A che punto è la notte?

William Blake, "Pity", 1795, London, Tate Gallery

William Blake, “Pity”, 1795, London, Tate Gallery

16 luglio 2019

I tre fratelli che non dormivano mai e altre storie di disturbi del sonno, di Giuseppe Plazzi, potrebbe suonare, a partire dal titolo, come una fiaba nera in cui paure arcaiche e malefici sono pronti ad assalirci nel momento di maggior vulnerabilità che attraversiamo al termine di ogni giorno, cioè mentre dormiamo, o vorremmo dormire.

Plazzi, benché affronti nel suo libro diverse patologie connesse al sonno, ha scelto non a caso un titolo che evoca il disagio più diffuso: l’insonnia, di cui soffre in maniera cronica il 10 per cento della popolazione e in maniera transitoria una percentuale fra il 30 e il 35 per cento. L’eziologia di questa che è ormai considerata una malattia vera e propria è piuttosto variegata: dal disturbo emotivo e psichico a quello fisiologico, in uno spettro di alterazioni il cui crinale è sottile e per certi aspetti ancora misterioso.

Io stessa ho un rapporto difficile con l’addormentamento e con la notte, ne desidero sempre un po’ di più di quanto riesca a concedermi. So cosa significa rimanere svegli per ore, conosco la fatica e l’umore molesto che seguono una notte insonne, l’inclinazione all’abbandono di corpo e mente e, al tempo stesso, la resistenza che quest’ultima oppone a cadere nelle braccia di Morfeo.

L’insonnia altera la percezione della realtà, rende la mente più sensibile, più fragile e consapevole del fatto che passiamo, o dovremmo passare, per necessità organica poiché è l’unico modo per rigenerarci, almeno un terzo della vita a dormire, ossia in uno stato di incoscienza, di dissociazione fra il corpo, che si paralizza mentre sogniamo, e la psiche che rallenta e si riaccende secondo ritmi e cicli determinati. Non stupisce che fin dall’antichità il mondo del sonno abbia rappresentato un tema letterario per eccellenza e che nelle regioni del sogno e della semiveglia si aggirino da sempre scrittori e poeti.

Plazzi ricorda che la medicina del sonno è recentissima: solo nel 1929 Hans Berger scoprì il modo per registrare le onde elettriche cerebrali, ma bisogna attendere gli anni ’60 per le prime polisonnografie complete; viceversa la letteratura in maniera empirica ha fornito da sempre moltissime osservazioni, non di rado confermate in seguito dalla scienza, su quello che accade quando chiudiamo gli occhi.

Per i greci antichi – che non poco spazio hanno concesso al sogno e all’insonnia, ad esempio di chi ha pene amorose come Saffo o Medea, o di chi trama inganni, come gli Achei dentro il cavallo di legno ai piedi di Troia – i sogni non si fanno, ma si vedono. Il verbo idèin (vedere), in una lingua così precisa, si lega probabilmente all’osservazione del rapido movimento oculare sotto le palpebre che solo alla fine degli anni ’50 del Novecento è stato individuato come specifico del sogno, il cosiddetto sonno REM (rapid eye movements), che si alterna a intervalli di assenza di tali movimenti e di onde cerebrali assai più allentate. Chi dorme poco e male ha comunque una fase di sonno REM più resistente, e ciò spiegherebbe anche l’abbondanza di sogni e incubi nella letteratura degli insonni. Non mancano – e il libro di Plazzi ne riporta una assai rilevante – le rappresentazioni letterarie dell’eccesso di sonno. La sindrome di Pickwick che prende il nome dal vetturino obeso e dormiglione descritto da Dickens ne Il circolo Pickwick, ora nota come sindrome delle apnee ostruttive in sonno. Ma è di gran lunga l’insonnia a popolare l’immaginario letterario.

