare metafore per ciò per cui sapeva che non esistevano mai definizioni esatte, o quelle che c’erano erano insufficienti. Mi ascoltò e mi disse che il cervello, con il tempo si sarebbe abituato, avrebbe riscostruito uno schema corporeo per quelle parti che non muovevo più e sulle quali avevo perso anche la sensibilità. In un certo senso, e molto alla lunga, aveva ragione. In ogni caso i suoi occhi neri e lucenti, la barba corta e bianca, che s’increspava in qualche sorriso fugace, sono i pochi luoghi accoglienti in cui so di aver riversato lo smarrimento senza quartiere di quei mesi. Quanto al diario, non c’è bisogno di dirlo, lo mollai dopo quei dieci o quindici giorni in cui mi ero impegnata, col neurologo, più che con me stessa.

Quindi, cari amici di Nuovi Argomenti, lettori e redattori, io non sono così sicura che affidarmi questo compito sia stata una buona idea. Non garantisco. Anzi temo che, ben prima di arrivare alla fine dell’impresa, queste pagine avranno preso una piega strana e che i giorni, le cose, il tempo si saranno rifiutati per l’ennesima volta di entrare per quello che sono nelle mie parole, e allora portate pazienza, se nel bel mezzo di una lettura che avevate cominciato come un diario vi ritroverete da un’altra parte.

Imputatelo pure a una mia certa incapacità di stare dentro le cose per quello che sono senza scavarle, guardarle da una prospettiva che non sia solo la mia, sdoppiarle e moltiplicarle; che poi a pensarci è forse una delle ragioni principali che mi spingono a scrivere romanzi, e a immaginare molto più di quello che succede.

 

20 febbraio 2018, Bologna

Avrei dovuto subodorare che accettando la proposta di tenere un diario sarebbe arrivata una qualche coincidenza di malattie e ospedali. E infatti. Oggi dopo aver rimandato varie volte, e dopo aver provato con tutti i rimedi soliti, mi sono decisa ad andare dal medico. L’accentuarsi della colite e dei disturbi gastrointestinali, che da gennaio non mi hanno dato requie, a detta sua richiede un esame diagnostico. In fondo sono quattro anni che non fai un’endoscopia. Mi dice, come se fosse il tagliando per la macchina. Dopo la visita, chiamo direttamente il reparto ospedaliero per prenotare e, con mia grande sorpresa, mi danno appuntamento per il 3 di marzo, si è liberato un posto proprio ora, con una disdetta. Ho solo otto giorni per congetturare le cose peggiori. Otto notti in cui convivere con l’ansia. Temevo ben di più. Attraverso la piazza dove la fontana è spenta ma nella vasca si è raccolta molta acqua che, in realtà, è neve sciolta. Forma uno specchio nero e quasi immobile. Mi sporgo e vedo la mia sagoma contornata dai rami chiazzati e spogli dei platani. Non ho poi una brutta cera, tutto sommato. Considerato che è inverno, che non nuoto da tre mesi, e che non ho nessuna ragione per essere particolarmente allegra o sorridente.

A pranzo avevo appuntamento con Bettina, venuta in treno da Reggio. L’inverno è decisamente la sua stagione. Bionda e rosea, ha la pelle tesa e fresca come un bambino. E diventa ancora più rosea quando entriamo in un posto riscaldato per mangiare. Una specie di Caesar salad, lei, gnocchetti al pomodoro, io. È un posto affollato e anche piuttosto rumoroso. Ma questo non scoraggia le nostre chiacchiere. Parliamo di lirici greci che Bettina spiega ai suoi studenti di liceo e di amore, insomma di una relazione amorosa. Il tutto è un po’ kitsch, forse. Non lo so. Anche i greci antichi avranno parlato di amore fra di loro e chissà in quali termini. Forse con le parole del mito, mentre noi usiamo quelle della psicologia. Comunque, c’è sempre dell’affanno. All’ultimo gnocchetto avverto quelle spiacevoli contorsioni della pancia che mi perseguitano. Mi sento l’ospite di una vita che non conosco, che avviene a livello cellulare, nel dialogo fra gli organi interni che mi esclude e che mi sopravanza di gran lunga.

 

22 febbraio 2018, Bologna

Continua a nevicare, poi piove, la neve si scioglie ma subito dopo nevica di nuovo, va avanti così dall’inizio del mese. Sembra di stare dentro a quelle sfere trasparenti, con i trucioli di neve finta, fatti di polistirolo: la mano di qualcuno continua ad agitare e giù con la neve. Il ripetersi di questo scenario accentua certi pensieri fissi: il mio mal di pancia e tutto quello che può starci dietro, l’impasse politica che presagisco dopo le imminenti elezioni, le ragazze trucidate a Milano e Macerata. Rimbalzo da un pensiero all’altro, faccio ricerche su internet, mi faccio traviare dalla lettura di pessimi articoli di cronaca, sondaggi, diagnosi mediche. C’è un collegamento fra queste ossessioni?

A dire il vero no. Se non un senso di impotenza contro cui la razionalità può ben poco. E all’impotenza si accompagna l’estraneità. Perché devo addomesticare il luogo dove abito, il mio corpo, sempre pronto a farmi qualche scherzo? Perché andrò a votare una sinistra che non mi rappresenta e che – ci potrei giurare – perderà? Perché le donne sono così spesso trattate come Barbie da fare a pezzi? E poi vilipese sui giornali: oche, sciocchine.

Alla ragazza di Macerata mancava il cuore, non era con il resto dei pezzi nelle due valigie; la mafia nigeriana, ben presente in Italia, pare gestisca un traffico di organi. Gli autori di quello scempio erano nigeriani. La ragazza di Milano era ospite di un uomo già noto per aver adescato ragazzine. C’è un prima in queste storie. Altro che oche o sciocchine. Certo, le parole fanno anche le cose. Ma prima, quando doveva esserci una rete di servizi e di umanità che poteva salvare queste ragazze, in quel prima come ci si arriva, coi fatti o con le parole?

Allo stesso modo, io faccio yoga per calmare la mia pancia, e respiro meglio e mi rilasso. Ma prima, quando e perché il mio corpo se ne va per i fatti suoi, subisce e patisce, senza che io riesca a farci un granché? Quanto alla politica, le parole sembrano non avere più nessuna presa, scollate come sono dai fatti. A volte tolgo l’audio ai discorsi in televisione di Renzi o Salvini, mi concentro sulla mimica facciale e quella delle mani. Non ci vuole un genio della fisiognomica per capire che mentono. Eppure, quanta forza in queste menzogne.

