Idee e romanzo

Spagna, Paesi Baschi

19 marzo 2018

La vita non accade per idee. Io tuttavia per capirla, o forse per domarne l’irruenza, ho sempre fatto ricorso alle idee, al loro potere di chiarire, dividere, esemplificare, sintetizzare. Ciò non toglie che esista sempre un divario fra il come le idee viaggiano, e vengono espresse, e come la vita s’incarna.

Forse questo è lo spazio dei filosofi e, con meno agio, di alcuni romanzieri.

Da poco ho finito Patria di Fernando Aramburu (Guanda 2017) e questo romanzo, che dietro ha sicuramente tante idee, è un romanzo di persone, dei loro gesti, delle cose che mangiano, degli oggetti che toccano, del clima in cui vivono, dei vestiti che indossano.

Era da tanto tempo che non leggevo un libro tanto potente su un fenomeno devastante come è stato il terrorismo basco dell’ETA, o come potrebbero essere i nostri anni di piombo, senza incappare in riflessioni da parte dell’autore, in spiegazioni storiche o ideologiche. È un romanzo nel senso più puro del termine, racconta delle vite. Non le giudica, non le spiega, le rappresenta. Vite di terroristi, vite di vittime, vite di un paesino dove il nazionalismo basco era l’unica religione, dove la pressione sociale e l’omertà erano il collante, dove il male si poteva compiere in nome del bene, in una confusione che lasciava poco spazio per il pensiero libero e critico e moltissimo, invece, al fanatismo.

Ma questa è la mia sintesi, una sintesi di idee.

Nel libro troverete persone, pasti, quotidianità, ripicche familiari e gesti di sterminato affetto. E siccome è un magnifico romanzo, avrete l’impressione di aver vissuto tutto quanto vi racconta, di essere stati in quei posti, di aver mangiato quei churros e quelle polpette di baccalà, di aver cantato quelle canzoni nazionaliste, di aver attraversato quelle piazze con la paura che qualcuno vi colpisca alle spalle.

A un romanzo si dovrebbe chiedere la vita, Patria ne è pieno.

 

La vita dei libri

Immagine di un libro aperto

9 febbraio 2018

Vasari nella vita di Leon Battista Alberti, che era architetto ma anche letterato, dice che “i libri agevolmente vanno per tutto; e per tutto s’acquistano fede; purché e’siano veritieri e senza menzogne”.

Vasari aveva presente un mondo molto diverso dal nostro, ma anche se i meccanismi per cui i libri diventano famosi o portano fama a chi li scrive non sono più così virtuosamente legati all’essere veritieri o senza menzogna, si può ancora dire che i libri siano lo strumento che in maniera talvolta misteriosa e imprevedibile avvicina le persone e i luoghi.

La notte ha la mia voce è uscito poco meno di un anno fa e continua a portarmi in luoghi dove non ero mai stata, e farmi incontrare persone che hanno una vita distante dalla mia, che sono di generazioni differenti e alle quali sono grata per aver speso una parte del loro tempo sulle mie pagine.

Nonostante da alcuni mesi stia lavorando fitto a un libro di saggi su alcuni autori che amo, La notte ha la mia voce continua a trascinarmi e chiedermi di incontrare le persone, ha una sua vita, come tutti i libri, s’infila nelle finali dei premi, – i prossimi sono il premio Bergamo e il premio Wondy – insomma mi chiede di essere ancora accompagnato. O forse è lui che accompagna me.

Gli sono grata per questo, e sono grata a tutti coloro che passano di qui, si fermano a leggere e magari avrebbero voglia di proseguire.

 

