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Lacuna

Lacuna

17 settembre 2015

Come costruire un saggio intorno a una parola, dilatandola fino ad aggregarle intorno non solo concetti ed esempi, ma una vera e propria teoria estetica e letteraria? A questa sfida risponde in modo esemplare l’ultimo saggio di Nicola Gardini, Lacuna. Saggio sul non detto (Einaudi 2015).

L’etimologia, cara all’autore, di luogo cavo – lacus – che si riempie d’acqua, è il punto di partenza di quattro densi capitoli in cui analizza attraverso una gamma ricchissima di esempi, che vanno dall’antichità greco-latina alla modernità, senza seguire un ordine cronologico progressivo, le occorrenze e i significati di quella che viene comunemente intesa come una parola negativa e che si rivela invece parte costitutiva e indispensabile di qualsiasi testo letterario.

Semplificando in maniera estrema, la lacuna è il ‘non detto’, ciò che viene solo alluso, evocato, o del tutto taciuto all’interno di una narrazione. E può presentarsi sotto forma di allusione, preterizione, omissione, sintesi, brevità, sincope, a seconda dell’accento sull’effetto stilistico e strutturale che l’attrezzeria retorica vuole di volta in volta rilevare. Per inciso andrà detto che il libro esce quasi in contemporanea con quello di Bice Mortara Garavelli, Silenzi d’autore (Laterza 2015), col quale sarebbe proficua una lettura intrecciata.

Gardini parte da un campione celeberrimo e molto interessante anche per la storia testuale che lo accompagna, il manzoniano “La sventurata rispose”, con il quale nei Promessi Sposi si sigla l’inizio della relazione fra Gertrude, la monaca di Monza, ed Egidio. La frase alza un velo sulla vicenda peccaminosa in cui la monaca si lascia trascinare, tanto più potente nei confronti dell’immaginazione del lettore delle quattro pagine che, nel Fermo e Lucia, raccontavano la vicenda. L’ellissi agisce come una voragine verso la quale la nostra attenzione di lettori empatici e di giudici morali (ogni lettore, senza volerlo è entrambe queste cose) è attratta con il semplice uso di un aggettivo e di un verbo. Come l’ombra prodotta su un muro da una luce al buio, l’allusione manzoniana ci apre uno spazio molto più grande, e pauroso, di quello che qualsiasi descrizione avrebbe potuto fare.

Dante invece, nella Commedia, fa un uso ricorrente di preterizioni: ci sono cose che fra il narratore e la sua guida, Virgilio, vengono dette ma non riportate, valga per tutti la terzina: “Così andammo infino alla lumera/ parlando di cose che il tacere è bello/ sì com’era parlar colà dov’era” (Inferno IV, 103-5). A cosa induce il lettore una simile, compiaciuta, ammissione di silenzio? Gardini argomenta che l’affermare che ci siano cose che stanno fuori dal testo, e dunque esistono nella realtà, rafforza la convinzione che quello che si trova nel testo sia ancora più vero e credibile. “L’illusionismo, per colmo di ironia, fa sì che quel che è intrinsecamente immaginario tragga fondamento dalla realtà di quella mancanza”. Si crea dunque un effetto di verità, termine che Gardini sembra prediligere rispetto a quello, peraltro molto zavorrato di tradizione critica, di ‘realtà’.