A fine giornata mi domando cosa spinse Rimbaud a mollare tutto e a partire avventuriero per l’Africa. La sfiducia nelle parole?

 

28 febbraio 2018, Bologna Verona

Nevica di nuovo, grossi fiocchi che sembrano fazzoletti. Parto per Verona dove ho un incontro al Circolo dei Lettori. Arrivo a fine pomeriggio, è già quasi buio e freddissimo. La bellezza marmorea di questa città è perfino più inscalfibile di notte. Non è solo l’arena con il suo cerchio panciuto, ma sono gli archi, le pietre sopravvissute dell’antica colonia romana ad avere una forza che produce contrasto e si accresce a contatto con l’architettura gentile e ricamata del Gotico. L’incontro fa parte di un ciclo che s’intitola “La cura sono io”. Mentre rispondo alle domande, sento come una specie di rimprovero da parte della mia pancia, come se non la stessi raccontando giusta.

Il dialogo con il pubblico invece mi conforta, stiamo scambiando qualcosa. Poco a poco la pancia s’acquieta. Non esistono solo le sue ragioni.

Dopo l’incontro, mi portano a mangiare in una pizzeria dove fanno diversi tipi di pasta e di guarnizioni creative. Optiamo per la soluzione degli assaggi, per non perderci nulla, ed è tutto molto buono. Valeria, direttrice del Circolo dei lettori, conclude che questa però non è pizza. Le do ragione. Ma se non è pizza, cos’è? Focaccia. Quelle che abbiamo mangiato stasera sono deliziose focacce farcite con gli ingredienti che vanno di moda adesso: pesto di rucola, avocado e alici, zucca e formaggio.

Quando finalmente realizzo questa cosa delle focacce, ci tengo a dirlo a Valeria. Non è che si possa vivere in una continua mistificazione delle cose.

 

1 marzo, Verona Bergamo

Mi sveglio in albergo, e nevica sempre. Accendo la televisione, cosa che non faccio mai a casa, ma in viaggio sì. Davvero strano, rifletto, come se avessi bisogno di sentire il rumore del mondo. Ascolto per una decina di minuti un programma in cui si parla della ragazza di Milano accoltellata dal tranviere. Majorino rilascia una breve intervista e dice, fra le altre cose, che il Comune pagherà funerali e sepoltura. Aveva un padre e una madre, ai quali era stata sottratta dai servizi sociali, per poi essere cresciuta in varie comunità, come il fratello, del resto, che ha solo un anno meno di lei. Scendo a fare colazione rimuginando su questi fatti e mi domando quanti altri italiani lo stiano facendo, e se sia voluto che un servizio del genere vada in onda alle otto del mattino, mentre molti hanno appena lasciato il sonno e stanno facendo colazione.

Mi domando se anche con il corpo avviene che una parte, la più debole, accumuli in solitudine anni di malessere e infelicità per poi esplodere e per quale ragione il resto dei tessuti non intervenga prima della degenerazione, o se queste cose avvengano all’improvviso, senza che ci si possa fare nulla. Non che io creda che abbia molto senso continuare a sovrapporre le cose come sto facendo, ma è la passività a spaventarmi: passivamente prendo atto dei malfunzionamenti di parti di me, e passivamente assorbo notizie dal mondo, che siano ammazzamenti o slogan elettorali.

A Bergamo dove arriviamo dopo un’ora di macchina, sempre sotto una neve fitta e bagnata, decidiamo di avventurarci nella città vecchia che è bellissima e costruita come una serie di cerchi concentrici, di fortificazioni e porte. Le porte sembrano di epoca settecentesca e napoleonica, ma alcune devono essere preesistenti, si aprono su piazze che danno respiro, mentre le strade si fanno via via più strette mano a mano che ci si avvicina al duomo. Parcheggiamo su un’erta con il ciottolato per entrare in S. Maria maggiore. Ciottoli e neve sono una maledizione per le ruote della sedia, Sergio decide che è meglio andare all’indietro, così evito anche di spaventarmi per la pendenza, chiudo gli occhi e ascolto il crepitio della neve schiacciata. Nonostante il disagio e il freddo, è bellissimo. Così entro in chiesa con le ruote tutte piene di neve che si stacca a blocchi, girovagando fra le cappelle. Dentro la temperatura è quasi uguale a quella di fuori, si gela. Riprendiamo la macchina anche se il tratto è breve, si tratta di girare intorno alla cattedrale per arrivare sul lato della cappella Colleoni. Lascio che Sergio scenda armato di macchina fotografica, io mi accontento di guardare, stando in auto, la facciata che è un pizzo di marmo rosa e bianco avvolto da una bufera di neve. Ho voglia di rientrare in albergo, scaldarmi e prepararmi per l’incontro del pomeriggio, che è con un gruppo di lettura e una parte della giuria del premio di cui sono finalista.

Avevo già sperimentato l’efficienza dei bergamaschi un mese fa, quando ero stata invitata al festival Presente Prossimo e anche stasera non mi hanno deluso. Alla biblioteca Tiraboschi, nonostante il tempo da lupi, c’erano almeno una settantina di persone, e la cena con gli organizzatori e sostenitori del premio è stata molto divertente. Flavia, la segretaria, è una donna di grande spirito. Negli anni ha raccolto aneddoti sugli scrittori da farci un album illustrato: ascoltarla mi fa ricordare che appartengo a una categoria capricciosa, per quanto attraente, come certi uccellini esotici che uno può aver voglia di allevare, ma che si rivelano delle vere e proprie seccature perché hanno sempre qualcosa che non va, ora il cibo, ora la temperatura, ora la luce.

 

2 marzo 2018, Bergamo

L’organizzazione del premio prevede che oggi incontri tre classi di liceo.

Mi sono svegliata in preda al panico, pensando che domani ho l’esame da fare, poi a colazione mi sono distratta ascoltando i discorsi di una coppia nel tavolo di fianco, non stanno insieme sono colleghi di lavoro in trasferta. Lei è giovane, trantacinque anni su per giù, lui una cinquantina. Lei dice che si addormenta sempre quando viaggia, in treno e in aereo. Comunque sia, alle sette e mezza è truccata di tutto punto e ha già finito due kiwi e bevuto tre tazze di caffè: l’efficienza di chi dorme bene, mi dico, covando la solita invidia dell’insonne.

