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Marco Belpoliti, Pianura

Recensione al libro: Marco Belpoliti, Pianura, Einaudi 2021

Se c’è un libro che ha segnato gli studi di italianistica in maniera durevole negli ultimi trenta-quarantanni, questo è Geografia e Storia della letteratura italiana di Carlo Dionisotti. La precedenza alla geografia nel titolo è programmatica di un metodo che pone molta attenzione alla peculiarità spaziale e territoriale del nostro paese durante il ’400 e il ’500, epoca in cui altrove si formano gli stati nazione, mentre da noi trionfano sanguinarie signorie locali e una curia papale sovradimensionata.

Se richiamo qui il testo di Dionisotti è perché l’ultimo libro di Marco Belpoliti, Pianura, è intrinsecamente legato all’idea che fra luoghi e persone, fra luoghi e cultura, fra luoghi e storia ci sia un nesso che sarebbe riduzionista chiamare causale, essendo molto più complesso e difficile da rendere se non attraverso un racconto puntuale dei tramiti, delle mediazioni, dei contatti. In questo senso la scelta di staccarsi dalla scrittura saggistica per una più affabulatoria e narrativa – il libro ha la cornice di una serie di lettere o se vogliamo di un dialogo continuo con un amico – si sposa all’intento di far emergere proprio una trama che non si sottomette a uno schema di pensiero, ma insegue l’andamento ‘casuale’ di riflessioni che partono sempre da situazioni, incontri, coincidenze.

A dire il vero, Belpoliti uno schema in mente ce l’ha, è quello della rappresentazione geografica, della cartina o mappa con cui peraltro il libro si apre, e non possono non venire in mente le parole di Calvino, a lungo studiato da Belpoliti: “Meglio sarebbe, per aiutarmi a narrare, se mi disegnassi una carta dei luoghi”, auspicio pronunciato da suor Teodora ne Il cavaliere inesistente.

Pianura è pieno di disegni e mappe tracciate dall’autore, perché se è vero che questa vasta estensione di terra che va sotto il nome di pianura padana si allarga fra più regioni ed è principalmente connotata dalla piattezza che la rende indistinguibile a se stessa, è altrettanto vero che proprio questo essere una specie di grande superficie disponibile l’ha sottoposta, fin dai tempi della colonizzazione romana, a un lavoro di suddivisione meticolosa e geometrica secondo il corso delle acque e secondo il tracciato delle strade, di cui la principale è la via Emilia che percorre l’omonima regione, da Ovest a Est. Anche se non ce ne accorgiamo la pianura è regolata dalla centuriazione romana, dall’incrocio rigoroso, in ogni città e paese, del cardo e del decumano; briglie messe alla selva che doveva essere questa terra a lungo popolata da Celti e Liguri, e di fatto concepibile come un’estensione meridionale della Gallia. La ricognizione topografica e geologica è uno dei fili conduttori del libro, la ritroviamo un po’ ovunque con quell’andamento digressivo tipico dell’affabulazione di Belpoliti che solo in apparenza devia, in realtà approfondisce e allarga l’orizzonte. Per fare un esempio: il tema della terra di cui è fatta la pianura ritorna in relazione agli studi di Primo Levi sul fango e l’argilla, origine della vita sul pianeta, ma è in qualche modo legato anche all’immagine dell’anguilla cara a Montale e a allo scrittore inglese John Berger; “l’argilla è il materiale che si deposita progressivamente nei fiumi, la materia prima dei vasai. La pianura del resto, non è altro che uno strato di argille schiacciate le une sulle altre, di cui alcune diventate roccia.” Memoria dei luoghi e memoria culturale fanno tutt’uno in questo libro che è un atlante scaldato dal fuoco degli affetti e degli incontri. Bellissimi i capitoli su Ghirri, Celati, Delfini, Camporesi e Tondelli, perché interpreti in sommo grado di un genius loci letterario e umano che ha le sue corde principali nel senso della finitezza, della malinconia, della nostalgia, dell’ansia che strugge, in quello che con una parola dialettale reggiana molto efficace Belpoliti indica come il magòn, che è anche il ventriglio, luogo di accumulo degli umori, di digestione. Di quel sovrappiù di umido che è sempre nell’aria della pianura, inverno o estate che sia, e rende tutto emotivo, aperto, sul punto di riversarsi in lacrima o goccia di sudore. Per ognuno di questi scrittori, come di molti altri poeti e artisti cui sono dedicate le pagine del libro, da Giuliano della Casa a Giulia Niccolai, a Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, l’autore traccia percorsi attraverso i libri e le case, le occasioni di incontro, gli scambi avvenuti dal vero o mancati per un soffio. Ci sono poi capitoli dedicati a monumenti, come il Duomo di Modena ripercorso insieme a una guida d’eccezione come Claudio Franzoni, in occasione dell’ultimo restauro, un caposaldo nella storia della conservazione e un’occasione per ripensare il romanico come fenomeno europeo che a Modena s’incarna nella voce straordinaria di Wiligelmo. E, poiché la pianura arriva fino a Milano, troviamo anche un capitolo inaspettato, quanto prezioso, sulla storia della colonna infame e le sorti materiali che seguirono al suo smantellamento.

E ovviamente c’è il grande fiume, il Po, intorno al quale fioriscono sogni e progetti visionari quanto il suo scorrere maestoso dal Monviso alla foce sull’Adriatico, come le azioni teatrali progettate da Giuliano Scabia o le riflessioni di John Berger. Non manca una colonna sonora a Pianura ed è quella delle tante canzoni di Guccini, ma soprattutto dei CCCP, di cui Belpoliti ripercorre la formazione e le prime perfomance. Infine, da dove viene il senso di meraviglioso-mostruoso, l’incantamento ipnotico dei poemi cavallereschi di Boiardo e Ariosto, la forza centrifuga e la struttura labirintica che li governa se non da quel paesaggio piatto da una parte e dall’altra del Po, dove tutto scorre senza cesure e si ritrova interconnesso, così che la mente vaga tracciando mitologie come cerchi e arabeschi su un foglio bianco.

Leggere Pianura per me non è stato un attraversamento neutro. Sono nata a Reggio Emilia, cinquanta anni fa, e molte delle persone e delle situazioni raccontate in questo libro fanno parte della mia geografia interiore e culturale. Ho fatto quindi un piccolo esercizio di distanziamento, perché ciò che ci è troppo vicino a volte ci confonde, eppure anche prescindendo dall’aspetto del legame personale con luoghi e persone, ciò di cui credo si debba essere grati a Marco Belpoliti è la capacità di aver dato forma letteraria a un luogo, la pianura, raccogliendo il testimone di una lunga tradizione. I luoghi esistono indipendentemente dalla nostra volontà, ma è solo dal nostro sguardo che possono essere riconosciuti come tali.

(La Lettura, 27 febbraio 2021)

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