Fondamenti della riflessione sulla necessità di omettere si ritrovano nella Poetica di Aristotele, al quale nei secoli continuano a far riferimento tanto i critici quanto gli scrittori. È Aristotele infatti che nota come Omero non racconti tutto e operi notevoli selezioni funzionali, e l’esempio aristotelico, applicato ai due più importanti poemi in versi della tradizione occidentale, è destinato ad avere una lunghissima fortuna e importanti ricadute: l’omissione, l’abbreviazione sono proprie della poesia perché comprimendo spazio e tempo portano un tipo di conoscenza più forte e vivace legata al potere incisivo delle parole, e al lavoro che l’immaginazione del lettore deve fare per colmare i vuoti; principi di poetica variamente declinati e condivisi nei secoli da Orazio a Leopardi, a Pietro Verri e Laurence Sterne. Il silenzio di Aiace davanti a Ulisse nel canto X dell’Odissea vale per lo Pseudo-Longino più di qualsiasi discorso, ed esprime con sublime grandezza l’ira che nemmeno la morte ha cancellato per le armi di Achille che gli sono state negate, tale silenzio vale quanto la scelta del pittore Timante di non rappresentare il volto del padre di Ifigenia nel momento del sacrificio, ma quello degli altri astanti. Il valore di questa censura visiva verrà percepito e teorizzato da Leon Battista Alberti tanto da diventare canonico nella raffigurazione dell’episodio, come vediamo ad esempio nell’affresco di Giambattista Tiepolo, Sacrificio di Ifigenia, realizzato nel 1757.

Accrescere l’importanza e la grandezza di ciò che non viene detto, ottenere un effetto di verità, mirare a una composizione ben bilanciata sono tutte funzioni che la lacuna, chiamata di volta in volta omissio, brevitas, significatio, concinnitas, assolve per gli scrittori antichi – Seneca, Cicerone, Tacito, Sallustio come per i moderni, Maupassant, Henry James, Sterne, Flaubert, ma Orazio – argomenta Gardini – dice qualcosa di più: l’arte di sapere dire, omettere e differire, crea una durata temporale del narrato, in cui le cose avvengono esattamente quando devono avvenire. Nell’orizzonte umano della caducità, la letteratura offre un antidoto potente alla morte: rinnova la durata del presente, dell’esserci qui ed ora sulla pagina.

D’altra parte il testo, la cui etimologia rinvia inevitabilmente all’intreccio, alla rete come una ragnatela, metafora utilizzata da Henry James in relazione all’immaginario dello scrittore, è appunto un insieme di pieni e di vuoti, come ricordato da Barthes e Benjamin soprattutto in relazione all’opera di Marcel Proust, dunque per definizione discontinuo, come la vita, e come la vita suscettibile di interpretazioni multiple.

In epoca moderna l’accento sulla selettività, o selezione (un nuovo sinonimo di lacuna) si intensifica e un autore come Stevenson si scaglia contro l’accumulo realistico di Balzac, ma già Madame de Staël all’inizio dell’Ottocento aveva teorizzato che per costruire bene bisogna sapere togliere. In epoca moderna ragioni funzionali e stilistiche si sposano a saldare un’estetica condivisa dal poeta Robert Browning, nel celebre poema su Andrea del Sarto del 1855, dove troviamo formulata la frase “Less is more” che troverà poi eco e risvolti avanguardisti nel motto dell’architetto Ludwig Mies van der Rohe. E mentre la lacuna è sempre lì per essere colmata nella tradizione romanzesca investigativa inaugurata da Sherlock Holmes, in quella del commissario Maigret di Simenon, a essa opposta e ispirata al filone proustiano della discontinuità e dell’assenza, la lacuna è il vuoto che solo l’immaginazione e nessuna prova può colmare.

E se per Virginia Woolf e Proust la letteratura mette ordine alla vita che è frammento e discontinuità, rivelando un’aspirazione alla totalità che ha profonde radici nel pensiero occidentale da Platone al Cristianesimo, la selezione e l’omissione fungono da potenti promotori della ricerca di una forma: scrivere è dare forma, leggere è dare forma, sottraendosi al caso e al caos. Mentre per scrittori come Čechov, Hemingway e Carver, bisogna rinunciare a qualunque pretesa di comprensione sistematica della realtà, a qualunque filosofia che spieghi tutto. La vita va rappresentata com’è, senza spiegazioni e didascalie accettando che dentro e nell’anima ci sia il vuoto assoluto. Il racconto, la short story è dunque prosa della lacuna per eccellenza. E la storia come ha teorizzato Peter Brooks non coincide con la trama. Non tutto ciò che accade è narrato e viceversa non tutto quello che è narrato esaurisce la storia. Tale principio, di nuovo in azione sul piano temporale del racconto, è acutamente presente, ad esempio ne La montagna incantata di Thomas Mann con la prima giornata in sanatorio che occupa ben 133 pagine delle 1069 complessive.