Niente televisione stamattina. Non c’è tempo. Nevica ancora e alle nove mi aspettano in un liceo scientifico. Parlare davanti agli adolescenti è una cosa che mi fa sentire messa alla prova. Conosco la diffidenza, la sterminata ingenuità, le sterzate improvvise di questa età feroce. Mia figlia avrà diciotto anni alla fine di maggio. L’incontro si svolge in un auditorium che è troppo grande per poter essere scaldato e così siamo tutti incappucciati con piumini e sciarpe. I ragazzi sono più audaci delle ragazze, su alcuni volti aleggia uno stordimento ormonale che mi sembra difficile scuotere, su altri una curiosità impertinente che non mi dispiace. Ci rimangono male quando dico che è molto difficile mantenersi scrivendo libri, e che in genere per campare si fanno mille altre cose legate all’editoria, oppure proprio un altro mestiere. Com’è dura a morire la leggenda dell’artista! Hanno letto un mio racconto, presente in un’antologia curata da Filippo Tuena. Ricostruivo l’incontro fra Bob Dylan e Scarlett Rivera, la violinista che lo accompagna nell’album Desire. Hanno capito che in ballo c’è una svolta del destino e che Scarlett poteva anche solo per un soffio non incontrare affatto Dylan. Una carriera costruita su un evento del tutto fortuito e casuale li affascina e li spaventa. Meno male, penso. Quando suona la campanella e il nostro incontro finisce, per loro è la ricreazione, non fanno in tempo ad aprire la porta che dà verso l’esterno che una serie di palle di neve si abbatte, sono i compagni che li aspettano fuori. Che bello avere sedici anni e la neve in mano!

Il ritorno da Bergamo a Bologna è un’odissea che dura quasi cinque ore, molti tratti dell’autostrada sono chiusi per quello che alla radio chiamano il gelicidio, nevica, tira vento a raffiche, e sembra di essere in Siberia. A Sergio diventano gli occhi rossi nello sforzo di stare concentrato sulla guida. Tutto è bianco e grigio, e adesso non ho più niente a cui pensare se non l’esame di domani. A dire il vero ci sarebbe il libro che devo finire, ma in questo momento Calvino, Volponi, Moravia e tutti gli altri mi sembrano lontani come stelle nel cielo invernale.

 

3 marzo 2018, Bologna

Entro in ospedale felice di sottrarmi alle raffiche di vento gelato. C’è una marea di gente in attesa, ma non si capisce se debbano fare la gastroscopia, la colonscopia o che altro. Però è davvero una ressa. La solita maleducazione italiana: se non sei abituato al rispetto delle leggi, non lo fai tu per primo e pretendi connivenza, lamento condiviso. Imprecazioni contro gli infermieri e i dottori, qualcuno sostiene che non è vero che una delle macchine si è rotta e per questo c’è così tanta fila.

Detesto situazioni del genere, mi fanno rinnegare la mia nazionalità e perfino la mia lingua piegata a così tante infamie. Il fatto di essere ammalati, o bisognosi, non dà il diritto a nessuno di presumere la maggior fortuna, o peggio, la malafede altrui. Comunque, c’è un vantaggio ad avere sempre una propria sedia sotto il culo: ti metti a leggere dove ti pare. E così mi isolo tuffandomi ne Il lanciatore di giavellotto di Volponi, che sto rileggendo a dire il vero, la prima volta lo lessi all’università. Su Volponi devo preparare un seminario al Gabinetto Vieusseux di Firenze per aprile, ma ci lavoro da un pezzo, siccome è un capitolo importante del libro temerario che sto scrivendo. Il libro temerario, ormai lo spaccio a tutti così. Perfino a me stessa.

Leggo per dieci minuti.

Fascismo, cazzi duri a destra e sinistra, voyeurismo, dolore e dolore insomma per quanto sia splendido Il lanciatore di giavellotto non è proprio la lettura che mi ci voleva. Cerco allora di visualizzare il peggior esito possibile dell’esame, la necessità di un intervento, la forza con cui mi dovrò preparare al prima e al dopo, quando finalmente l’infermiera mi chiama. Ad eseguire l’esame è lo stesso medico che già mi ha visitato in passato e questo mi scalda il cuore. Mentre mi spoglio ho la certezza irrazionale che non sarà niente di grave. Il dottore mi dà un buffetto e mentre mi infila la sonda mi stringe una spalla, quasi un massaggio. Bisogna essere dotati di autentica empatia e di garbo per fare un gesto così, ci vuole così poco a diventare inopportuni. L’esame dura poco e io riesco a non pensare a quasi niente, ogni tanto sbircio le immagini sul monitor che mi fanno lo stesso effetto della voce che raccontava l’ingresso di Aladino nella grotta magica, nelle fiabe registrate che ascoltavo da piccola: terrore e meraviglia.

Quando sono già rivestita e ho riguadagnato la mia sedia a rotelle, il medico mi dice che il prolasso non è peggiorato, che i miei disturbi si possono curare con una terapia che mi illustra e prescrive. Allora non c’è bisogno di intervenire? chiedo per assicurarmi fino in fondo. Il dottore mi sorride e dice: no. Io poi a lei risparmierei qualsiasi altra cosa finché possibile, visto quello che deve avere passato.

Lo ringrazio e lo saluto, sorrido sulla porta. Mentre percorro il lunghissimo corridoio per arrivare all’ascensore penso a quello che mi ha detto, a quanto conti per me che un medico una volta tanto faccia lo sforzo di immaginare – non ci vuole molto facendo quel mestiere – cosa voglia dire essere sopravvissuta nelle mie condizioni, a un intervento durato più di dieci ore, alla duplice trasfusione, alle mille complicanze avute in seguito, alla minorità cui si viene consegnati. L’immaginazione non è solo un fatto individuale, unisce le persone. Anche per questo è una forza grandissima. Se tutti si esercitassero almeno due minuti al giorno.

 

4 marzo 2018, Bologna

Il giorno del mio quarantasettesimo compleanno coincide anche con quello di queste temute elezioni politiche. Tra l’altro, è il primo compleanno che ricordi con un freddo così cattivo e tanta neve. Andiamo ai seggi con una certa mestizia, il nostro seggio non conta – credo – nella media nazionale, siamo in una roccaforte, a mezzogiorno abbiamo già superato il 50% di affluenza e la sinistra non ha rivali, per quanto il M5S non sia messo male.

Pranziamo in un ristorante giapponese che mi piace molto, anche se il padre di Sergio, chiacchierando con i cuochi, scopre che sono tutti cinesi. Usciamo commentando che al giorno d’oggi è tutta una contraffazione. Mi ritornano in mente le pizze-focacce di Verona. Però abbiamo mangiato a quattro palmenti ed era tutto molto buono. Io e Matilde ci siamo pure rimpinzate di un mango a testa, che di per sé sarebbe già mezzo pasto, e per noi era solo il dessert.

