Nel regno dei sensi per ritrarre l’arte

Recensione al libro: Jean Clair, Breve trattato delle sensazioni, traduzione italiana di Alessandro Serra e Chiara Tartarini, Diabasis, “Spazio e Tempo”, Reggio Emilia 2008

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Breve trattato delle sensazioni (Diabasis 2008, ed. orig. Gallimard 2002), uscito nella traduzione di A. Serra e C. Tartarini nell’elegante collana – “Spazio e Tempo” – curata da Claudio Parmiggiani, è un libro che provoca e disorienta. Attraverso la forma del pamphlet settecentesco, il secolo che più ha creduto nella capacità della filosofia e del pensiero critico di educare, riponendo nei sensi l’inesauribile fonte di conoscenza del mondo, Jean Clair si cala dapprima nei panni del libertino e racconta le esperienze con l’altro sesso, libresche e reali, poi con una specie di pudore tardivo si nasconde dietro una terza persona nel disvelamento finale: alla digressione erudita, originata dall’esperienza estetica, si sovrappone il romanzo di formazione. Jean Clair si scopre, a sé e ai lettori, Gérard Régnier, nome anagrafico dell’autore. Primo bersaglio critico di una sequenza di capitoli che nel titolo portano la trama sottesa di una quête laica alle radici del sacro (Eros, Psiche, Memento mori, Il giudizio universale, Incarnazione) non poteva essere che il tema della nudità femminile, associata nell’Occidente moderno all’emancipazione sociale delle donne. Il corpo femminile, e la sua fisiologia sessuale, ontologicamente legati al mistero della vita, tanto da produrre per secoli metafore, allegorie, linguaggio (si va dalle statuette minoiche di divinità enfaticamente prominenti in pancia e seno, alle Madonne del parto cristiane, alle Veneri di ogni tempo e secolo, all’emblematiche espressioni di certe lingue, ad esempio, l’italiano: ‘sfigato’), una volta denudati e ossessivamente esposti nella loro realtà anatomica dai media, non meno che dalla scienza, sono entrati in un’area di desacralizzazione tale da indurre il sospetto che il mondo islamico, che vela e copre tali corpi, in fondo ne abbia maggior rispetto. Che fra Oriente e Occidente ci fosse da sempre un dissidio, in tema di donne, l’autore ce lo ricorda con l’incipit dell’Iliade e l’ira di Achille per via di un’amante sottratta. L’argomento è ovviamente provocatorio, tanto più che non si basa su un’indagine sociologica della condizione femminile ma su esperienze estetiche: il freddo dei marmi di Canova, rigetto della carnalità antica, la predilezione per i pittori di fine Ottocento per odalische e creature semivelate, ancora in grado di alimentare il desiderio che, si sa, si nutre di distanza. Tra i portati di una contemporaneità aborrita in quanto sterile, (destinata come le torri gemelle a non lasciar traccia di sé), non vi è solo l’abolizione dei misteri legati alla vita. Anche il Bello è stato preda di un’infinita degradazione, tanto che dopo il Neoclassicismo nessuno più ha avuto il coraggio di scriverlo con la maiuscola. Risuonano qui gli accenti polemici già argomentati ne La responsabilità dell’artista (2001) e nella Critica della modernità (1994), dove la deriva mercantile era additata tra i colpevoli della trasformazione dell’arte in mero spettacolo, qui però il discorso sembra farsi più sottile e più intimo: all’Occidente post-industriale si attribuisce infatti la perdita di contatto e di stupore, meraviglia, durata interiore, che la conoscenza proveniente dai sensi fornisce. Una generale sterilizzazione dei sensi che produce uno spaventoso azzeramento del senso, di cui, secondo l’autore, sarebbe emblematico l’imbarazzo dilagante a usare la parola ‘anima’. A metà di un percorso, in parte biografico ma anche largamente culturale, l’autore porge una via di uscita: “In fondo non si può dire nulla della sensazione se non che essa ci colma”. E da lì, da questa pienezza esistenziale raggiunta a contatto con le cose, si aprono una serie di capitoli (La doppia stanza, La dea con le perle, La Maison-Dieu, La schiuma di Afrodite) intrecciati ad altrettante figure letterarie che tramite l’auscultazione delle sensazioni hanno trasfigurato e inverato dei mondi: Baudelaire, Proust, Chateaubriand, Verne. Seguire i sentieri del regno dei sensi vuol dire seguire l’immaginazione: a Baudelaire, oppresso nello squallore della propria stanza o passeggiatore cupo per le vie di Parigi, il gioco delle luci e delle ombre contro i vetri suggerisce come un anaglifo, o uno stereoscopio, una dimensione in cui il mondo si riscatta dalla sua condizione di ‘soggiorno di eterna noia’. L’esplorazione interiore del poeta maudit, che il recente libro di Roberto Calasso riconosce come stigma ed eredità imprescindibile per la modernità, trova corrispettivo nella sua acuta sensibilità ottica e percettiva. Un filo rosso che lega la sensibilità di Baudelaire all’allerta di tutti i sensi di Proust, attraverso il cui sguardo Jean Clair rilegge la Donna con il filo di perle di Veermer, (Washington, National Gallery), figura carica di simbolismo (la maternità, le perle, il colore oro), immersa nella luce calda, dilatata e pervasiva che evoca la definizione di Spinoza della Fruitio Rerum: “Godere dell’essenza delle cose, cioè al di fuori del tempo”. Un’anticipazione della scoperta proustiana che il mondo risorge nella ricerca del tempo allo stato puro. E proprio con la durata e l’eternità Jean Clair misura l’arte in un contrappunto di paradossi: anche l’immenso Leonardo, o l’etereo Pisanello, hanno dipinto la morte, la putrefazione, il decomporsi della carne ma − commenta l’autore − lo hanno fatto nello spirito di Aristotele, che aveva ben chiaro che “godiamo a contemplare la perfetta rappresentazione di ciò che ci dà pena nella realtà”. La parola che fa la differenza, qui, è rappresentazione, il paziente processo alchemico attraverso cui la materia bruta si trasforma in qualcosa capace di durare. Quale stoltezza ha invaso gli artisti moderni, defecatori ed esibizionisti di ogni sorta di materia bruta? Con quale presunzione pensano che la mera realtà conservi significato per i loro simili e per i posteri? Come ogni pamphlet filosofico, e come ogni romanzo di formazione, il libro si chiude in chiave moralista e con un giudizio universale che svela al protagonista il suo posto nella creazione.

(Alias, 15 novembre 2008)