Salta al contenuto

Josephine Johnson, L’isola dentro l’isola

Recensione al libro: Josephine Johnson, L’isola dentro l’isola, Bompiani 2023

Josephine Johnson (Kirkwood, Missouri 1910 – Batavia, Ohio 1990) è stata la più giovane scrittrice americana a vincere, a soli ventiquattro anni, il premio Pulitzer con il romanzo Ora che è novembre, un esordio folgorante che batté Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald, all’epoca già affermato e riconosciuto scrittore.

Eppure Johnson che fu anche saggista, poeta e attivista sui temi dell’ecologia, è piuttosto sconosciuta al pubblico italiano e forse non abbastanza considerata anche nel Pantheon letterario americano, dove ha pagato il prezzo di una vita lontana dalla mondanità, e dai templi della cultura, avendo vissuto con il marito e i tre figli nel Midwest rurale, in una tenuta fra colline e boschi a contatto con molti animali.

Dimenticarsi della sua voce non è stato troppo difficile, perché mentre i suoi contemporanei Fitzgerald o Hemingway o Gertrude Stein hanno cantato il luccichio di un’età dell’oro presto finita o la guerra in Europa e l’espatrio, Johnson raccontava la vita durissima di chi lavorava i campi e allevava animali, con una passione infinita, con un amore umile, nel senso di legato all’humus, a ciò che sta letteralmente a terra.

Ora che è novembre (Bompiani 2017) è romanzo struggente, ambientato ai tempi della grande depressione, quando una famiglia gravata da debiti abbandona la città e ritorna in campagna a cercare sostentamento da una tenuta nel pieno di una terribile siccità. Johnson mette in scena l’epica tipicamente americana del rapporto uomo-natura in tutte le sue declinazioni: la sfida per la sopravvivenza, l’immedesimazione panica, la rassegnazione biblica davanti alla catastrofe, la condanna a un destino di minorità nel legame viscerale e asimmetrico con la terra, perché se il raccolto è conquista e frutto di duro lavoro, non c’è lavoro che possa piegare le stagioni e il loro imprevedibile fluttuare. Dopo Ora che è novembre, inizialmente apprezzato e premiato da critica e pubblico, ma presto accantonato come altri capolavori che toccavano il nervo scoperto della grande depressione americana, Johnson scrisse testi narrativi poesie e saggi, sposò Grant Cannon allora capo redattore della più importante rivista statunitense dedicata all’agricoltura, “Farm Quaterly”, e continuò a osservare e a descrivere il mondo vegetale e quello animale con la precisione e l’accuratezza di uno sguardo botanico ed etologico, poiché la conoscenza scientifica è la base di qualsiasi forma di rispetto e cura del vivente, ma anche con uno sguardo poetico, con una lingua che si fa duttile e prensile e piena di accensioni liriche. Ed è proprio questo sguardo incantato, che si lascia meravigliare dalle variazioni stagionali, dai piccoli e grandi movimenti che innervano perfino le rocce, quello che ritroviamo nell’ultimo testo ora pubblicato da Bompiani, L’isola dentro l’isola, uscito in edizione originale nel 1969, e adesso disponibile nella felice traduzione di Beatrice Masini.

L’isola dentro l’isola non è romanzo e non è nemmeno un memoir, sebbene sia ambientato nella tenuta dove Johnson visse gran parte della sua vita e occasionalmente racconti episodi di vita familiare – il marito che ha costruito in cantina un tornio per lavorare l’argilla e fabbricare vasi, la figlia impaziente con la quale la scrittrice cerca di avvistare le volpi – ha la struttura di un annuario, in quanto i capitoli corrispondono ai dodici mesi, e l’andamento di una raccolta di riflessioni di tipo esistenziale, che a volte attingono a vette metafisiche: “È sempre mezzogiorno, corte suprema in qualche disperata stanza di marmo della mente”. La forza poetica e di pensiero di questo libro sta proprio nel tratto cosmogonico che l’autrice gli conferisce: “Ecco questo brutto grumo di argilla unta grigia, i frammenti di conchiglie, milioni di anni trascorsi per fare tutto questo, vecchie guerre dimenticate, vecchie contese risolte, tutto quel mangiare ed essere mangiati, i venti passati, i mari prosciugati. Ed eccoci qui. La sensazione di tutta questa vita ignota di creature che passa e ripassa evoca una bizzarra e sognante impressione di incantamento.”