Per ingannare l’attesa del risultato elettorale andiamo al cinema. Ma anziché Il filo nascosto per cui c’è troppa coda, ci tocca Lady Bird, che è carino, ma forse non è esattamente quello che avremmo voluto vedere.

A casa riprendo in mano Il lanciatore di giavellotto, pensando all’archetipo di una virilità tutta muscoli, repressione e fallocentrisimo, sulla quale Volponi e Morante hanno scritto due romanzi di fallita iniziazione ai sentimenti e al sesso, Il lanciatore e Aracoeli, che sono fra le cose più vere e strazianti del nostro Novecento. Romanzi usciti all’inizio dei gaudenti anni ottanta, non sarà un caso. Questa virilità, che non ha mai superato il complesso edipico, che nega il femminile e divide brutalmente le donne in madri idealizzate e puttane, è traghettata dal fascismo a oggi, se ne può ridere solo quando Antonio Albanese la cala nel luridissimo Cetto Laqualunque, per il resto si porta dietro una scia di dolore insopportabile.

I primi exit poll sono sconfortanti, vado a letto con il mal di pancia e stavolta so da dove viene. Corpo e mente hanno un loro accordo, paradossalmente, sulle questioni politiche.

 

5 marzo 2018, Milano

Prendo il treno alle 17,00 per Milano. Proprio mentre Renzi dovrebbe pronunciarsi pubblicamente sulla sconfitta, chiamiamola pure batosta, del Pd.

Fa freddissimo e non so cosa aspettarmi da questa cerimonia di premiazione al Teatro Manzoni. Il premio è dedicato alla memoria di Wondy, la giornalista Francesca del Rosso, e alla letteratura resiliente.

Durante la serata si sprecano le battute sul baraccone elettorale che non sembra ancora finito e sull’ingovernabilità del paese che si profila. Mi viene assegnato il premio della giuria, e ne sono contenta, ma la cosa più emozionante è che ho conosciuto Roberto Bolle e l’ho avuto di fianco per una bella oretta, in modo da deliziarmi della sua pelle diafana, così pura da sembrare trasparente e attraversata da luce, le lunghe mani che si tormenta, i piedi altrettanto lunghi. Anche nel suo respiro c’è il ritmo della danza che gli ha modellato il corpo, i gesti. Ci ripenso prima di addormentarmi e mi dà conforto.

 

26 marzo 2018, Bologna

L’ultima nevicata risale solo a una settimana fa, e forse ora finalmente abbiamo finito con l’inverno. Le gemme sugli alberi da frutto sono ancora chiuse e l’erba è slavata e ammaccata per il tanto carico di neve. Ho passato venti giorni a scrivere e studiare, venti giorni in cui non succedeva assolutamente nulla, non si formava nemmeno il governo, il mio mal di pancia attraversava fasi di latenza per poi ritornare tale e quale. Nulla di memorabile e una stagione che sembrava bloccata.

Ieri è entrata in vigore l’ora solare, e così alle sette di sera di oggi ero con Andrea in un bar affacciato su Piazza Verdi a bere uno spritz e c’era ancora tantissima luce, sul fianco del teatro comunale e sugli alberi. Alcuni studenti del suo corso di scrittura creativa, per il quale ho tenuto una lezione sul romanzo, ci hanno raggiunto. Avevano ancora molte domande. Nel locale la musica era fortissima, le loro voci piene di accenti regionali, si faceva fatica a parlarsi senza ripetere domande e risposte. A un certo punto gli studenti hanno cominciato a parlare di cose loro, e sono tornati giovanissimi e fin troppo vivi. Io continuavo a guardare fuori dalla vetrata grata per tutto quel chiaro, finalmente. Andrea mi ha detto: non ti sei accorta che quella ragazza si era innamorata di te?

Ho riso, dicendogli che romanzava. Ma all’uscita dal bar, mentre attraversavamo la piazza dove un sacco di gente faceva un sacco di cose – mangiare, essere seduta per terra, bere, cantare, suonare, parlare, fumare delle canne, limonare – mi è venuta in mente una frase della mia amica californiana Rachel “When spring comes in Bologna it’s all about sex”.

E così ho pensato che forse è tornata davvero Persefone dall’Ade e si può ricominciare a vivere.

 

2 aprile 2018, Bologna

In piazza S. Domenico io e Chiara guardiamo la fiancata della chiesa, tutta rosa e bianco, e chiacchieriamo. A pochi metri da noi una signora russa, una badante dico io, sta a gambe aperte seduta per terra, fuma e ha una bottiglia di birra in mano. Passano turisti, soffia un po’ di vento e l’aria è morbida. Arrivata la primavera, Bologna cede allo struggimento di chi ha patito una lunghissima lontananza, dal sole, dalla luce, dall’amore.

Ho capito finalmente cosa mi ha tenuto sempre lontana dallo scrivere un diario: la convinzione che quello che mi capita sia del tutto irrilevante, o meglio che possa avere un qualche senso solo se messo in relazione ad altri milioni di cose che accadono ogni istante nel cosmo e collidono o si tengono a distanza, ma fanno comunque parte del tempo che ci contiene, che è l’unico vero soggetto della scrittura. Allora forse per scrivere un diario bisogna abbandonarsi al tempo che passa, accettare l’insignificanza e andare avanti.

Anche di insignificanza bisognerebbe fare almeno cinque minuti di esercizio al giorno.

Ma torniamo alla primavera e allo struggimento. Oggi ho trovato questa frase di Gianni Celati, in uno dei suoi libri che amo di più, Quattro novelle sulle apparenze: “Nel nostro essere perduti noi aspettiamo che gli altri ci trovino, perché solo loro possono trovarci in tutto l’universo.”

È quello che mi auguro ogni giorno, di essere trovata, è quello che auguro a ogni essere vivente, a ogni lettore di queste pagine.

(Questo Diario è uscito sul numero 82 della rivista “Nuovi Argomenti”, 2018)

 

Il fascino dell’elenco

Christian Boltanski, "Animitas", Bologna Mambo

Christian Boltanski, “Animitas”, Bologna Mambo

2 agosto 2017

Decine e decine di volti sgranati nell’ingrandimento da vecchie fototessera in bianco e nero, scatole di latta sovrapposte a costruire uno schedario dei morti e dei dispersi dell’Olocausto, centinaia di abiti dismessi ammucchiati in carrelli o distesi al suolo, e ancora occhi anonimi stampati su tele chiare che ondeggiano al passaggio del visitatore, volti di partigiani ingranditi e affissi in luoghi periferici della città, la mostra antologica di Christian Boltanski, che ha inaugurato lo scorso 25 giugno al Mambo di Bologna e proseguirà fino al 12 novembre 2017, Anime di luogo in luogo a cura di Danilo Eccher, sollecita una riflessione sulla forma dell’elenco e dell’accumulo nella cultura visiva e letteraria contemporanea.

