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Stirpe e vergogna: intervista a Michela Marzano

Articolo: Stirpe e vergogna: intervista a Michela Marzano, Sette, 19 novembre 2021

Michela Marzano da diversi anni esplora attraverso forme e generi diversi, dal saggio filosofico all’editoriale giornalistico al romanzo, temi legati all’etica e a ciò che definisce l’identità umana nella relazione con gli altri, la comunità. Con il romanzo Stirpe e vergogna (Rizzoli 2021), appena pubblicato da Rizzoli, parte di nuovo da sé per arrivare a tracciare una storia familiare che per molti aspetti è emblematica della Storia italiana dell’ultimo secolo.

“Michela Marzano non esiste. Atto di nascita, passaporto, carta di identità, certificato di matrimonio: tutto attesta che la persona nata a Roma il 20 agosto 1970 è Maria Marzano”, così inizia Stirpe e vergogna.

Come si arriva da un equivoco anagrafico a un’indagine sulla propria famiglia?

Il nome è un elemento centrale dell’identità personale di ciascuno di noi. È la prima cosa che diciamo quando qualcuno ci chiede chi siamo. E poi, spesso, è carico di significati profondi: ricordi, aspettative, sogni, rimpianti. Non è un caso che i genitori, quando aspettano un bimbo o una bimba, siano spesso tormentati dalla scelta. Nel mio caso, non ho mai davvero capito perché “Michela” non comparisse in alcun documento ufficiale. Poi, quando ho ritrovato una fotocopia del certificato originale di battesimo di mio padre e ho scoperto che, oltre a Ferruccio, si chiamava pure “Vittorio”, come il re Vittorio Emanuele, e “Benito”, come il Duce, ho sentito il bisogno di tornare indietro nel passato e capire di cosa quei nomi fossero il sintomo. Com’era possibile che mio padre fosse stato chiamato come Mussolini? Dovevo scoprirlo. Soprattutto perché sono cresciuta convinta che la mia famiglia non avesse mai avuto nulla a che vedere con il fascismo.

Scoprire di avere avuto il nonno paterno convinto fascista ha messo in crisi la rappresentazione che ti eri sempre fatta della tua famiglia, ma anche di te stessa. Come hai superato la rabbia per ciò che via via emergeva dal passato e ti era stato taciuto?

Il processo di scoperta è stato lungo e doloroso. Il problema, per me, è stato soprattutto capire cosa avesse portato mio padre a cancellare il passato fascista del nonno. Più il tempo passava, però, più mi rendevo conto che mio padre non è affatto un’eccezione. La generazione dei nostri genitori è una generazione che ha cercato di dimenticare. Illudendosi che, passando la spugna sul passato, fosse possibile mettere un punto e ricominciare come se non fosse successo nulla. Poi, nel caso specifico di mio padre, c’è stata anche la malattia del nonno che, in parte, ne spiega l’amnesia. Ma non voglio svelare la trama esatta del mio libro.

Come sei riuscita a oltrepassare la censura, della famiglia e della Storia, e di te stessa, mettendoti a raccontare queste vicende?

Sono profondamente convinta che solo riattraversando il passato si possa poi fare la pace con se stessi e con la propria storia. Come spiega bene Albert Camus, è solo quando si nominano correttamente le cose che poi si riesce a fare ordine nel mondo e a diminuire la quantità di sofferenza che lo caratterizza. Con questo non voglio dire che sia stato facile raccontare la storia della mia famiglia, anzi. Ma si è trattato di una vera e propria urgenza.

Uno degli aspetti più interessanti del tuo romanzo è come la rivelazione di un lato oscuro e vergognoso delle tue radici abbia una funzione liberatoria, come se toccare la verità, per quanto amara, rimettesse insieme i pezzi che non tornavano. La verità porta sempre salvezza, anche quando contraddice se stessa cento volte al giorno come riporti nell’epigrafe da Blaise Cendrars?

Diciamo che non credo che esista una sola verità. La storia che racconto è impregnata della mia soggettività: è Michela che ricostruisce il passato di suo padre e di suo nonno. Se fosse stato mio fratello, forse la verità che sarebbe emersa sarebbe stata diversa dalla mia. Ciò non toglie che quando si cerca di mettere insieme i pezzi del puzzle della propria storia, si riesce poi a liberarsi di molti fantasmi e di tanti sensi di colpa. 

La ricostruzione della figura di tuo nonno, magistrato fascista, poi parlamentare monarchico, sposato a una signora della piccola nobiltà salentina, reduce valoroso della prima guerra mondiale, ti ha aiutato a capire tuo padre, le sue scelte, le sue omissioni, capire tuo padre ti ha a sua volta aiutato a capire un altro pezzo di te stessa e del tuo vissuto. Come passerai il testimone al tuo nipotino Jacopo, la cui nascita è strettamente intrecciata a quella di questo romanzo?

La nascita di Jacopo è stata un evento centrale non solo nella mia vita, ma anche per questo libro. È stato quando è nato lui che ho davvero iniziato a chiedermi come mai io non avessi avuto figli. Da cosa volevo proteggerli? Di cosa avevo paura? Quali conti con la mia storia non avevo ancora fatto? Attraverso la lettura di questo libro, in fondo, vorrei che Jacopo possa un giorno capire quanto ha vissuto suo padre, possa essere fiero di sua zia, e possa così affrontare la propria vita senza il “peso” di una storia non rielaborata e piena di segreti.

