Siamo gli unici a scrivere la storia?

stambecco che scala una diga

16 agosto 2016

Una recente visita al Muse di Trento, uno dei più moderni e interessanti musei di scienze naturali che si possano visitare, mi ha sprofondato per giorni in riflessioni sui grandi numeri della Terra, delle ere geologiche e dell’evoluzione delle forme di vita. Milioni e miliardi di anni in cui migliaia di specie sono apparse e scomparse, si sono trasformate e contaminate a me fanno l’effetto dell’infinito leopardiano, ove per poco il cor non si spaura.

La novità dell’allestimento museale trentino è che rispetto alle raccolte di naturalia – animali imbalsamati, pietre, fossili, flora essiccata – che offrono in genere queste istituzioni secondo un’impostazione ancora sette-ottocentesca volta a suscitare la meraviglia, qui tutto è governato da una vera filosofia ecologica, l’unico pensiero che abbia senso proporre oggi come globale sul pianeta, ricominciando a pensarci come a un grande ecosistema interconnesso nelle sue varie parti.

Il Muse e un libro che ho letto di recente, La specie imprevista. Fraintendimenti sull’evoluzione umana di Henry Gee (il Mulino 2016), esprimono una posizione molto critica nei confronti dell’antropocentrismo che vorrebbe l’uomo al culmine di una supposta scala evolutiva e di un disegno teleologico. Semplicemente in natura l’uomo è un animale come gli altri all’interno di un’ininterrotta catena dell’essere, e perfino la sua supposta maggior intelligenza, se messa a confronto con le altrettanto incredibili capacità adattative e progettuali di altre forme di vita, pone seri dubbi sulla gerarchia che la narrazione umana fa del cosmo in modo unilaterale.

Piuttosto poiché non ci è dato sapere cosa pensino di noi gli animali e ogni altro essere vivente, quello che non smetto di domandarmi senza trovare una risposta soddisfacente è: la nostra unicità consiste forse nel tracciare incessantemente la nostra storia, nell’aver bisogno costante di storie che ci rappresentino e lascino testimonianza?

14 luglio 2016

Pontormo, "La visitazione", Pieve di Carmignano, 1528, dettaglio

Pontormo, “La visitazione”, Pieve di Carmignano, 1528, dettaglio

23 luglio 2016

Lo scorso 14 luglio mi trovavo nel chiostro degli Agostiniani della Biblioteca Comunale di Empoli per la cerimonia finale del premio Luigi Russo Pozzale. Nell’atmosfera raccolta di quell’ambiente fatto per proteggere dal mondo di fuori e creare uno spazio adatto alla riflessione e alla pace parlavamo di viaggi e diversità, di spostamenti fatti per scoprire o per sopravvivere, del sentirsi alieni e alienati solo perché non omologabili agli altri, portati su questi temi dai tre libri vincitori del premio, La frontiera di Alessandro Leogrande, La prima verità di Simona Vinci e le opere di Gianni Celati.

Il pubblico era partecipe, gli autori contenti e nonostante nelle parole sempre appropriate e intelligenti del presidente del premio, Adriano Prosperi, risuonasse un’eco di amarezza nel constatare come a sgretolare l’identità umana e culturale del nostro Paese siano prima di ogni altra cosa la mancanza di lavoro e la distruzione progressiva delle garanzie costituzionali legate al lavoro, per un momento siamo stati bene, abbiamo avuto la speranza che unendo le forze avremmo avuto la meglio sul disagio e sulla paura verso questo presente carico di minacce, di diseguaglianza, di conflitti.

Non ho saputo fino al mattino dopo che, proprio nel momento in cui consegnavamo i premi, a Nizza avveniva una strage che sarebbe poi stata rivendicata come l’ennesima in nome del cosiddetto Stato islamico.

Il 15 luglio mentre ci dirigevamo a Carmignano per vedere La visitazione di Pontormo alla radio ascoltavamo le notizie relative al numero altissimo di morti e feriti travolti dal camion bianco che avrebbe dovuto distribuire gelati sulla Promenade des Anglais e invece aveva portato mitragliate di fuoco sulla folla riunita a vedere i fuochi di artificio per celebrare l’anniversario dell’inizio di ogni libertà civile e laica: la presa della Bastiglia.

Di nuovo dentro una chiesa – la pieve di Carmignano – ho pensato a come ci sentiamo enormemente vulnerabili in questo momento in Europa, esposti alla violenza e come per tanti secoli la risposta a questa fragilità in Occidente sia stata anche nella chiesa, coi suoi luoghi di ritiro, protetti e pieni di bellezza.

Riflettere sul potere della bellezza in un momento del genere mi è sembrato necessario, non solo per giustificare l’esistenza di un premio letterario, il cerimoniale che avevamo appena celebrato, ma soprattutto perché forse per la prima volta ho capito, facendone esperienza diretta, quale sia la sua azione di fronte alle atrocità e al male: innalzare un muro anche se solo simbolico.

Quanti libri bruciati, quante opere distrutte nei secoli, in barba alla bellezza e in nome di qualche convinzione religiosa o politica. E, quel che più conta, quante vite cancellate.

Eppure per opporsi al male, all’odio, alla guerra, la bellezza delle parole e delle opere non è un baluardo secondario: porta dentro di sé la fatica, la pazienza e soprattutto la capacità di ascolto di chi l’ha creata, implicitamente ci dice che costruire è meglio che distruggere.

Solstizio d’estate

Luna piena

20 giugno 2016

Pare che un evento del genere capiti solo ogni settanta anni. E ci siamo in questo venti giugno 2016 il solstizio d’estate dell’anno bisestile coincide con la luna piena.
Pensavo in questi giorni a quanto largo sia il campo metaforico associato alla luna da Leopardi – immaginazione, illusioni, potere delle parole, sogno, delusione, estraneità, infanzia – e a come su tutte le immagini che il poeta ha creato per il satellite della Terra quella di miraggio che ci illude e ci incanta sia forse la più persistente.
Lo scrittore americano Paul Auster ne Il libro delle illusioni molto più prosaicamente parla di uno smeriglio avvistato a terra che sembra una luna, un mondo opalescente e meraviglioso in miniatura, e poi si scopre essere niente altro che uno sputo.

Magari anche noi siamo quello sputo, anzi allenarsi a pensarlo potrebbe aiutare un po’ di ecologia mentale e concreta, però siccome non accediamo mai al nostro al di là, è una grandissima consolazione poterci vedere come uno smeriglio che luccica, e ancora di più poter vedere in cielo una sfera d’argento che riflette la sua luce notturna sulle nostre teste, mentre sogniamo.