Già Michelangelo Pistoletto con il suo Muro di stracci (1968) aveva accumulato ed esposto abiti smessi in serie con intento decostruttivo del consumismo, mentre Daniel Perec nel romanzo La Vie mode d’emploi (1978) ci aveva introdotto a un senso dell’oggi che è fatto di accumulazione e vertigine del vuoto: l’elenco degli oggetti, dei gesti, dei luoghi e delle quisquiglie del quotidiano nella vita di un condominio che oscilla fra ironia e angoscia. Beppe Sebaste in Oggetti smarriti e altre apparizioni (2009) ha scritto un libro sulla memoria e la sua dissoluzione a partire da oggetti accumulati e dispersi.

Ma dove è possibile rintracciare l’origine di un uso espressivo della forma dell’elenco?

Dall’antichità fino all’epoca premoderna i cataloghi – dei soldati, delle navi, delle belle donne – avevano una funzione celebrativa, un po’ come passare in rassegna i campioni di una squadra prima della gara o della partita. Ciò che sembra invece caratterizzare l’elenco nella modernità è l’aspetto memoriale tanto più elegiaco quanto impersonale. A fare da cesura la seconda guerra mondiale e la società dei consumi di massa. Il lavoro artistico di Boltanski registra un passaggio che non è solo di quantità: come preservare la memoria di migliaia di persone letteralmente spazzate via dal conflitto bellico e poi dalle stragi e dai flussi migratori, ma anche di qualità: come si mantiene la memoria non di biografie illustri bensì di vite perlopiù anonime?

Si potrebbe dire che solo dopo il trauma collettivo dei due conflitti mondiali e dello stragismo, e nel contesto di una civiltà di consumi di massa dove le singole esistenze si assomigliano tutte nell’omologazione merceologica, l’accumulo, la serialità e l’elenco degli oggetti e delle immagini siano potuti diventare da contenitore inerte un potentissimo mezzo espressivo.

[Questo articolo è uscito su L’Espresso di domenica 30 luglio con il titolo Boltanski List]

 

Villaggi e ‘viaggi’ industriali in Emilia Romagna

Massicciata della ferrovia dismessa di Modena

23 aprile 2016

Da piccola, negli anni ’70, ho trascorso molti pomeriggi nel cortile di una fabbrica che produceva tappatrici per bottiglie e altri articoli da ferramenta. Mia madre lavorava lì come contabile e segretaria e se, dopo la scuola nessuno poteva badarmi, la seguivo in ufficio, due stanze con bagno al piano terra di una casa che era quella dove i proprietari dell’impresa risiedevano, nell’ala a fianco e ai piani superiori. Però io da lì uscivo subito. Vagavo per tutto il pomeriggio, almeno finché non faceva scuro, tra i resti delle lavorazioni ammassati in un gran mucchio di filamenti gommosi colorati che si potevano plasmare e che quindi m’impiegavano le mani e la fantasia a lungo, o tra certe armature di metallo che per le proporzioni e la corrosione della ruggine si prestavano a diventare archi di un castello, porte magiche per attraversare le epoche.

La solitudine la sentivo solo quando mia madre mi richiamava dentro, spesso in coincidenza con l’ora di uscita degli operai dalla fabbrica, quando suonava una flebile sirena a liberare una decina di uomini in tuta blu, le mani macchiate di nero; gettavano saluti al buio e sbattevano le portiere delle auto parcheggiate in fila. Il rumore secco e ripetuto col quale gli operai si lasciavano alle spalle la fatica per tornare a casa o alla vita fuori dalla fabbrica, sagomava la misura del tempo che avevo passato là fuori, nel cortile dove nelle crepe del cemento spuntavano ciuffi di camomilla tra i quali si inseguivano le lucertole, mie uniche compagne di gioco. Poi lasciavamo anche noi quel posto e percorrevamo in auto la strada in cui sfilavano un’autocarrozzeria, un grande capannone con attrezzi agricoli e trattori in esposizione, un campo incolto ma recintato, un’altra fabbrica di cemento e prodotti edilizi. Mentre piano piano il paese della Bassa padana in cui vivevamo ci riavvolgeva con le sequenze di case, portici medievali e negozi, mi domandavo cosa sarebbe successo nelle ore successive al cortile vuoto, al capannone di fianco, a tutta quella via che era il villaggio artigianale, che mi pareva già così vuoto di giorno e che chissà cosa diventava di notte. Eppure era tutt’altro che vuoto, anzi in febbrile espansione in quegli anni.

La definizione di villaggio imparata a scuola diceva che si trattava di un insediamento di modesta entità, anticamente sprovvisto di un piano urbanistico, ma legato ad alcune attività lavorative, non diceva nulla riguardo al fatto che potesse essere un luogo che si trasformava, che l’energia compressa del lavoro o la sua potenzialità creativa potevano diventare una solitudine così vasta e imprevedibile da non essere contenuta nella parola stessa. All’epoca non avevo ancora in tasca il termine che in seguito mi avrebbe accompagnato spesso nell’attraversare il paesaggio industriale, una parola che mi sarebbe arrivata sovraccarica di connotati filosofici, economici e psicanalitici accumulati lungo tutto il Novecento: alienazione. Il corrispettivo per me di cemento che si sgretola nei cortili, di strade che non vanno da nessuna parte se non nel retro di una fabbrica, di posti dove la gente entra ed esce a orari fissi ed è come se non fosse mai stata lì, o avesse preferito non esserci, di aree carico-scarico, di aiuole dove nessuno ha mai raccolto un fiore, di case attaccate al capannone, o costruite sopra la fabbrica, intorno i panni stesi su un filo, le tende alle finestre, un’auto parcheggiata davanti all’ingresso, la cuccia del cane e il suo abbaiare.

