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L’architettrice

G.B. Zelotti, "Allegoria del’Architettura", Villa Emo a Fanzolo, 1565

G.B. Zelotti, “Allegoria del’Architettura”, Villa Emo a Fanzolo, 1565

11 dicembre 2019

Melania Mazzucco è tornata al romanzo storico per cimentarsi, dopo Tintoretto, con una figura ben più oscura e inafferrabile, quella di Plautilla Bricci, vissuta a Roma fra il 1616 e il 1704. I documenti d’archivio e le fonti la segnalano come pictura et architectura celebris, ma a volerla cercare su un manuale di storia dell’arte o su un repertorio degli artisti del Seicento romano, non la si troverebbe nemmeno in una nota a pie’ di pagina. Eppure Plautilla Bricci ha firmato con grafia elegante e consapevolezza del proprio ruolo, tanto da inventarsi il neologismo architettrice, opere dipinte e progetti edilizi. Viene da domandarsi perché sia scomparsa dalla memoria e dalla storia dell’arte, tanto che la prima e unica monografia a lei dedicata ad opera di Consuelo Lollobrigida, Plautilla Bricci, Pictura et architectura celebris. L’architettrice del barocco romano, risale appena al 2017. Come ha potuto scivolare nell’oblio l’autrice della domus magna di Palazzo Benedetti in via Monserrato, domicilio di Elpidio Benedetti, agente di Mazzarino e poi fiduciario del re di Francia e del primo ministro Colbert, autrice anche della cappella di San Luigi, nella celebre chiesa di San Luigi dei Francesi, e della villa detta il Vascello, voluta sempre dall’abate Benedetti sul Gianicolo, fuori la porta San Pancrazio? La risposta per Mazzucco è semplice ed è il motore di un romanzo che opera su due livelli, la restituzione storica e quella simbolica: Plautilla Bricci era una donna. E di donne architetto non solo abbiamo tracce scarse nei secoli passati, ma anche nella contemporaneità le poche note, come Zaha Hadid, finiscono per essere rappresentate con caratteri mascolini, o peggio ancora come ‘moglie di’, sorte toccata a Charlotte Perriand, coniuge di Le Corbusier.

Da una parte c’è quindi la storia, che nelle migliaia di carte compulsate dall’autrice rivela in Plautilla Bricci un’artista in contatto con i più grandi della sua epoca, da Giuseppe Cesari Cavalier d’Arpino a Pietro da Cortona, dall’altra c’è l’incapacità della storia stessa a trattenere l’importanza di una figura di donna pittrice e architetto, poiché tale figura manca di modelli e di esempi nell’immaginario antico e contemporaneo. Di qui la necessità e l’importanza del romanzo di Melania Mazzucco, che è dichiaratamente opera di immaginazione, ma è proprio di questa immaginazione che abbiamo bisogno per cominciare a dare voce e carne a figure che per il semplice fatto di essere donne non hanno avuto diritto di rappresentazione. Mazzucco intesse un racconto della vita di Plautilla che è attento alla trama dei rapporti umani: chi poteva frequentare una ragazzina, e poi una donna, artista nella Roma del Seicento? Come emerse il suo talento? Quali incontri furono determinanti per aprirle una carriera nell’arte in un contesto storico che, se da un lato vede la prima insorgenza di donne di stato forti, come Anna d’Austria e Maria de’ Medici, con i loro equivalenti intellettuali nelle femmes savantes, Marie de Gournay e Madeleine de Scudery, dall’altro è ancora largamente misogino. Ecco che gli elementi dell’anagrafe diventano i tasselli su cui cresce la trama romanzesca: l’importanza del padre, Giovanni Bricci, artista e poligrafo, e tuttavia figlio di un fabbricatore di materassi e per questo, nonostante una vita spesa a erudirsi, condannato al soprannome poco lusinghiero di Giano Materassaio; l’indigenza endemica della famiglia costretta a frequenti traslochi; la sorella Albina, destinata per bellezza e temperamento a prendere marito, e quindi indirettamente responsabile della condizione di vergine devota all’arte di Plautilla; il fratello Basilio che le sarà compagno nelle imprese d’arte, l’amicizia con la carmelitana Eufrasia Benedetti, a sua volta pittrice dilettante e fautrice dell’incontro con il fratello, l’abate Elpidio Benedetti, al quale Plautilla si lega a vita in una corrispondenza di sentimenti, di intelletto, di imprese professionali. Una lunga vita, peraltro, che scorre sullo sfondo di una Roma fastosa e miserabile al tempo stesso, e che la scrittura di Mazzucco rende in tutta la sua matericità: fango nelle strade, case fredde, sporcizia, malattie, ma anche l’opulenza delle stoffe, dei colori per la pittura, il fruscio della carta al lume di candela, la porosità del marmo e del travertino posati nei cantieri.

