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Vive! Riscrivere le eroine

ArticoloVive! Riscrivere le eroine, Sette, 16 luglio 2021

Quando ero alle elementari e, come molte bambine e bambini cresciuti negli anni ’70 del secolo scorso, consumavo una certa quantità di fumetti – Snoopy, Topolino, Il corriere dei Piccoli –  insieme a una discreta dose di cartoni animati televisivi, imponevo ai miei compagni di classe durante la ricreazione la seguente tortura: dal mio banco raccontavo questo o quell’episodio di una storia che più o meno tutti avevano letto o visto, proponendo però delle varianti. A volte la riscrivevo completamente, insoddisfatta del finale o dello sviluppo di certi personaggi. A ripensarci non era spirito di contraddizione che mi muoveva, o la volontà di far finire bene vicende tristi, piuttosto la gioia incontenibile che avevo da poco scoperto: che le storie generano altre storie, che l’immaginazione si nutre di altra immaginazione. Ne ero così entusiasta da volerla condividere con i miei compagni di classe; a volte i miei racconti si arricchivano di disegni, che chissà dove sono finiti, purtroppo non esistono più da tempo.

La riscrittura delle sorti delle eroine letterarie protagoniste del podcast Vive! mi ha fatto rivivere lo stesso tipo di felicità creativa, perché superando il timore reverenziale nei confronti di questi autori amatissimi – Flaubert, Dante, Shakespeare, Virgilio e Tolstoj – ne ho studiato e assorbito il testo fino a raggiungere quel grado di conoscenza che mi ha permesso di re-immaginare i destini dei loro personaggi femminili.

Riscrivere i classici è un’attività che da sempre accompagna la letteratura: pensiamo all’Ulisse di Dante, condannato per il suo folle volo all’inferno, e all’Ulisse di Pascoli divenuto emblema della sete di conoscenza: due facce dello stesso personaggio, due giudizi completamente diversi e corrispondenti a momenti storici e a sensibilità molto distanti.

Ho cominciato a pensare alle mie eroine dopo aver letto un libro colto e pieno di humour quale è quello di Francesca Serra, La morte ci fa belle (Bollati Boringhieri 2013) dove si riflette su come le figure femminili nella letteratura siano invariabilmente associate alla morte; che siano muse, madri, amanti poco importa, meglio se stese su una bella bara circondata da fiori, come le vediamo in tanti monumenti sepolcrali e nel celeberrimo quadro di Jean-François Millet che ritrae Ofelia galleggiante nelle acque, già avvolta dal rigor mortis. Bisogna ricordare, poiché è in tema, che per dipingere quel quadro Millet fece immergere così a lungo Elizabeth Siddal, poetessa, pittrice e modella dei Preraffaelliti, in una vasca d’acqua dove si prese una grave polmonite e per poco non ci rimise le penne.

D’altronde non potendo storicamente assumere gli stessi ruoli di scoperta del mondo, di avventura, di guerra e conquista rivestite dai maschi, cosa restava alle donne per guadagnare una qualche eternità letteraria, se non una bella morte, tragica e in qualche modo voluta dal destino, quasi sempre a seguito di una delusione amorosa o di un abbandono?

Madame Bovary, Francesca da Rimini, Ofelia, Didone, Anna Karenina, le protagoniste del podcast, sono creature tragiche che ci appassionano per il loro destino, ma al tempo stesso pongono a noi lettrici e lettori, consapevoli che il lungo cammino dell’emancipazione femminile è lontano dall’essersi compiuto, una domanda cruciale: se a immaginare queste figure fosse stata una donna le cose sarebbero andate nello stesso modo? A giudicare dalle diverse eroine che spuntano quando finalmente le donne iniziano a scrivere romanzi nell’Ottocento – Jane Austen, Ann, Emily e Charlotte Brönte, George Sand tanto per citare alcuni nomi – possiamo dire di sì: i personaggi femminili da loro creati passano attraverso le stesse peripezie amorose e familiari immaginate dai loro corrispettivi letterari maschili, ma senza per forza dover soccombere, anzi rivendicando autonomia nelle decisioni e volontà di determinare la propria vita, come fa Jane Eyre, ad esempio.

L’altra domanda che mi sono spesso posta è: partorite da uno sguardo maschile, queste eroine che voce avevano? Come avrebbero potuto prendere corpo se a ripensarle fosse stata una donna?

Da tali domande è nato il podcast Vive! Che porta questo titolo innanzitutto perché nella mia riscrittura ciascuna di loro sopravvive al destino luttuoso ideato dall’autore, e poi perché attraverso nuove parole si impadroniscono di nuova vita. Ogni puntata del podcast, dedicata a una singola eroina, è suddivisa in due parti che rispecchiano la genesi del progetto: una parte con una voce (la mia) che racconta, contestualizza e immagina cosa sarebbe potuto accadere “se”, e una parte in cui l’eroina s’incarna nella voce dell’attrice Federica Fracassi seguendo un diverso destino. La scelta di accompagnare la scrittura con la recitazione mi è stata suggerita dal desiderio di ridare presenza a queste figure letterarie. Cosa c’è di più evocativo, impalpabile e al tempo stesso fisico della voce?

Per ciascuna di loro ho immaginato una reinterpretazione diversa, cercando di non sradicarle dall’opera in cui sono state concepite, bensì di farle germogliare proprio da una lettura critica e appassionata di quella stessa.