Dagli anni settanta del secolo scorso a oggi gli spazi occupati da attività industriali e manifatturiere, ma anche solo dal deposito e transito necessario ai mezzi di locomozione di entrambe, sono cresciuti per tipologia ed estensione, in alcuni casi hanno cambiato il nome in distretti, comparti, zone, forse perché era evidente la distanza che li separava da quelli costruiti a fine Ottocento e nei primi anni del Novecento. Come il villaggio Crespi D’Adda, edificato a partire dal 1878 dall’industriale del tessile Cristoforo Benigno Crespi a Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo, dove in un reticolato geometrico erede tanto della tradizione francese che di quella inglese, vennero disposte dall’architetto Ernesto Pirovano e dall’ingegnere Pietro Brunati la fabbrica, i magazzini, le case degli operai con i loro giardini, un ospedale, un teatro, una palestra e una scuola, gli edifici residenziali più nobili destinati ai dirigenti, la casa padronale circondata da un parco, e la tomba di famiglia, il tutto in morbido stile eclettico. Intorno al 1990 questo complesso, ancora attivo e abitato, rischiava di venire invaso da ulteriori costruzioni per le quali il Comune aveva già dato la concessione edilizia. Si costituì un comitato per l’iscrizione nella lista Unesco e nel 1995 tutta l’area coi suoi fabbricati e il verde intorno venne dichiarata Patrimonio dell’Umanità.

Un altro esempio è il villaggio Olivetti iniziato a Ivrea da Camillo, fondatore della fabbrica di macchine da scrivere, e ampliato poi dal figlio Adriano, fino alla morte nel 1960, coinvolgendo alcuni tra i più importanti architetti e urbanisti del razionalismo italiano: Luigi Figini, Gino Pollini, Annibale Fiocchi, Marcello Nizzoli e Luigi Piccinato. L’armonia, termine caro a Olivetti, nella ricerca di un rapporto vivibile fra spazi lavorativi e residenziali, fra verde e costruito, fra servizi agevolati alle famiglie e partecipazione alla vita aziendale, è ancora così ben percepibile che anche il complesso Olivetti è diventato nel 2001 un percorso museale. Tali occorrenze, che già quando nacquero costituivano delle semi-eccezioni frutto di un industrialismo illuminato piuttosto episodico nella tradizione italiana, sono diventate non a caso musei di se stesse, esempi di archeologia industriale, realtà istruttive e affascinanti quanto si vuole, ma appunto relegate al perimetro di una memoria che ha bisogno di essere recintata per sopravvivere.

Comunque, in Emilia Romagna, a molte delle aree industriali venute dopo a partire dal dopoguerra, ma con un’accelerazione rilevante negli anni ’90 a causa di alcune leggi che di fatto incentivavano la costruzione anche immotivata di capannoni, è rimasto appiccicato il nome di villaggi, vuoi perché si sviluppavano da precedenti insediamenti artigianali e con questi coesistevano, vuoi per nostalgia dell’idea di comunità laboriosa all’origine di quel conio linguistico. Ciò che manca in verità ai villaggi industriali è proprio, anche se non del tutto, una comunità di persone che vi si riconosca, e che li senta propri. Dico non del tutto, perché a percorrerli questi luoghi ci si accorge che c’è sempre qualche bambino che s’inventa il mondo a modo suo in un cortile, un bar in cui chi lavora da quelle parti spezza la giornata, siti in rete in cui si raggruppano comitati e si auspica un rinnovamento, un recupero funzionale, investimenti congiunti da parte di privati e Comune.

I villaggi industriali che occupano porzioni di suolo ben maggiori rispetto ai centri storici e danno la forma al nostro presente, producendo i beni materiali che consumiamo, abolendo la demarcazione una volta netta fra campagna e città, sono sempre uno spazio da riqualificare, da ripensare, da sottrarre a un degrado conclamato o incipiente. E io vorrei capire perché.

Partiamo dalla via Emilia, l’antica strada romana che solca la regione da Ovest a Est inanellando tutti i capoluoghi di provincia. Senza saperlo è diventata il più grande villaggio artigianale-industriale disseminato. Da Piacenza a Bologna – perché poi verso la Romagna la densità si abbassa – su entrambi i lati, nord e sud, attività commerciali, saloni espositivi, fabbrichette, capannoni s’intervallano senza regola a sopravvivenze agricole, qualche antica villa pudicamente arretrata rispetto alla strada, centri storici che per me sono un sollievo, quando li attraverso, perché almeno lì so dove mi trovo. Per il resto è difficile dire se si è alle porte di Parma o verso San Lazzaro, fuori Bologna. È quasi tutto uguale, raramente interessante dal punto di vista architettonico e, persa l’euforia espansionistica delle scorse decadi, anche piuttosto triste. Moltissimi sono i capannoni svuotati, privati del nome dell’azienda che prima li occupava e ora distinti solo dall’insegna a caratteri cubitali: vendesi o affittasi. Il protrarsi della crisi ne stinge i colori, dilava i numeri che diventano illeggibili, la siepe – di fotinie, piracanta o lauro ceraso – che più nessuno taglia nel frattempo si è trasformata in ricettacolo di sacchetti e bottiglie di plastica, ma a volte ci si vede pure una scarpa, un sandalo rotto, una sdraio sfasciata.

Dal 2008 al 2011 la cessazione di attività industriali in senso stretto è stata pari a un –20% con una forte ripercussione su tutta l’economia della regione che concentra in questo settore il 28,4% del proprio Pil con un numero di imprese che si aggira intorno alle 46.800 unità. Negli anni successivi il segno negativo è stato un po’ meno forte ma sempre rilevante, con un fallimento di aziende oscillante fra le 1102 unità del 2013 e le 780 del 2015.

Si è creato un paesaggio inedito: anche le case sono messe in vendita, quelle case un tempo ambite perché affacciate, letteralmente spinte sull’orlo del principale asse viario, oggi faticano a reggere il confronto con il rumore costante, l’inquinamento, la disomogeneità estetica frutto della mancanza di un piano generale e di cultura architettonica, e se nessuna attività le riempie si lasciano andare a un destino di abbandono. Negli ultimi due anni il calo delle vendite e degli affitti degli immobili a uso produttivo è stato del -8,5% e del -19% in quelli destinati a uso commerciale.

L’abbandono può anche essere un modo rivelatore e prezioso di uscire dal tempo, di annunciare la fine di un’epoca, ma qui in una regione che occupa il terzo posto in Italia per capacità di esportazione, ha la pressione antropica di Pechino e la ricchezza economica e di servizi, nonché il tasso di occupazione delle zone nordiche d’Europa, che significato si può dare alle fabbriche dismesse, alle saracinesche chiuse, ai magazzini blindati che a macchia di leopardo si diffondono? Si tratta di sfortune individuali, di esuberanze del sistema, dell’inevitabile fine di un modello di sviluppo irrazionale perché tendente all’infinito? E nel frattempo – per quanto tempo? – quelle vetrine, quelle fabbriche, quelle attività rimarranno fantasmi di ciò che sono state? I cicli economici non hanno la regolarità e continuità delle stagioni, con ogni evidenza, e forse lasciano macerie non così facili da decifrare, poiché comunque secondo i dati Istat l’Emilia Romagna continua a essere la settima regione in Europa per produzione manifatturiera.

