Solstizio d’estate

Luna piena

20 giugno 2016

Pare che un evento del genere capiti solo ogni settanta anni. E ci siamo in questo venti giugno 2016 il solstizio d’estate dell’anno bisestile coincide con la luna piena.
Pensavo in questi giorni a quanto largo sia il campo metaforico associato alla luna da Leopardi – immaginazione, illusioni, potere delle parole, sogno, delusione, estraneità, infanzia – e a come su tutte le immagini che il poeta ha creato per il satellite della Terra quella di miraggio che ci illude e ci incanta sia forse la più persistente.
Lo scrittore americano Paul Auster ne Il libro delle illusioni molto più prosaicamente parla di uno smeriglio avvistato a terra che sembra una luna, un mondo opalescente e meraviglioso in miniatura, e poi si scopre essere niente altro che uno sputo.

Magari anche noi siamo quello sputo, anzi allenarsi a pensarlo potrebbe aiutare un po’ di ecologia mentale e concreta, però siccome non accediamo mai al nostro al di là, è una grandissima consolazione poterci vedere come uno smeriglio che luccica, e ancora di più poter vedere in cielo una sfera d’argento che riflette la sua luce notturna sulle nostre teste, mentre sogniamo.

Di ritorno da Madrid

scia3

 

29 maggio 2016

Scrivo queste righe pensando alla mia amica Sara V. e in qualche modo vorrei dedicargliele.

Sono osservazioni sparse di una viaggiatrice che sta piuttosto vicina a terra e quindi ha un punto di vista ribassato, siccome a Sara interessano le cose un po’ nascoste, meno appariscenti, nei giorni trascorsi in Spagna immaginavo cosa avrebbe fotografato se fosse stata con me.

Sono stata a Madrid insieme ai compagni di “Sex & Disabled Poeple”, ospiti del magnifico teatro Valle Inclan, palcoscenico di ricerca nel quartiere popolarissimo e multietnico di Lavapies.

Madrid sorge su un altipiano ma è, ancora più di Roma, tutto un su e giù di strade e piazze che hanno rivestito quelli che una volta dovevano essere burroni e calanchi, come se ne vedono dall’aeroporto fino al centro, punteggiati in questa stagione di papaveri, ginestre, nasturzi.

A Madrid non ci sono marciapiedi insormontabili, come i nostri, anche se la pavimentazione non è perfetta e a volte nemmeno tanto liscia. Eppure si ha la sensazione che facciano molti sforzi per cercare una forma di morbidezza, che accompagna dalle strade larghe, dagli spazi pedonali generosi, fino alle facciate delle case, il cui ornamento principale spesso sono bow-window liberty e balconcini fioriti. La metro ha tanti ascensori ed è tenuta costantemente pulita da inservienti che lavano e spruzzano spray: ci si deve sentire bene anche per gli odori che si respirano in una città. E Madrid per essere una capitale di più di tre milioni e mezzo di abitanti riesce a essere profumata, sarà per l’enorme distesa del parco del Buen Retiro o per le colline verdi che in pieno centro spalleggiano per chilometri il retro del palazzo reale.

Ma la cosa che più mi ha colpita è la quasi assenza di pubblicità: niente grandi cartelloni appesi agli edifici o ai lati delle strade, pochissima perfino nella metro e spesso di carattere informativo-sociale. Un totale riposo per gli occhi, che possono vagare sulla superficie di case, palazzi pubblici, autobus e banche senza essere continuamente assaliti dall’imperativo mellifluo della merce, dell’occasione, dell’opportunità, del denaro nelle sue proteiformi incarnazioni.

Non ero più abituata a tanto spazio, a tanto silenzio, in cui le cose ti vengono incontro, o si celano, per quello che sono e non per l’immagine che stanno vendendo.
Non ho scattato nessuna fotografia, e d’altronde come si fotografa il silenzio?

Il giardino

Rose pierre de ronsard

11 maggio 2016

Da quando vivo in collina, ormai undici anni, mi sono talmente abituata alla vista del verde intorno che esserne priva mi parrebbe alquanto innaturale e faticoso. Che il verde riposi l’occhio o l’anima – una sineddoche che non richiede spiegazioni tanto è invalsa – è un fatto stranoto, che dietro questo fatto ci sia una verità scientifica forse un po’ meno: l’occhio umano distingue infinite gradazioni di verde perché questo insieme al rosso è uno dei colori per il quale è dotato di maggiori fotorecettori.

Si potrebbe immaginare un’eziologia evoluzionistica legata a questa particolare sensibilità al verde, visto che per qualche milione di anni i nostri antenati hanno dovuto imparare a distinguere le infinite varietà di piante, commestibili e non, velenose o innocue.

Comunque sia, io mi perdo a osservare e catalogare le diversità morfologiche di quello che indistintamente chiamiamo verde. Da un mese circa, nel mio giardino, il sambuco, che è sempre il primo albero a vegetare, ha allargato le foglie, poi si sono aperte le foglie del carpinus, che sono tutte pieghettate come aeroplanini di carta giapponese, le acacie hanno sprigionato le loro foglie arrotondate, gli aculei marroni e poi quei grappoli chiari di fiori profumatissimi che a sera e mattina fanno assomigliare l’aria a un grande confetto dolce. Gli allori hanno rinnovato la loro chioma con getti brevi e piumosi che si sono poi trasformati in foglioline di un verde tenerissimo, le forsizie prima si sono vestite di un giallo sfacciato, poi si sono ricoperte di fogliette dai bordi ondulati, le ginestre hanno eretto i loro steli gemmati e carichi come calici, i pioppi hanno rilasciato foglie canterine e piumini bianchi a non finire, l’erba del prato poi è una specie di velluto fosforescente. E ora le rose sbocciano, ognuna con la sua eleganza e il suo profumo.

In undici anni le piante sono cresciute, aumentate in numero, alcune anche morte, ma in qualche modo noi e loro abbiamo trovato una convivenza, un equilibrio. Da una parte tanto lavoro per tenere in ordine, limitare le crescite indesiderate, favorire le specie più deboli, fornire di acqua quelle che non riescono a farsi bastare le piogge, dall’altra la generosità sconsiderata della vita vegetale.

A volte mi avvicino al tronco degli alberi, dei carpini in particolare, e vorrei imparare da loro a godere di una vita immobile, di una vita che nell’oscurità sa muovere le proprie bianche radici, ma so che è impossibile, il mio corpo si è evoluto per il movimento, anche se ora di moto mi rimane abbastanza poco, al massimo posso imparare dalle piante la pazienza, la speranza: non si erano rinchiuse in se stesse per lunghi mesi, dando a credere da fuori di essere morte, e ora sono un tripudio di vita.

Gli antichi dicevano che il massimo della felicità era poter disporre di libri e di un bel giardino.

Credo che esistano felicità più avventurose: la cima delle montagne, i boschi selvaggi, le onde del mare, ma certo il giardino è la misura della cura che riusciamo a concedere a noi stessi e al mondo alla nostra portata, e non è mai poco.