Macbeth di Shakespeare ossessionato dal regicidio appena commesso chiede alla moglie: “A che punto è la notte?”, come a volere uscire dalla dimensione che lo ha reso criminale; nel corso della tragedia Lady Macbeth a sua volta cammina sonnambula, cercando di lavarsi il sangue dalle mani. Per l’Innominato di Manzoni è l’immagine stessa di Lucia, che lo prega di liberarla, a impedirgli di chiudere occhio e farlo rigirare sul materasso che diventa, di ora in ora, più duro. L’Innominato è trafitto da domande che ne incrinano l’identità e lo stile di vita; mentre Lucia si addormenta pregando, letteralmente affidandosi a qualcosa di più grande di lei, per lui non c’è spazio al diradarsi della coscienza. Anche l’insonnia di padre Sergej di Tolstoj coincide con una grande prova morale, la tentazione della carne alla quale ha rinunciato facendosi monaco. In molti altri casi, soprattutto a partire dal Novecento, l’insonnia è un transito verso un’esplorazione, meno colpevole, di sé.

Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust inizia con una scena di dormiveglia divenuta giustamente celebre perché attraverso innumerevoli slittamenti temporali l’autore fa sorgere, dagli stati prossimi al sonno e da quelli ancora intrisi di sogno, le particelle coalescenti dell’io: non un’entità compatta e indiscussa, ma un flusso di esperienze, memoria, percezioni e coscienza che ogni volta si deve ricollocare rispetto al tempo e allo spazio. Dalla disgregazione dell’esistente indistinto all’unità ricomposta di chi dice io. Tutta l’opera proustiana è occupata da figure del sonno: sogni, addormentamenti, veglie e insonnie descritte con precisione clinica e immensa capacità evocativa. Il narratore, che in numerose scene de La prigioniera spia il sonno dell’amata Albertine, sa che mentre dormiamo diventiamo altro da noi stessi: Albertine addormentata, ai suoi occhi, si trasforma di volta in volta in un’alga, in una pianta, in un’onda o in una creatura acquatica; il sonno la rivela anche per ciò che da sveglia non è, abbandonata e non più sfuggente. Ma Proust sa anche come l’insonnia possa diventare l’identità che ci si costruisce, davanti agli altri e a se stessi; è il caso della zia Léonie che dichiara comicamente: “Devo ricordarmi bene che non ho dormito”, rivelando quello che alcuni pazienti scoprono oggi sottoponendosi alla polisonnografia in una clinica ospedaliera: la mancanza di sonno può venire percepita, ed esagerata, in una misura che non corrisponde alla realtà delle ore effettivamente dormite.

Per Kafka l’insonnia era la maledizione che si accompagnava all’ansia della scrittura, al venir meno del tempo corroso dalla malattia; così annotava nei suoi Diari: “Domenica 19 luglio 1910: dormito, destato, dormito, destato. Vita miserevole. 21 luglio. Non posso dormire. Soltanto sogni e niente sonno.” Quest’ultima osservazione ci riporta al fatto che il sonno REM, essendo la parte più resistente del sonno, arriva anche per chi ne soffre una severa restrizione. Kafka se ne lamenta e non a torto: durante la fase REM il cervello si riattiva più o meno ai livelli della veglia, difficile dunque sentirsi riposati, rinnovati, privati per quanto momentaneamente del peso dell’io, se la mente ha continuato a lavorare pur con modalità diverse da quelle coscienti. D’altra parte il suo racconto più celebre, La metamorfosi, collega fin da subito il destino mostruoso del protagonista a una notte tribolata: “Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto”.

Anche Natalia Ginzburg pativa l’insonnia e spesso l’attribuiva ai suoi personaggi nella formula stessa di Kafka: incapacità a domire, sogni molesti. Teresa, protagonista della sua opera teatrale L’inserzione, prende sonniferi per addormentarsi “ma non mi servono a niente. Quando avevo Lorenzo, come dormivo! Dormivo così profondo! Ora dormo un poco e poi mi sveglio, m’addormento e mi sveglio, così tutta la notte. Sovente faccio un sogno, un sogno orribile. Mi sveglio tutta sudata.”