Per Nicola Gardini, in conclusione, “la letteratura non consiste nelle parole scritte, ma in quello che le parole scritte suggeriscono e presuppongono … è desiderio di altro ancora, perché quello che c’è sulla pagina non basta, non può essere tutto.” Inoltre, per Gardini, riprendendo la lezione oraziana, la letteratura con le sue lacune e i suoi silenzi ci prepara, e ci consola, del silenzio più grande di tutti: la morte, consentendo alla vita di trionfare, seppur in maniera effimera.

(La recensione è stata pubblicata sul sito de La Ricerca il 17 settembre 2015)

Una coppia che si ritrova dopo tanti anni

Francesco Primaticcio, "Penelope e Ulisse", 1560 ca. Toledo, Museum of Art

Francesco Primaticcio, “Penelope e Ulisse”, 1560 ca. Toledo, Museum of Art

 

 

 

 

 

 

 

 

 


10 marzo 2014

Laura era così assorbita nella contemplazione di quel quadro che a malapena si è accorta che ero arrivato al suo fianco. Mi sono avvicinato alla didascalia per capire di quale mitologia si trattasse.

Penelope racconta a Ulisse le prove subite durante la sua assenza. “Quando Odisseo e Penelope ebbero goduto il dolcissimo amore, si allietarono l’uno con l’altra con le parole, dicendo lei, la donna illustre, quanto dovette soffrire, vedendo l’indegna folla dei pretendenti sgozzare per causa sua molte pecore e molti buoi, e attingere molto vino dai vasi; l’illustre Odisseo, quanti dolori inflisse ai nemici e quante pene e fatiche patì egli stesso.” (Odissea, XXIII, 300-7)

Ritornai a osservare il quadro: un uomo e una donna, marito e moglie che si rincontravano dopo una lunghissima separazione. Chiunque si fosse trovato davanti, si sarebbe sentito anche dentro quella scena, sul bordo del loro letto.
Dentro la riconciliazione, l’imbarazzo, gli indugi e tutto quello che non si poteva dire, perché anche loro – una coppia che si ritrova dopo tanti anni – non sarebbero stati in grado di dirselo.

(Dal romanzo L’amore normale di Alessandra Sarchi, in libreria dal 18 marzo)

Le lacrime degli eroi

John Flaxman, "Achille trascina il corpo di Ettore", 1793 ca.John Flaxman, “Achille trascina il corpo di Ettore”, 1793 ca.