Se dalla via Emilia mi sposto dentro un villaggio industriale vero e proprio come le Roveri, il più grande di Bologna, situato lungo l’asse che sul lato nord della città porta verso la pianura e addossato alla stazione treni terminale di scarico merci, l’assetto cambia, è quello di una maglia di strade che nei nomi portano una vocazione un tempo specifica: via dell’Industria, via del Fresatore, via del Muratore, via del Fonditore, via del Vetraio, via del Legatore, via del Battitore, ma anche vicolo dei Prati, via Bassa dei Sassi, via delle Biscie a ricordare la prossimità con la campagna o con l’incolto. Il toponimo stesso, Roveri, lascia pensare che un tempo qui ci fosse un bosco di querce di pianura.

Il villaggio, percorso nella calma sonnolenta di una domenica mattina di fine febbraio, ha la dignità straniata dei posti tenuti in ordine per la ripresa del lavoro settimanale e, al momento, deserti. A confronto con l’incombenza caotica che regna sulla Via Emilia, qui le fabbriche e i capannoni sono arretrati, un’ampia area di rispetto è stata osservata sui fronti stradali, per cui oltre a grandi cortili, ci sono viali alberati con platani e tigli. Lo spazio che separa i fabbricati in certi punti è solenne, immaginato per imponenti manovre, anche se l’impressione è che una grande industria non vi abbia mai trovato posto, ma che l’artigianato si sia affiancato alla logistica e ai trasporti, del resto la dimensione media delle imprese emiliane vede 4,1 addetti che salgono a 10,5 nel settore propriamente industriale.

Nel vasto silenzio delle fabbriche chiuse, avvisto due uomini che corrono in tenuta sportiva, controllando qualcosa che deve essere un cardiofrequenzimetro legato al polso, lungo uno dei viali più larghi con un ampio marciapiedi tramato dalle ombre pallide dei rami di platano, sullo sfondo un timpano post-moderno si staglia contro il muro di un edificio divelto. Chi l’ha detto, dopotutto, che di domenica mattina, da queste parti, debba esserci più smog che altrove.

Arrivo nel cul de sac di una strada dove affacciato su un campo d’erba si erge un capannone di nuova costruzione e vuoto, fuori il solito cartello vendesi affittasi, uno dei circa 3500 immobili a destinazione manifatturiera stimati sfitti in regione. Ritorno alla rotonda dove mi era sfuggita una baracchina, un po’ delabré, ho l’impressione che qui d’estate vendano piadine e cocomeri e mi colpisce che in un posto in cui la parola scritta è usata solo per indicare le cose – a destra uffici, a sinistra corrieri, cementi, parcheggio – spunti un’allocuzione personale, politica ed enigmatica: “Salvini stai attento!”, spray rosso su un muro color rosa porcellino.

Abbasso il vetro dell’auto per sentire l’aria che non sa di niente in particolare, e mi accorgo che dall’altro fianco della strada tra un appartamento costruito al piano superiore di una fabbrichetta di gomme e un capannone, si apre un campetto di erba, intatto e vuoto. Non più di duecento metri quadrati di erba su cui non si è voluto o potuto costruire, una presa d’ossigeno per il suolo, sorvegliata da una telecamera che monitora dal tetto. Proseguo in quella via delle Biscie che a tutti gli effetti serpeggia tra due fossi e sembra aperta campagna con alcuni antichi edifici di tipo colonico; qui nel 2008 si volevano trasferire le casette prefabbricate usate a Torino per le olimpiadi invernali del 2006, ad uso di operai emigrati. Ci fu una sollevazione del comitato delle Roveri e le casette, a quanto pare non furono mai impiantate. Abitanti e imprenditori temevano che si creasse una situazione di spaccio di droghe e degrado come quello che si era creato intorno al centro sociale, Livello 57. Ma se capisco benissimo che edifici vuoti possano interessare a chi è senza un tetto e sulla strada, faccio più fatica a capire come possa essere vantaggioso lo spaccio in una zona frequentata prevalentemente da lavoratori e non così ben servita dai mezzi pubblici. È forse il fantasma dell’ex Manifattura Tabacchi costruita da Luigi Nervi, da tempo abbandonata in attesa di diventare un Tecnopolo, ma per ora infestata da spacciatori nord-africani, ciò che terrorizza i membri del comitato Roveri? Me lo domando mentre arrivo alla rotonda in cui hanno installato un’opera che celebra il lavoro: su un traliccio semicircolare figure ritagliate in metallo nero: la modista, l’elettricista, il carpentiere, c’è perfino un liutaio. Un’evocazione dei mestieri da sussidiario invecchiato, che ancora una volta tradisce ogni legittima aspirazione di questo Paese a essere dentro il proprio tempo. La targhetta indica la data 2004. Nel frattempo il lavoro è cambiato così tanto da far sembrare antiquate quelle figurette, forse già inadeguate dodici anni fa.

Eppure qui c’è tutto lo spazio e mentre penso la parola spazio, mi si sprigiona dentro l’allegria infantile mista a sgomento che mi prendeva nelle interminabili peregrinazioni per scoprire la città, Los Angeles, quando vivevo in California e mi rendevo conto che nella percezione del paesaggio c’era la proiezione della psiche, delle sue paure, dei suoi schemi, delle sue strutture più profonde davanti a tutta quella diversità rispetto ai luoghi in cui ero cresciuta. Educati all’idea di un centro e di una geometria spaziale che gli ruota intorno, fra piazze e vie, è difficile pensare per gli Europei, e per gli Italiani in particolar modo, che il centro non ci sia. I nostri villaggi industriali, che erano una grande opportunità di libertà costruttiva, sembrano sempre orfani di qualcosa, e anche quando sono moderni e funzionali, come questo, lo sono senza convinzione.

Una volta fuori dal villaggio Roveri ho un momento di esitazione. Dalla tangenziale che è sopralevata si vede scintillare l’Appennino, quest’anno tardivamente innevato, prendendo a est si va verso Ferrara o Ravenna con i loro poli petrolchimici, che da lontano hanno la sulfurea apparenza di pinnacoli torrette e cilindri avvolti da miasmi. A sinistra verso ovest, si va verso Modena con i suoi distretti delle ceramiche e delle piastrelle, che tanto piombo hanno sedimentato nei polmoni degli abitanti lungo la valle del Secchia. Il biancore di torrone delle montagne, insolitamente visibili e nitide, mi pare l’unico argine al primato d’una dispersione delle attività produttive che fa sì che le aree industriali in Emilia Romagna siano più di 700 per un’estensione che supera i 30.000 ettari. Siamo nella più vasta pianura italiana ma la terra per coltivare il foraggio necessario alla produzione del Parmigiano Reggiano scarseggia.