Anche per Nabokov l’insonnia era una compagna fissa, nonostante si attenesse a regole auree per preservare una buona alternanza sonno-veglia: “Vado a letto alle nove. Leggo fino alle undici e mezzo, poi bisticcio con l’insonnia fino all’una. Un paio di volte alla settimana ho un incubo bello lungo con sgradevoli personaggi importati da sogni precedenti che compaiono in ambienti più o meno ripetitivi – combinazioni caleidoscopiche di impressioni frammentarie, brandelli di pensieri diurni, irresponsabili immagini meccaniche, il tutto assolutamente privo di ogni possibile implicazione o esplicazione freudiana, ma stranamente simile a quel corteo di mutevoli figure che di solito vediamo sullo schermo interno delle palpebre quando chiudiamo gli occhi stanchi”.

Dalle parole di Nabokov trapela la fascinazione, comune a molti scrittori, per lo spionaggio dei processi mentali che l’insonnia induce e per i processi associativi della fase REM, forse non dissimili da quelli della creazione artistica: durante il sogno – ricorda Plazzi – si rafforzano i legami neuronali deboli, i collegamenti semantici meno evidenti.

Mariateresa di Lascia, nel suo Passaggio in ombra, regala alla protagonista del romanzo lo statuto di un’insonnia in cui ritroviamo di nuovo lo scarto fra esiguità di tempo dormito e intensità del sogno : “In questa attesa senza segni, io rifiutavo il sonno coi suoi simboli e le sue tentazioni. Fu forse per questo che mi accadde di cadere in un sonno più fondo degli altri” durante il quale ha un sogno che la turba fortemente, “nonostante avessi dormito pochissimo, forse qualche minuto, un quarto d’ora al massimo e la luce della stanza non fosse molto diversa da quella che avevo lasciata prima di cadere nella trappola del sonno.”

Il filosofo rumeno Emil Cioran ha scavato più di tutti nella ricaduta esistenziale dell’insonnia: “Tre del mattino. Un secondo, poi un altro. Faccio il bilancio di ogni minuto. Perché tutto questo? Perché sono nato. C’è un tipo speciale di veglia che deriva dalla messa in discussione della nascita”.

Ma è in Cent’anni di solitudine di García Márquez che la sofferenza dell’insonnia da individuale diventa collettiva, e colpisce l’intera popolazione di Macondo per contagio di una bambina orfana arrivata da lontani parenti in città. Con la perdita di sonno se ne va anche la memoria e gli abitanti saranno costretti a scrivere su fogliettini le cose per ricordarsi perfino il nome degli oggetti e delle azioni più comuni, poiché il sonno è davvero la discontinuità di cui abbiamo bisogno per vivere.

(L’articolo è uscito su La Lettura il 30 giugno 2019)

La felicità delle immagini, il peso delle parole

Copertina del libro pubblicato da Bompiani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

26 marzo 2019

Da domani arriva in libreria un mio nuovo libro, “La felicità delle immagini, il peso delle parole. Cinque esercizi di lettura di Moravia, Volponi, Pasolini, Calvino, Celati”, pubblicato dall’editore Bompiani.

Si tratta di una raccolta di saggi, ispirati nello stile e nella forma al modello anglosassone del personal essay.

Tenendo il filo rosso del rapporto con la visibilità, a volte scambiata e identificata con la realtà o con la pittura o con la rappresentazione, ho cercato di esaminare la peculiarità del rapporto fra parola e immagine in cinque autori che ritengo significativi e che amo.

È stato bello passare del tempo in loro compagnia, ripercorrerne i pensieri e gli orizzonti da una prospettiva comune.

È invalsa la convinzione che viviamo in un’epoca caratterizzata dal predominio delle immagini come medium semplificato e al tempo stesso potenziato di comunicazione; alcuni studiosi hanno teorizzato che nel Novecento sia avvenuto un cambio di paradigma conoscitivo e culturale definito visual turn.

