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Il romanzo della vita coniugale

La copertina de "La signora di Wildfell Hall"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8 novembre 2014

È uscito in questi giorni in libreria La signora di Wildfell Hall di Anne Brontë, nella traduzione di Francesca Albini e all’interno della collana “Le Grandi Scrittrici” curata da Monica Pareschi per l’editore Neri Pozza. Ne ho scritto l’introduzione e sono stata molto felice di farlo, perché questo è un romanzo non meno originale e interessante di Jane Eyre scritto da Charlotte Brontë e di Cime tempestose di Emily Brontë. Lo è sia a livello formale per l’inedito montaggio epistolare e diaristico, sia a livello di contenuto per l’audacia e la crudezza con cui affronta la condizione di minorità della donna all’interno del matrimonio, in una società – siamo nel 1848 – in cui alle donne non è ancora riconosciuto il diritto al voto. È anche un libro mistico, a suo modo, perché Anne, e con lei la sua eroina, cercava la verità a tutti i costi e la giustizia in ogni sua rivelazione terrena, a costo di qualsiasi sacrificio. Infine è un libro di straordinaria modernità per il tono realistico con cui la vita coniugale quotidiana viene analizzata, al di fuori di ogni idealizzazione romantica, di ogni cliché legato al genere. L’autrice, al pari di Jane Austen, sa descrivere i meccanismi sociali e le convenzioni che portano gli individui ad agire in un certo modo, e ciò che più le preme sono i passaggi strettissimi attraverso i quali le persone possono capire se stesse e gli altri e, talvolta, imprimere una svolta al loro destino. Mi pare una gran fortuna che questo romanzo torni in libreria.

Residual Hauntings

Fotografia-installazione "Residual Hauntings" di Catherine Bertola

18 luglio 2014

Una giovane artista britannica, Catherine Bertola (Rugby 1976), nei mesi in cui è stata ospite del programma di promozione dell’arte contemporanea della Brontë Society and Parsonage Museum di Haworth ha realizzato una serie di fotografie intitolandole Residual Hauntings. In queste fotografie le figure delle tre sorelle, riprese in gesti di quotidianità casalinga, appaiono come fantasmi dai contorni fluttuanti nelle stanze della dimora del curato Patrick Brontë dove vissero gran parte della loro vita. Una di queste mi colpisce: i tre fantasmi sembrano inseguirsi intorno al tavolo del soggiorno, quello dove verosimilmente hanno letto e scritto, disegnato e ricamato insieme, in innumerevoli occasioni.

Nei romanzi di Charlotte, Emily e Anne sono costanti i rinvii, le citazioni rovesciate e il dialogo fra le tre sorelle, così diverse fra di loro, così determinate a difendere la loro individuale originalità, rieccheggia nelle pagine, come se non avessero mai smesso di parlarsi, di spiare le reciproche reazioni. Non deve essere stata facile la convivenza, il padre e il fratello figure labili, la mancanza di prospettive economiche, la malattia che decimava la famiglia.

Avevano la scrittura, ognuna un sentire imperioso e, come tutti, molti fantasmi da inseguire e tenere a bada.