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Jerzy Kosinski, L’uccello dipinto

Recensione al libro: Jerzy Kosinski, L’uccello dipinto, minimum fax, 2015

L’uccello dipintoThe Painted Bird, di Jerzy Kosinski, scrittore ebreo polacco nato nel 1933 ed emigrato negli Stati Uniti nel 1957, suscitò enormi polemiche quando uscì nel 1965. Fu ritenuto al di là della Cortina di ferro un libro antinazionalista e ideologicamente pericoloso, tanto da venire censurato, ma anche al di qua del blocco comunista e negli Stati Uniti non mancarono le accuse: dal plagio, alla falsificazione, all’incerto statuto tra autobiografia (negata dall’autore) e fiction. I termini di questo acceso dibattito vengono ripresi nell’introduzione, a firma dell’autore e datata 1976, che accompagna la nuova edizione tradotta da Vincenzo Mantovani, ora pubblicata da minimum fax.

Storia di un bambino di sei anni spedito dalla famiglia, durante la seconda guerra mondiale, nelle campagne di un imprecisato paese dell’Est, per sfuggire alle perquisizioni naziste, affidato via via a megere dai dubbi poteri guaritori, a contadini violenti e sfruttatori, agli appetiti animali di un’umanità abbruttita e senza scampo, L’uccello dipinto è un’allegoria potente del male che si nutre di superstizione, ignoranza e servilismo.

I villaggi in cui il bambino, senza nome e da tutti identificato come un pericoloso ebreo o zingaro, vaga con il solo conforto di una cometa, una lanterna che custodisce il fuoco, prima ancora che piegati dalla morsa dell’occupazione tedesca, sono corrosi da un male anteriore: un servilismo che fa schierare i più forti contro i più deboli, che fa unire il gruppo contro l’individuo, gli uguali contro il diverso. Contadini, mugnai, osti, sembrano tutti scavati da forze cieche di annientamento del prossimo, senza un barlume di riflessione, che non sia bieco calcolo, animali dominati dalla paura, sempre pronti a vedere il demoniaco nell’altro e quindi totalmente privi di pietà.

Gli infiniti episodi di violenza cui assiste e che subisce il bambino – uomini cui vengono strappati gli occhi, massacrati gli arti, donne stuprate e oltraggiate nei modi più osceni, animali uccisi per divertimento, come l’uccello colorato di vernice dall’uccellatore in modo da renderlo alieno al suo stormo (da cui il titolo del romanzo), torture inflitte per puro sadismo – gli tolgono la capacità di credere che esista una ragione superiore a guida della realtà e ne fanno un potenziale adepto del maligno, come lui stesso a un certo punto crede di dover diventare. Così, non senza una sadica e macabra soddisfazione, assiste all’assalto e allo smembramento di un contadino all’interno di un bunker da parte di un nugolo di ratti, mentre cerca di salvare se stesso. L’innocenza del bambino è così compromessa che sono innumerevoli le occasioni in cui, anziché sottrarsi alla vista di accoppiamenti bestiali o brutali esecuzioni, ne rimane stordito spettatore. Viceversa, in questo universo di mimetica violenza, quando il soldato tedesco incaricato di fucilarlo lo grazia, lasciandolo correre libero nella foresta, il bambino a sua volta s’impedisce di uccidere la lucertola che sbuca dalla pietra su cui si siede a riprendere fiato. L’ennesima vessazione subita – viene calato in una pozza di sterco umano – lo priva della voce e diventa muto. Con l’arrivo dell’Armata Rossa le cose migliorano, il bambino cessa di essere percosso e torturato, gli viene insegnato a scrivere e a leggere dai miliziani, ma se la superstizione era il dio cieco che governava la vita nei villaggi, ora è la necessità di adesione altrettanto cieca al partito a soffocare di nuovo la possibilità di essere un individuo libero e pensante. Passato attraverso un orfanotrofio il bambino sul finire della guerra viene ritrovato dai genitori, ma è ormai un adolescente irriconoscibile, alieno alla vita domestica, attratto dai reietti e dal lato oscuro della vita, sarà l’ennesimo incontro mancato con la morte su una pista da sci ghiacciata a restituirgli la voce.

L’uccello dipinto è una favola nera che più che testimoniare in senso storico gli orrori della Seconda guerra mondiale in Polonia, attinge al vissuto e all’immaginazione dell’autore per esorcizzarli, in un racconto dominato dalla reiterazione.

Precede, e non solo in senso cronologico ma come modello letterario vero e proprio, la Trilogia della città di K di Ágota Kristóf, con la quale condivide anche il fatto di essere stato scritto in una lingua diversa da quella madre dell’autore.

Il romanzo presenta molti dei temi che ossessionano la prosa di Kosinski, in altri suoi fortunati testi, come Being There (1970) tradotto in italiano come Oltre il giardino (da cui venne tratto il film interpretato dal premio Oscar Peter Sellers) e StepsPassi (1968). E poco importa davvero stabilire quanto vi sia di autobiografico e quanto di inventato dal momento che Kosinski (nato Joseph Levinkopf) pubblicò saggi con lo pseudonimo di Joseph Novak e amava dire che ciò che desiderava più di tutto era “camuffarsi e nascondersi”.

La casualità e non il merito né la ragione che governano la vita, la violenza, il voyeurismo sessuale, la solitudine degli uomini che “si abbracciavano o calpestavano, ma ognuno di loro conosceva soltanto se stesso” sono il fardello che lo scrittore non vede alleggerito da nessun credo religioso o laico, né dal successo e dalla vita mondana statunitense, e nemmeno più dall’istinto di sopravvivenza, che invece aveva sostenuto il suo personaggio, quando a 58 anni si toglie la vita, nel suo appartamento a New York.

(Alfabeta 2, 8 maggio 2015)

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