Lo sa il nostro inconscio, così come qualsiasi studioso di fatti visivi che non c’è nulla di più polisemico e difficile da interpretare delle immagini. Negli scrittori che ho affrontato questa consapevolezza era del tutto vigile e incalzante; nel frattempo la tecnologia ci ha immersi in un ambiente visivo bidimensionale avvolgente e ingannevole, ciononostante molti dei loro interrogativi mi sembrano ancora validi per capire cosa facciamo ogni volta che scrivendo pensiamo per immagini o viceversa usiamo le immagini al posto delle parole.

Transiti

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11 marzo 2019

Transiti, il secondo volume della trilogia firmata da Rachel Cusk, esce per Einaudi Stile Libero a sei mesi di distanza dal primo ed è destinato a incontrare l’attenzione della critica e a replicare il successo presso i lettori suscitati da Resoconto. La tecnica narrativa inaugurata con quel libro è infatti messa ancora più a fuoco con questo secondo che beneficia, ancora una volta, della traduzione impeccabile di Anna Nadotti. Ritroviamo l’assenza di una trama conclusiva, personaggi che pur essendo molto ben caratterizzati spesso compaiono una sola volta, il susseguirsi di storie apparentemente irrelate fra di loro, se non dal fatto di essere raccolte e ascoltate dalla narratrice, infine il tentativo di fare coincidere scrittura e vita o quantomeno di trovare un parallelo costante fra il procedere dell’una e dell’altra.

Di nuovo a legare la narrazione è la voce di una donna, una scrittrice che si confonde o sovrappone con l’autrice medesima; siamo in un momento temporalmente successivo a quello descritto in Resoconto, dove da poco era avvenuta una separazione e l’io narrante ancora non si raccapezzava della propria mutata condizione di madre sola con due figli. Qui la perdita dell’amore coniugale, dell’integrità della famiglia, delle consuetudini acquisite è ormai consolidata, la fase è piuttosto quella dell’adattamento e della cauta ricerca di un nuovo orizzonte. L’acquisto di una casa a Londra e i lavori di sistemazione e insonorizzazione dei pavimenti costituiscono l’azione principale del racconto. L’appartamento, porzione di una dimora vittoriana divisa in due, non diventa tuttavia il luogo della ricostruzione di abitudini e sicurezze, ma ripropone il tema dell’incertezza, della vulnerabilità, dell’essere esposti a un destino che non si può controllare: al pianterreno vivono due anziani coniugi carichi di veleno e odio per il mondo, il minimo rumore li infastidisce e col manico della scopa protestano attraverso i sottili solai che separano le due abitazioni, maltrattano il cane, lasciano andare in rovina il giardinetto retrostante e soprattutto, quando la scrittrice-narratrice inizia i lavori per insonorizzare, al fine di minimizzare i loro fastidi, diventano feroci, la minacciano, parlano male di lei con il vicinato, la insultano ogni volta che la incrociano. Se questo è l’oscuro movimento tellurico, proveniente dal basso della casa, metafora della nuova vita che la narratrice si appresta a vivere, il tema vero del libro non è, o non è solo, come si sopravvive al trauma, alla perdita e al male, anche se tutte le persone con cui entra in contatto ne paiono provate. Cusk è attratta dalla possibilità di un’illuminazione, di un credito di fiducia che riscatti anche la tanta oscurità, il dilagare del grottesco e del non-sense che si ritrova nella vita di ciascuno. A questo proposito l’inizio del romanzo è una vera e propria dichiarazione di poetica: la narratrice ha ricevuto una mail da un’astrologa che, essendo venuta in possesso dei suoi dati anagrafici, ne ha studiato il profilo astrale e le comunica che, se si metterà in contatto con lei, potrà fornirle i dettagli dell’importante transito di pianeti (da cui il titolo del libro) che l’attende. In questo messaggio così pieno di una comprensione tanto ecumenica da risultare dubbio alla narratrice, che ipotizza possa essere stato generato da un algoritmo, troviamo la convizione che sembra innervare la sua stessa disponibilità all’ascolto e all’incontro con il prossimo, così infatti si esprime l’astrologa: “Siamo diventati crudeli, con noi stessi e con gli altri, perché in ultima analisi pensiamo di non contare nulla. Ciò che i pianeti ci offrono, scriveva, altro non è che l’occasione per recuperare fiducia nella grandiosità dell’umano: quanto più rispetto e stima, quanta gentilezza e responsabilità e riguardo metteremmo nelle relazioni con gli altri se fossimo convinti che ognuno e ognuna di noi ha un peso nel cosmo”.