Le sorti di Plautilla Bricci si dipanano in alternanza al racconto del destino ultimo toccato alla sua opera più prestigiosa, la villa del Vascello sul Gianicolo, utilizzata dall’esercito garibaldino come ultimo baluardo a difesa della Repubblica di Roma contro le truppe francesi nel 1849. Ciò che rimane oggi di quella costruzione eccentrica e fantastica basterebbe da solo a innescare curiosità e interesse per le vicende della donna che ne concepì il progetto. Il romanzo di Melania Mazzucco ce la restituisce viva, singolare e affascinante come dovette essere quella donna affetta da cataplessia, che vide il mare una sola volta, non uscì mai da Roma, eppure arrivò a progettare per il re di Francia.

(Questo articolo è uscito su La lettura del 30 novembre 2019)

La notte ha la mia voce

COP la notte ha la mia voce

«È di libertà che si dovrebbe parlare, quando si parla di corpi. Ma come si fa, se non ce li scegliamo nemmeno alla nascita?
I nostri corpi sono già passato, eredità elargita da chi ci ha generato e preceduto nella tirannia combinatoria dei geni.»

La notte ha la mia voce ha vinto il premio Opera italiana al Premio Letterario Internazionale Mondello 2017 e il Premio Wondy 2018

 

 

 

Alessandra Sarchi, La notte ha la mia voce, Einaudi Stile Libero, Torino 2017
Progetto grafico: Riccardo Falcinelli
In copertina: Foto © Joanna Jankowska / Arcangel Images

Le recensioni a La notte ha la mia voce di Alessandra Sarchi sono in RASSEGNA STAMPA. Altro materiale sul romanzo è disponibile nella sezione EXTRA, mentre sul sito web di Einaudi è presente una pagina dedicata al libro.

Delizie del matrimonio

Anonimo, "Grande querelle entre le mari et l'épouse a qui portera la culotte et commandera le ménage", incisione in rame colorata, Paris, 1810 ca.

Anonimo, “Grande querelle entre le mari et l’épouse a qui portera la culotte et commandera le ménage”, incisione in
rame colorata, Paris, 1810 ca.

31 marzo 2014

“Tutti badano ai dettagli, sono loro che ci fanno innamorare o ci disilludono all’improvviso. Costruiamo un totem di bellezza, di perfezione, umana e morale, ne addobbiamo la persona che amiamo, e poi?
Poi siamo dentro un matrimonio, un contratto sociale vincolante, un impegno a riprodursi, a credere nella società. Non sarebbe meglio pensare all’amore come a un felice incidente che continua ad accadere?”
(Da L’amore normale, Einaudi 2014)

Amore e matrimonio non sono un binomio scontato. Per secoli e secoli il matrimonio è stato consapevolmente utilizzato come strumento per stringere alleanze fra famiglie e clan, quindi come strumento di controllo sociale che ben poco aveva a che vedere con l’amore. Ma anche quando, soprattutto grazie all’etica cristiana, l’amore coniugale comincia a guadagnare spazio, nella vita reale e nella rappresentazione, continua a rimanere un’istituzione problematica e conflittuale: è al suo interno, e in relazione, alla società che si gioca la parità fra i sessi, il ruolo riconosciuto agli uomini e alle donne. E basta guardare l’immagine qui sopra per farsi un’idea di come la disputa su chi abbia i pantaloni, cioè debba comandare, nella vita coniugale vada avanti da un pezzo e con un evidente svantaggio iniziale delle donne.

Questa lunga storia è stata messa in mostra a Milano, a palazzo Morando, in una esposizione intitolata “Le delizie del matrimonio”, conclusasi in questi giorni. Un itinerario iconografico molto ampio dal ’600 fino ai primi decenni del ’900,  diviso per temi: dal corteggiamento, alla fedeltà, al tradimento, al gioco delle parti nel legame coniugale.