Racconti un episodio tragicomico: vai nel cimitero del paese, Campi Salentina, dove sono sepolti i tuoi avi, vaghi in cerca della tomba di famiglia, ci passi davanti molte volte e non te ne accorgi, poi corri per paura che ti chiudano dentro. Si può leggere come una metafora del rapporto con il passato?

Senz’altro. Quando proviamo a tornare indietro nel tempo, ci sono episodi che acquistano significati via via diversi. Parole, azioni o silenzi che ci sono sembrati anodini e che poi, invece, risultano essere capitali. Sebbene l’importanza di queste azioni, di queste parole e di questi silenzi emerga solo dopo. Senza contare poi tutti quei momenti di buio, quelle porte chiuse che si ha paura di aprire, come se dietro si nascondesse una verità troppo dolorosa, oppure un abisso nel quale si ha paura di precipitare.

Ricomprare la casa dove trascorrevi le estati da bambina, e dove stava esposto l’osceno santuario, come lo definisci, delle benemerenze belliche e fasciste del nonno, che significato ha avuto per te?

È stato un modo per iniziare a “riparare” la mia storia. Rivisitare, restaurare, ricostruire. Esattamente come questo libro. Sebbene sia stato molto più facile ristrutturare la casa dei miei nonni che scrivere Stirpe e vergogna. Più volte, mentre lo stavo scrivendo, mi sono domandata chi mi desse il diritto di raccontare la storia di mio nonno, adesso che molti dei protagonisti non ci sono più. Ed è per questo che sono numerosi i capitoli che ho scritto e riscritto tantissime volte.

Il titolo del tuo romanzo intreccia vergogna e famiglia, un binomio piuttosto comune, ma il tuo scavo documentario e memoriale oscilla di continuo fra l’intimità delle relazioni private e il loro intreccio con il tempo storico in cui accadono. Non assolvi, cerchi di capire e contestualizzare, sebbene molte domande rimangano inevase. La consapevolezza secondo te è fatta più di domande che di certezze?

Ho imparato pian piano, e a mie spese, che le certezze spesso imprigionano. L’importante è capire quali sono i nodi, quali sono i problemi e poi interrogarsi e continuare a farlo, consapevoli del fatto che il puzzle della vita resterà per sempre pieno di buchi e di pezzi mancanti.

Memoria e Storia non sono sinonimi, anche perché della memoria si può fare un uso molto personale e manipolatorio. Nel tuo romanzo quanto conta la dimensione politica?

La dimensione politica, che va poi di pari passo con quella storica, è essenziale. Sono convinta che i conti con il passato, in Italia, debbano farli tutti. Esattamente come sono convinta che la storia, quella con la “s” maiuscola, necessiti di riaprire molti capitoli del Ventennio. Sono molte le persone, nel nostro paese, ad aver passato una spugna e ad essersi illuse che il modo migliore per costruire il futuro fosse l’oblio. Come spiegare altrimenti i tanti “rigurgiti fascisti” presenti oggi in Italia? Come spiegare che tante persone siano ancora convinti che per gli italiani valga il motto “brava gente”? E la persecuzione degli ebrei e delle persone omosessuali? E la cancellazione delle libertà?

La psicanalisi modella molte delle tue interpretazioni. Si ha la tentazione di pensare che se Mussolini e i suoi seguaci fossero stati in grado di leggere se stessi in chiave psicanalitica, forse ci saremmo evitati l’instaurarsi di un’ideologia fallocentrica che azzera la diversità e istituisce a nemico le donne, i diversi, gli ebrei, gli stranieri, gli omosessuali. D’altra parte la psicanalisi implica un atto di umiltà: voler capire se stessi, mettendosi in discussione. È così?

Spesso è la vita che ci costringe a rimetterci in discussione. Non farlo, significa chiudersi agli altri, al mondo, persino a se stessi. Certo, non è facile ammettere di aver sbagliato, ricominciare tutto da capo e cambiare direzione, come accade nel corso di una psicanalisi. Più che un atto di umiltà, però, direi che la psicanalisi ci chiede un atto di onestà e poi, soprattutto, tanto coraggio. È un processo talvolta molto doloroso. Rielaborare il mio passato, abbandonare il mio sintomo (l’anoressia) e ricominciare da capo, per me, è stata senz’altro una delle esperienze più dolorose che ho fatto.

Hai avuto una formazione da filosofa ed è la materia che insegni all’università. Come concilii nella scrittura romanzesca la riflessione sull’universale, che è compito della filosofia, e il racconto del particolare che invece è il compito della letteratura?

Credo che il racconto del particolare sia necessario alla riflessione sull’universale. E che la filosofia abbia smesso di parlare alla gente quando è diventata un pensiero del tutto disincarnato. Sono ormai anni che utilizzo la letteratura anche quando faccio lezione in università. Anche semplicemente perché “mostrare” e “raccontare” permettono di sfiorare le contraddizioni dell’esistenza umana e la sua vulnerabilità molto meglio di quanto non facciano i concetti astratti. È anche per questo che tutti i miei ultimi libri sono dei romanzi. Più il tempo passa, più sono convinta che è solo attraverso la letteratura che possiamo affrontare molte delle questioni filosofiche ed esistenziali che ci poniamo tutte e tutti.

(L’intervista è apparsa su Sette in una versione leggermente abbreviata)

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