21 agosto 2013

Che gli eroi dei poemi omerici piangessero dovremmo averlo imparato a scuola, forse anche solo leggendo i brani antologizzati dell’Iliade e dell’Odissea poiché innumerevoli sono le occasioni e le ragioni per cui Ulisse, Achille, Priamo, Ettore, Patroclo, Agamennone e tutti gli altri versano lacrime abbondanti, gridano e si disperano. Il loro pianto è, d’altra parte, così espressivo e pieno di sfumature che solo una rivisitazione attenta al contesto, ai rimandi interni e alla secolare tradizione intessuta nei poemi, può riavvicinarci al senso.
È ciò che fa Matteo Nucci nel suo Le lacrime degli eroi (Einaudi 2013) calandosi fisicamente nella geografia dei luoghi, prima ancora che nelle parole di quegli uomini che ci hanno trasmesso modelli di pensiero e comportamento. Dunque: nel Ceramico di Atene, dove Pericle proruppe in pianto davanti al cadavere del figlio Paralo, ucciso dalla peste; davanti alla porta dei Leoni, a Micene, sulla soglia di una città che contiene già tutta la tragedia degli Atridi; nella stradina in discesa che dalla Pnice porta al Pireo, percorsa da Socrate e Glaucone all’inizio della Repubblica, e chissà quante volte da Platone, dopo la morte dell’amato maestro; sotto le mura di Troia dove si svolsero i duelli mortali fra Ettore, Patroclo, Achille.
I luoghi fanno le storie e i luoghi sono depositi di memoria di cui si nutrono le storie; Nucci studioso del mondo greco, e narratore, sa bene che non possiamo capire il mondo antico senza riappropriarci dei suoi spazi, reali e dell’immaginario. Il pianto occupava un enorme spazio nel mondo omerico, essendo legato alla memoria, alla percezione della finitezza umana e alla definizione dell’identità. Hannah Arendt, in un fine passaggio de La vita della mente, sottolinea che presso i Feaci Ulisse piange al canto dell’aedo Demodoco perché sente parlare di sé in terza persona, l’oggettivazione da parte altrui delle proprie sventure è fonte di identità; Ulisse sa chi è proprio mentre si abbandona a quella scomposizione momentanea di ragione, controllo e corporeità che, fisiologicamente, è il pianto.
Tuttavia, a un livello più profondo, il libro di Nucci sembrerebbe attingere il suo innesco da una domanda implicita, la cui spia più evidente è nella dedica a Zdenek Zeman: siamo disposti a concedere altrettante manifestazioni di emotività ai nostri eroi di oggi, e a noi stessi? Tutti noi cresciuti nel divieto o nella riprovazione delle lacrime, specie se pubbliche, specie se piante da un uomo?
Questo divieto, che tanto ci separa dal mondo di Omero, è indissolubile dalla negazione e rimozione della morte che la società dei consumi e dell’edonismo ha innalzato a ideologia, come spiegava già Philippe Ariès nella sua Storia della morte in Occidente, ed è la ragione per cui andiamo ai funerali con gli occhiali scuri e ci vietiamo le lacrime, a volte perfino con gli amici. Eppure non è cosa di oggi.
Anzi, Nucci ci insegna che proprio dal padre del pensiero occidentale, Platone, scaturì il più forte anatema verso le lacrime, definite materia da donnicciole, non da uomini di governo. Se Platone in cuor suo si univa alle lacrime congiunte di Priamo e Achille, nemici stretti da un abbraccio di mortalità che comprende il figlio Ettore e l’amico Patroclo non meno che loro stessi, nel XXIV libro dell’Iliade, nella realtà del suo tempo il filosofo riteneva che per educare uomini adatti al governo quelle effusioni fossero da bandire.
E così l’età perduta iniziava già con Platone e sanciva la distanza da un mondo in cui gli eroi si misuravano nella loro grandezza anche, e soprattutto, per la maniera in cui accettavano la morte e il dolore: con calde lacrime di riconoscimento, di sottomissione allo scorrere di un flusso superiore, perché nelle lacrime – liquido vitale – c’era tutta la consapevolezza dialettica di avere un corpo ed essere un corpo (mortale).
A quanto argomenta Nucci, si può aggiungere che Platone avvertì il pericolo che le lacrime incrinassero il dominio razionale su quella sfera tanto problematica che era per lui il corpo, ed ebbe consapevolezza che il pianto come gesto sociale, al pari del riso, fosse un potentissimo elemento normativo.
Il grande trasloco verso la metafisica operato dal filosofo imponeva che si diffidasse di eruzioni emotive che riportavano con forza la psiche alle sue contraddizioni. Con la stessa ambigua distanza presa rispetto alla poesia, anche le lacrime per Platone dovevano essere una rinuncia sofferta ma necessaria; chi poteva garantire della loro autenticità, del loro contenuto di verità, del loro controllo?
E noi, non siamo ancora a interrogarci sul significato profondo, sul significato vero delle lacrime del Ministro del lavoro, Elsa Fornero, piante in pubblico all’annuncio della riforma del sistema pensionistico?

(Questo articolo è uscito su Alias il 23 giugno 2013)