Articolo: La fatica di rimanere giovani – La lettura, 8 marzo 2026
Di recente ho riletto Le donne muoiono (1952) di Anna Banti e mi sono detta che rispetto ad allora molte più esponenti del sesso femminile riescono ad affermare il loro talento, la loro vocazione. Qualcosa è cambiato. Guardiamo ad esempio i profili social delle donne che conosco, c’è sempre qualcuna che fa o dice qualcosa di interessante.
Un’amica architetta, stimata professionista di uno studio dove lavora come associata da più di vent’anni, oggi posta una foto di se stessa su un cantiere. Davanti a una facciata in restauro, di fianco a lei una betoniera impasta cemento, tre operai con tuta ed elmetto in testa, uno con sigaretta in bocca, la guardano, come si guarda una donna, cioè riconoscendo (valutando?) la sua presenza fisica. Lei d’altronde non indossa scarponcini e casco, ma un cappotto con il collo in pelliccia e scarpe coi tacchi. Deve essere una fotografia risalente a parecchio tempo fa, una fotografia analogica trasferita al digitale, si vede dai colori sbiaditi e soprattutto dal suo profilo fermo, dai capelli lunghi, ora li porta corti e il suo ovale, come il mio, non è più così netto.
Mi domando perché la mia amica abbia messo quest’immagine, rimpiange una se stessa giovane? Non ci sarebbe niente di male, lo facciamo tutte. Però qualcosa non mi torna, ci conosciamo da sempre e raramente l’ho vista portare i tacchi, e così alti mai. Mi viene in mente ciò che mi ha raccontato al telefono la scorsa settimana: alla mia età succede ancora che qualcuno in cantiere mi dica che vuole parlare con l’architetto, sa benissimo che lo sono anche io, ma intende il mio socio. È lui il vero architetto, capisci? E ripete: alla mia età.
Che poi è anche la mia, cioè un’età in cui non si è ancora anziane, ma sicuramente donne mature, con figli cresciuti, carriere assestate, capelli che si potrebbero lasciare bianchi. Dovrebbero riconoscere la tua autorevolezza. E invece.
Ma perché quella foto? Vorrei dirle: guarda che non hai bisogno di tacchi e capelli al vento per farti rispettare, però non mi sembra un commento adeguato. Non dice quello che vorrei esprimere, che è parecchio più complicato. Osservo ancora una volta l’immagine e capisco. Il punto è che tanto i tacchi quanto i capelli al vento non le sono mai serviti per essere una brava architetta. Facevano parte del suo essere donna, alla quale oggi, forse come allora, non viene riconosciuta (abbastanza) autorevolezza, e certo non più la seduzione. Togli la giovinezza, togli la seduzione, a una donna cosa rimane? È la domanda alla quel rispondo in automatico: l’intelligenza, la preparazione, la consapevolezza di sé, la capacità, l’esperienza. Ma, bastano?
Non vorrei doverci pensare, non fosse che scorrendo ancora fra i miei contatti trovo la foto di un paio di gambe in primo piano di un’altra che è più una conoscente che un’amica. Attrice affermata, nota per ruoli di cosiddetto spessore intellettuale. Non bella, non in senso canonico. Di lei si dice sempre che è molto espressiva, intensa, coinvolgente, che in un suo sguardo passano mille emozioni. Insomma la sua carriera l’ha costruita oltre lo specchio della più bella del reame. Eppure anche lei oggi ha messo una fotografia di se stessa che non parla della sua intelligenza nella recitazione o della sua capacità di calarsi in ruoli drammatici, o forse sì, e sono io che non capisco, allora leggo i commenti sotto: belle gambe. Sode. Bel telaio per una cinquantenne.
Immagino vogliano essere osservazioni positive, ma mi mettono tristezza.
Certo – mi dico – lei lavora col proprio corpo ed è giusto che ci tenga ad averlo in forma, tonico e giovane finché possibile. D’altronde non ammiriamo tutti quell’arzilla ragazza ultraottantenne di Jane Fonda che parla ancora velocissima e sembra sempre sul punto di iniziare una delle sue mitiche lezioni di aerobica, mentre protesta contro le pratiche antidemocratiche dell’attuale governo americano? Va bene, però quest’altra attrice non si è mai distinta per una fisicità dirompente. Che cosa mi vuole dire con queste sue belle gambe in primo piano? Che ce le ha anche lei, e all’occorrenza può mostrarle? Andiamo, non posso essere così bacchettona e così poco empatica. La vita di un’attrice, lo sappiamo tutti, è appesa all’altalena dei ruoli che le si offrono, statisticamente sempre meno frequenti mano a mano che passano gli anni, e dunque magari quel che ci vuole adesso, a questo punto della sua vita, è proprio un bel paio di gambe. Controllo la data di nascita: ha solo un anno in meno di me.
Il pensiero che ho evitato di elaborare fino a ora mi assedia e non posso più rimandarlo. Perché anche io ho indossato tacchi alti per andare a presentare i miei libri ai festival letterari, più di una volta. Tacchi rossi che si facevano notare. Li tenevo nello zainetto, perché volevo salire sul treno e farmi il viaggio comoda con ballerine basse e spesso un po’ sfondate, li tiravo fuori e me li infilavo appena prima di arrivare, poi mi mettevo il rossetto. Non avevo nessuno in particolare su cui fare colpo. Mi piaceva presentarmi così, mi faceva sentire bene, forse dovrei dire che mi faceva sentire seducente. Ripeto: non ho mai sedotto nessuno, non alle presentazioni di libri almeno, ma sapevo di dover essere anche attraente. È quello che ci si aspetta dalle donne e mi è piaciuto anche esserlo, così come mi piaceva venir invitata ai festival.
Ci invitano sempre meno, facci caso, preferiscono le giovani, mi ha detto un’amica, anche lei scrittrice. Pare che abbiamo avuto la nostra stagione e amen, ha aggiunto.
Siamo scrittrici, protesto, non vasetti di yogurt con la scadenza stampata sopra.
Ma in fondo so che ha ragione lei. Almeno in parte, la nostra sopravvivenza come scrittrici, architette, attrici, insegnanti, o quel che volete, è legata a una cosa impossibile: continuare a essere giovani. Qualcosa è cambiato. Ma le donne continuano a morire, cioè a essere presto dimenticate, ancora in vita. Eppure, credetemi, non è lontano il giorno in cui vi faremo capire che liberazione sia non dover essere più giovani.