Tra Esiodo e Darwin, passando per Emerson e Whitman, Johnson non compila un rassicurante lunario agreste, dove la natura è descritta con accenti bucolici e pacificati. Tutt’altro. Il mondo che osserva è già assediato dall’inquinamento delle falde idriche, dalla rapacità urbanistica verso le aree verdi, dall’impazienza a nominare piante e animali coi loro propri nomi, segno di una prepotenza antropologica che si sente legittimata a considerare qualsiasi specie inferiore alla propria, e a sopprimerla nel linguaggio e nella realtà. Inoltre tutto il testo è costellato di dolorosi riferimenti alla guerra e da una presa di posizione molto critica verso gli Stati Uniti. Siamo nel 1969, nel pieno del conflitto col Vietnam: “Il sangue di quella nazione che stiamo straziando scorre in tutto il mondo”; e ancora: “La guerra in cui accechiamo, ustioniamo, affamiamo e storpiamo bambini in modo che a ventun anni possano votare”. Se la morte fa parte del ciclo stagionale della vita, la guerra è un meccanismo peculiare solo all’uomo, l’animale più irrisolto del pianeta, e al quale l’esperienza pare non insegnare, se non in maniera ambigua, a darsi una misura: “Che cosa possiamo imparare dal passato? Che cosa possiamo insegnare? La nostra esperienza è aceto. La madre dell’aceto. La madre di questa cosa strana e trasparente. Una membrana di cellule di lievito e batteri, aggiunta al vino e al sidro per avviare l’aceto (e anche – ricordiamocelo – madre è modder, è mud, fango).”

L’isola dentro l’isola è un libro interessante anche per un’altra ragione, ora che i temi del cambiamento climatico si sono imposti con l’urgenza di eventi catastrofici, da un lato abbiamo chi come Amitav Gosh ha deplorato la resistenza del romanzo contemporaneo a trattarne, dall’altro chi come McEwan paventa che l’orizzonte del cataclisma possa soffocare l’orizzonte stesso del romanzo. Si potrebbe obiettare a entrambi che qualsiasi riflessione o narrazione che problematizzi l’essere umano e il suo ruolo nel cosmo è, in nuce, una riflessione ambientalista, non a caso l’antologia curata da Niccolò Scaffai, Racconti dal pianeta Terra (Einaudi 2022) si apre con Leopardi, e non con un contemporaneo. Nel caso specifico di Josephine Johnson bisognerà cominciare ad allargare lo sguardo, e a rivalutare, quel pensiero di matrice nordica – si pensi alla scrittrice svedese Elin Wägner ad esempio, che già a inizio del Novecento mette in discussione il primato maschile, la guerra come motore della storia, lo sfruttamento illimitato delle risorse come unico sistema di crescita, unendo due filoni che solo oggi sembrano finalmente parlarsi: femminismo e ambientalismo. Quando uscì L’isola dentro l’isola i tempi non erano maturi per cogliere quanto fosse rivoluzionario questo approccio, ora che abbiamo la nomenclatura adatta, con tutti i limiti delle nomenclature, possiamo apprezzarlo come il libro originale e al tempo stesso universale che è.

Il nuovo romanzo di Alessandra Sarchi
In libreria dal 28 febbraio
> Candidato al premio Strega 2024

Ascolta la seconda serie
dei podcast di VIVE!
Di Alessandra Sarchi,
con Federica Fracassi

Categorie