Decido di dedicare la prossima perlustrazione al villaggio artigianale-industriale di Modena Ovest, dove il Comune ha dichiarato di volere recuperare, riqualificare, ecc. C’è perfino una tratta di ferrovia da sradicare e una discarica da bonificare, stando alle notizie riportate sul sito web.

L’aspetto, appena imbocco via Gassendi, è quello di un ibrido tra le periferia urbana fitta di condomini post-bellici e l’insediamento artigianale. Tutto è stretto, piccolo, fatto un po’ al risparmio, un po’ come capitava. Il modello, se ha senso parlare di un modello, è quello della piccionaia. Recinzioni tirate su con materiali di recupero rattoppati insieme, alberi che caparbiamente crescono in mezzo alle recinzioni distorcendole ancora di più, aree di manovra in cui a stento passa un furgoncino, ma di quelli piccoli. Sembra impossibile che da queste parti abbia sede la casa editrice Panini, nota a tutti i bambini italiani di diverse generazioni per le figurine incollabili di cartoni animati e calciatori, eppure, eccola apparire appena si svolta in Via Emilio Po: di colore arancione con la classica copertura prefabbricata a shed, un edificio anonimo non fosse per l’insegna con l’omino corrazzato e piumato che corre lancia in resta. Dall’altra parte della strada un parcheggio con le file delimitate da stecche di tigli. Superata la Panini m’infilo in una via di cui non ricordo il nome e trovo l’ennesimo edificio abbandonato, occupato, devastato e ora più o meno blindato, ma l’abbandono non deve essere troppo remoto, perché in quel che rimane dei vasi di cemento davanti all’ingresso spuntano i bulbi di giunchiglie in procinto di fiorire. Quanto durano i bulbi in un vaso se nessuno li annaffia?

Procedendo verso la massicciata della ferrovia che finalmente ho individuato – ma non era difficile, le strade vi sono addossate a pettine – rallento davanti a un gruppetto di uomini dalla pelle scurissima, di varia età, vestiti a festa con completi lucidi e sgargianti, stanno sul bordo della strada, discutono animatamente di fianco a un pulmino dove c’è scritto “God is Love”, la stessa scritta accompagnata da altre che fatico a decifrare si trova sulla porta di quello sembra a tutti gli effetti il retro di un capannone, ma che deduco sia diventato la loro chiesa, quando abbasso il finestrino e sento la musica e i canti che ne fuoriescono. Chiedo il permesso di fare una foto e loro m’invitano, molto sorridenti, a entrare. Li saluto e procedo. Più avanti una donna con un abito a stampa africana dai colori che ti rubano gli occhi, le treccine a torre sulla testa, si sta aggiustando le scarpe col tacco. Immagino che stia per raggiungere i suoi amici, la sua comunità, perché qui a tutti gli effetti, e contro ogni previsione, ce n’è una.

Sfilo davanti a una fonderia che coi tubi a vista di colore azzurro ricorda il retro del centre Pompidou a Parigi. Poi trovo anche la discarica e un’ironia involontaria di cartelli comunali che da un lato indicano la presenza poco più in là di un’isola ecologica, dall’altro vietano di abbandonare rifiuti. Distanti non più di trecento metri, appartamenti colorati di un complesso nuovo, dignitoso nelle forme, nelle aperture, nei volumi. Chi ci abita vede tutto questo: la massicciata effettivamente liberata dalle traversine di un tratto di ferrovia soppressa, una discarica abbandonata, di lato la fonderia, chi sta in alto probabilmente anche l’Appennino. La giornata s’è fatta luminosa, qualcuno sta bruciando della gomma, se ne sente l’odore invadente.

In rete ho letto che di questo lungo tratto dismesso di ferrovia vorrebbero fare una passeggiata nel verde come la magnifica Highway di New York, in cui sono stata qualche anno fa, poco dopo l’inaugurazione del primo tratto. Provo a immaginare la massicciata liberata dalle pietre e ripulita, un lungo percorso in cui si corre, si passeggia, ci si ferma a chiacchierare, si sosta su panchine all’ombra di siepi di bambù e specie arboree autoctone cresciute di fianco alla fonderia a ingentilirla, a mangiarsene le polveri, e magari ad ascoltare i gospel domenicali di una comunità africana che forse sarebbe felice di aprire la porta, se potesse farlo. Credo che molti gioirebbero di tutto ciò, che molti dedicherebbero anche del lavoro volontario per realizzare un simile progetto, pur di non vederlo arenato tra le secche di un cambio di giunta, tra gli stralci di appalti poco limpidi, perché questo è il rischio sempre incombente in Italia; di certo lo vorrebbero gli abitanti delle ridenti case con affaccio sull’attuale discarica, e probabilmente anche quel signore che mi ha doppiato per la seconda volta. Incontrato all’ingresso del villaggio, spinge un carrello basso, trasporta un enorme contenitore di plastica dove fluttua un liquido verde. A piedi si deve essere fatto un chilometro, avanzando verso l’isola ecologica, di domenica mattina, mentre la maggior parte degli italiani si sta mettendo a tavola. Seguo per qualche minuto con lo sguardo il suo procedere regolare a bordo della strada e immagino che sia un piccolo imprenditore, con una fabbrichetta che impiega pochi operai, la casa costruita attaccata al capannone, il garage di fianco, ‘chi lavora in proprio, lavora sempre’ come ritornello che lo accompagna da una vita; la tipica microeconomia su cui si è retto per anni il Paese e che ora boccheggia sotto l’urto della globalizzazione. Al palo di quei 4,1 addetti dell’impresa media che per reggere la concorrenza e crescere – dicono gli analisti – dovrebbe essere ben più strutturata.

Per uscire dal villaggio, e raggiungere di nuovo l’autostrada verso Bologna, bisogna salire su un cavalcavia, dall’alto rivedo il luogo in cui sono appena stata, il suo snodarsi indefinito, fra residui di un’economia non più esistente e impianti ancora vitali, un tessuto mai isotopico che con fatica cerco di ricucire a quello che l’orizzonte pure accoglie: la guglia elegantissima della Ghirlandina, il campanile trecentesco del Duomo, un altro monumento Unesco.

Ricucire, ritessere, rammendare, questi sono i verbi umili e declinati nei secoli al femminile, perché conoscere il proprio tempo è sempre un problema di spazio.

(Questo articolo è uscito sul numero 12 di Pagina 99 del marzo 2016.)