Per Madame Bovary la forma della lettera rivolta a Gustave Flaubert mi è parsa l’espediente migliore per far emergere come Emma, sognatrice incallita e lettrice insaziabile, possa trovare riscatto non nei tradimenti o nell’evasione, ma prendendo lei stessa la penna in mano. Diventando lei stessa scrittrice, fautrice di quelle storie che tanto la facevano sospirare. Che Emma sia in parte una proiezione di Flaubert stesso è certo – Madame Bovary c’est moi, avrebbe esclamato l’autore rivolto a un critico – e che in lei volesse castigare quegli stessi difetti ai quali lui inclinava è piuttosto evidente. Ciò che Emma poteva fare, per liberarsi dal mondo mediocre e opprimente in cui viveva, era usare l’inchiostro che tanto spesso Flaubert le ha fatto scorrere fra le dita e accedere a quell’ultra-realtà che è la letteratura.

Su Francesca da Rimini ho dovuto fare un lavoro d’altro tipo, perché la sua fine tragica rientra in un sistema etico e divino che assegna premi e punizioni eterne tanto agli uomini quanto alle donne. Francesca è un’adultera e quindi nel sistema dottrinale di Dante una peccatrice, collocata nel girone dei lussuriosi, dove la bufera sbatte le anime senza sosta. Ma anche Francesca è un alter-ego di Dante perché, come lui, è stata educata alla nobiltà d’animo e al vagheggiamento dell’amore dalla poesia. Anche Francesca è una lettrice formidabile. Le sue parole sono piene di citazioni letterarie e Dante, al colmo dell’empatia, sviene alla fine del racconto della sua triste vicenda. Quello che il sommo poeta non riesce a concedere a Francesca è la possibilità di riscatto; ciò che ho voluto restituirle è un corpo, non più un’ombra sferzata dal vento e dal buio, ma la possibilità di rinascere carne.

Didone è per antonomasia la donna abbandonata, e sul modello del suo lamento quante opere liriche e letterarie sono state create! Eppure il suo suicidio, dopo la partenza di Enea chiamato dagli alti fati a raggiungere Albalonga e fondare la stirpe romana, non ha un’intima necessità. Didone aveva già dimostrato di essere una donna forte e poco incline a piegarsi, guidando da sola il suo popolo attraverso il mare, approdando a Cartagine dove aveva fondato una città e rifiutato i vari pretendenti che l’assediavano. Quale disonore poteva mai costituire l’aver ceduto all’amore di un famoso eroe della guerra di Troia? Inoltre se dalla sua progenie doveva nascere chi avrebbe arrecato guai ai Romani – le famose guerre puniche – suicidandosi non avrebbe certo aiutato la causa.

La mia Didone soffre per l’abbandono, ma ci parla dalla vecchiaia, dal traguardo di una vita che ha vissuto lasciandosi alle spalle Enea e progettando per sé e la propria gente.

Anche la morte di Ofelia, accidentale o cercata – Shakespeare lascia un piccolo margine di dubbio a riguardo – non è assolutamente necessaria ai fini dell’intreccio della tragedia. Ma proprio perché Ofelia è concepita come la fanciulla sensibile, spalla sulla quale Amleto piange e si consola, una figura vicaria insomma al tormentato principe danese, la sua morte aggiunge pathos alla strage finale del dramma. Ma Ofelia che ragione ha per morire? Il fatto di aver scoperto che la follia di Amleto e la sua sete di vendetta sono più forti dell’amore verso di lei? Se ogni ragazza si suicidasse ogni volta che il fidanzato vaneggia, magari dopo aver scoperto qualche magagna familiare, le fanciulle sarebbero decimate. La mia Ofelia, con maggior lucidità e saggezza, segue invece il consiglio che le ha dato Amleto stesso: scappa da quel covo di serpi che è Elsinore e si rifugia in convento, dove vive da laica, occupandosi dell’orto e del giardino e ha perfino modo di conoscere un nuovo amore.

Infine, Anna Karenina. Con quanto strazio ho letto svariate volte la descrizione, all’inizio del romanzo, del suicidio di un uomo sui binari del treno, anticipazione del suicidio che sarà di Anna alla fine di un percorso fallito di emancipazione dal marito e dalle convenzioni sociali. Anna è delusa, dal marito, da Vronskij l’amante e padre della figlia, è delusa dal fratello, forse anche da se stessa per non aver saputo tenere con sé il primo figlio, Serioza.

Ma possibile che tutta la sua gioia e l’amore per la vita, con cui Tolstoj ce la raffigura, finiscano per spingerla sotto un treno in corsa? Per lei ho immaginato una fuga da quella società ipocrita, in cui tutti tradiscono e nessuno ha il coraggio di divorziare. Anna va in campagna, raggiunge Dolly e Kitty, e come i suoi corrispettivi maschili, fra cui il suo stesso creatore, il conte Tolstoj, nella vita di campagna cerca di ristabilire un universo di relazioni più giuste, di crescere i propri figli senza il timore che le vengano sottratti.

Non sappiamo se ci riuscirà, ma il treno che prende quantomeno non la condurrà alla morte.

Questo è il link a cui potete trovare gli episodi di Vive! https://storielibere.fm/vive/

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