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Lady Macbeth

Articolo: Lady Macbeth, Corriere della Sera, 7 dicembre 2021

Non sono frequenti le raffigurazioni pittoriche di Lady Macbeth, ma potremmo partire da quella del 1888 del pittore John Singer Sargent che ritrae l’attrice Ellen Terry nell’atto di sollevare la corona sopra la propria testa. Vestita come una sacerdotessa o una maga, più che un’aristocratica, chi è questa donna dai tratti alteri e spiritati che si auto-incorona? Soffermiamoci sulla posa: auto-incoronarsi è un gesto al di fuori di qualsiasi cerimoniale riconosciuto e accettato. La corona si riceve: per volontà di Dio, del popolo, dell’ordine costituito. Blasfemia, una donna poi. Lady Macbeth è anche l’unica protagonista del teatro tragico di Shakespeare priva di un nome personale. Che una figura così singolare nell’ambizione, nella dimestichezza con il male e nella determinazione a compierlo, sia priva di un nome di battesimo dovrebbe farci suonare un campanello d’allarme: il suo personaggio, le sue azioni e il suo destino difficilmente possono essere interpretate se non in stretta correlazione con quelle del marito, Macbeth. I due costituiscono infatti una coppia che opera nella compensazione reciproca: lui ha bisogno di lei per chiarire a se stesso il proprio desiderio di potere, le scrive una lettera per condividere la profezia delle tre streghe – “Tanto ho ritenuto giusto comunicarti, amatissima mia compagna di grandezza, affinché tu non perdessi il piacere a te dovuto, ignorando quale grandezza ti sia stata promessa” – lei lo incita all’azione, gli infonde quell’audacia nell’uccidere il re Duncan che, da solo, Macbeth non avrebbe saputo darsi. Perché a unire Macbeth e la sua Lady, prima ancora del sangue, è il latte: quello metaforico della bontà del carattere del barone, e quello fisico del seno di Lady che lei chiede agli spiriti maligni di tramutare in fiele. Con il latte siamo nell’area del materno per eccellenza, e della fusione, regressivamente ricreata nella coppia. Per Sigmund Freud i due realizzano l’unità simbiotica: “Si compie in lei quanto lui aveva temuto nell’angoscia che lo aveva assalito; lei diventa il rimorso dopo il delitto, lui diventa la sfida ostinata; insieme esauriscono ogni possibilità di reazione al crimine, come le parti disunite della stessa individualità psichica; e forse sono entrambi copiati da un unico modello”. Dopo il misfatto, Macbeth, che all’inizio era trattenuto dalla paura, perde il sonno e la capacità di fermarsi davanti allo spargimento di ulteriore sangue; Lady invece cade in una sorta di torpore tossico, vaga nel dormiveglia, inutilmente cerca di lavare le mani dalla colpa dell’assassinio. “Via macchia maledetta! Via dico! Ah queste mani non saranno mai più pulite?” Entrambi hanno dato corpo a un desiderio inaudito, e nell’essere coppia si sono sentiti onnipotenti, per poi scoprire di non reggere le conseguenze del loro gesto. Ma se Macbeth è perseguitato dalle apparizioni – prima le streghe, poi il fantasma di Banquo da lui fatto ammazzare – che oggettivano i sussulti del suo inconscio, l’aspirazione al potere di Lady Macbeth in quanto donna è ancora più inaudita e si traduce in una violenza senza incrinature. “Unsex me here” chiede agli spiriti maligni, ossia vuole cancellare il suo sesso, il suo essere donna, madre, e dunque accudente e protettiva per destino biologico e norma di costume. Il sovvertimento dei valori che opera è così radicale da collocarsi ben oltre la questione morale del delitto: Lady Macbeth ci fa paura perché mette in discussione i ruoli, la cosiddetta naturalità dell’istinto, l’idea di femminilità funzionale al dominio maschile. Come non intuire che dietro Lady Macbeth affiora l’esperienza davvero inedita, per durata e consistenza del regno, di una donna al comando, Elisabetta I, regina di Inghilterra, da poco morta quando il dramma venne portato per la prima volta in scena? Una regina mai maritata, per scelta, e mai madre, almeno ufficialmente, se non del proprio popolo. Una donna che si afferma in null’altro che il potere. Lì c’era qualcosa di mai visto prima, almeno in quella forma, e Shakespeare lo capì. Per questo le versioni di Lady Macbeth che ne accentuano il carattere di femme fatale, a partire dal bellissimo racconto dello scrittore russo Nikolaj Leskow, Una lady Macbeth del distretto di Mcensk (1865), musicato poi da Sostakovic, e alla base della pellicola cinematografica di William Oldroyd (2016), risultano letture parziali della forza di questo personaggio, influenzate dallo stereotipo della donna che seduce e distrugge. Shakespeare era andato oltre, aveva prefigurato il manifestarsi all’inconscio della pulsione al dominio e all’autoaffermazione che prescinde da maschile e femminile, o meglio che li mescola e li smaschera per quello che sono: convenzioni storiche e culturali.

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