La narratrice, pur nella diffidenza espressa, alla fine pagherà una piccola somma per avere il proprio transito planetario completamente descritto dall’astrologa; non verrà però esposto al lettore, a meno che non si tratti proprio della sequenza di dialoghi, spesso tendenti al monologo, con cui i vari personaggi che via via incontra espongono le proprie vicende, facendo da rispecchiamento a quelle stesse della narratrice. Se infatti ogni persona ha valore, ne consegue che il racconto della sua vita, o di una parte di essa – in genere quella che più duole in quel momento – merita di essere ascoltato, anche quando chi racconta pare inattendibile o animato da gusti e intenzioni diverse dalla narratrice-ascoltatrice, che si tratti del muratore albanese che si offre di trattare con gli irosi vicini del piano di sotto, o della nuova compagna del cugino che rimprovera la narratrice per il suo abbigliamento sciatto. Ognuno di questi personaggi riesce a suscitare l’attenzione di chi scrive, e di chi legge, perché appare privo di censura, con quel misto di finzione e di incoercibile autenticità di cui è impastata la vita e ancora di più il racconto che ciascuno ne fa.

Le vicende del parrucchiere Dale che cerca di offrire una seconda possibilità al nipote affetto dalla sindrome di Asperger s’incastrano con quelle del muratore polacco Pavel, che si commuove alla vista di un libro scritto nella propria lingua e poi confessa alla narratrice di patire una fortissima nostalgia del proprio paese e della propria famiglia, rimasta in Polonia. Dietro ognuno di questi racconti s’intravedono, e talvolta vengono esplicitate, rotture in famiglia, traumi infantili, una generale difficoltà a credere che la vita sia un susseguirsi di adattamenti, più o meno faticosi, e raramente riusciti, un senso ricorrente di impotenza e di inadeguatezza nei confronti dei rapporti cruciali: coi genitori, coi figli. Tanto che uno degli scrittori che la narratrice incontra a un piccolo festival, afferma con ribalderia che “la scrittura è solo un modo di farsi giustizia da sé”.

Per Cusk la scrittura è anche più di questo: è l’unico modo per venire a patti con la porzione di male, piccola o grande, che ciascun vivente è destinato a incontrare, e per non tenerla isolata, ma assegnarle un posto in una trama più larga; profonda come la tettonica a placche, per usare le parole dell’autrice, o cosmica, per echeggiare quelle dell’astrologa che apre il romanzo.

Prima ancora che con la scrittura, questo patteggiamento avviene con il racconto: tutti raccontano di sé, esplorando il vissuto lo rimodellano per chi ascolta e per sé.

Contravvenendo in modo sistematico a una delle regole considerate auree nelle tecniche di narrazione – Show, don’t tell – Rachel Cusk dimostra che è possibile invece arrivare al cuore della realtà umana, dei sentimenti che ci muovono e della loro relativa insondabilità, a partire non da un racconto in presa diretta, ma dalla tessitura più impalpabile che il linguaggio compie nella memoria e nella mente, nella convinzione che la scrittura sia il medium magico di questa transizione, o transito.

(Articolo uscito su “La lettura” il 10 marzo 2019)