Non so perché non ho fatto il pittore

Renato Guttuso, "Ritratto di Alberto Moravia", Roma Casa Museo di Moravia

Renato Guttuso, “Ritratto di Alberto Moravia”, Roma Casa Museo di Moravia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di che cosa è fatto l’immaginario figurativo di uno scrittore contemporaneo italiano? In maniera un po’ massimalista, si potrebbe rispondere che è in larga parte globalizzato, televisivo, cinematografico e digitale, raramente nutrito di un rapporto diretto con gli artisti. In poco più di un cinquantennio si è realizzato ciò che Alberto Moravia preconizzava su Nuovi Argomenti nel 1959 a proposito del romanzo: cinema e televisione si sono impadroniti di territori vastissimi e hanno sottratto al narratore “la rappresentazione oggettiva della realtà. O perlomeno pseudo-oggettiva e naturalistica”. Moravia era troppo curioso e attento ai mutamenti per dire se ciò fosse un bene o un male in assoluto, ma apparteneva a una generazione e a un tipo di formazione intellettuale per la quale, viceversa, la conoscenza della pittura, storica e moderna, la frequentazione degli artisti, delle gallerie, dei musei, era imprescindibile. Significava avere consapevolezza e competenza di una tradizione culturale in senso lato, al tempo stesso era un gesto di collocamento, di presa di posizione rispetto al presente. È ciò che emerge dal volume, in uscita per Bompiani, Non so perché non ho fatto il pittore. Scritti sull’arte 1934-1990. Novanta testi divenuti ormai rarissimi, ordinati cronologicamente e corredati da preziose schede orientative da Alessandra Grandelis, autrice anche dell’ampia introduzione, e accompagnati da fotografie e dipinti grazie alla ricerca iconografica di Nour Melehi. L’attenzione di Moravia per l’arte si estende lungo l’arco intero della sua vita, attraverso l’innamoramento per certi pittori antichi e moderni, dei quali l’autore ammira la maggior prossimità di sguardo rispetto alla realtà, intendendo con questa, non tanto e non solo il visibile, ma l’intrico ineffabile e polisemico in cui siamo immersi. Leggiamo in un testo su Giuseppe Capogrossi del 1942: “Certi nudi, certe figure, certi paesaggi attirano l’uomo in un mondo di analogie profonde, la comprensione delle quali spesso non è affidata a poteri razionali.” Per Moravia l’arte, e la pittura in particolare, mantiene con il mondo percepito dai sensi un grado di maggior complicità. Ma non si tratta solo di una predilezione innestata in una sensibilità visiva spiccata e maturata nel vissuto – va ricordato che il padre di Moravia era pittore dilettante, la sorella Adriana Pincherle era pittrice di un certo valore, un grande amore giovanile, Lélo Fiaux, era pure pittrice – piuttosto l’interesse per la pittura è uno degli elementi dell’articolata riflessione sui modi di rappresentare la realtà che accompagna tutta la scrittura di Moravia, romanziere e saggista.

La incontriamo nell’articolo che apre la raccolta Rembrandt pittore dell’inquietudine, pubblicato nel 1934, a seguito di un viaggio compiuto in Olanda. Moravia coglie magistralmente la differenza fra l’uso del chiaroscuro, del buio e della luce, teatrale e studiato in Caravaggio, inscindibile viceversa da una forma di ‘riverenza per il mistero’ in Rembrandt. Scrive, nella cartolina inviata ad Anna Laetitia Pecci Blunt, finanziatrice della galleria la Cometa: “Rembrandt non è davvero addietro sul nostro tempo”. L’impasto di oscurità e luce di cui vivono le figure del pittore olandese, secondo la testimonianza dell’attrice Rosita Steenbeek è l’esito che era stato tenuto presente da Moravia nella stesura de Gli indifferenti, romanzo d’esordio che si svolge nel chiuso di interni avvolti di ombra, di tende pesanti e di specchi nei quali i protagonisti invano cercano di riconoscere la propria immagine.

Ma è attraverso l’esercizio critico sul pittore e amico Renato Guttuso, cui sono dedicati sei scritti, che possiamo seguire come attraverso un sismografo le oscillazioni, nel pensiero di Moravia, del concetto di realismo, così importante nel dibattito fra cinema, arti figurative e letteratura nel dopoguerra italiano. Nel testo che gli dedica nel 1940, Guttuso è presentato come un pittore animato da “un certo ansioso e sensuale accanimento ad afferrare la realtà”. Due anni dopo già lo colloca nell’ambito di un espressionismo che non abbandona le forme. Nel testo del 1951 ne fa l’artista che ha sperimentato e superato i due estremi pericoli di un “tempo malato”: astrattismo e verismo fotografico. A undici anni di distanza, due anni dopo l’uscita de La noia, che ha come protagonista – è bene ricordarlo – un pittore astratto fallito, Guttuso è per Moravia come Giacobbe che lotta con l’angelo nella battaglia per rappresentare il reale, e vince grazie a una forma di umanesimo marxista che non si lascia traviare dagli eccessi di astrattismo.

Moravia conosce e ha frequentato le avanguardie di rottura del primo Novecento, quella surrealista gli è particolarmente cara, ma non crede alla riproposizione di una nuova avanguardia negli anni ’60. Scrive, a ridosso della nascita del gruppo 63: “Oggi il neocapitalismo ha fatto suoi molti dei procedimenti e delle armi del marxismo, pur senza cambiare i fini; e quella stessa borghesia che nel 1910 si stringeva impaurita all’art pompier, oggi ha accettato l’arte di avanguardia, anzi ha fatto di più, l’ha democratizzata, trasformando i prodotti d’avanguardia in beni di consumo”.

Se in Guttuso Moravia proietta un alter ego che è politico e storico, ma en artiste, attraverso altri pittori fornisce indicazioni sul proprio immaginario, ad esempio i bambini spioni di Leonardo Cremonini sono come Agostino/Moravia che sulla spiaggia di Viareggio scopre il sesso.

Gli intrecci e le reciproche illuminazioni, fra arte e letteratura, che emergono da queste pagine sono molteplici e aiutano a ripercorrere gran parte della cultura del Novecento italiano, con un’attenzione assidua per le donne artiste, Antonietta Raphaël, Giosetta Fioroni, Leonor Fini, Titina Maselli e molte altre, da sottolineare per la qualità e precocità, considerato che la prima fondamentale ricognizione sul tema, L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940. Pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche, di Lea Vergine è del 1980.

(La recensione è uscita su La Lettura il 19 novembre 2017)