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Chiamami col mio nome

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ArticoloChiamami col mio nome, Sette, 18 settembre 2020

Da quando ho iniziato a pubblicare i miei romanzi ho desiderato, a tratti, di trovarmi uno pseudonimo, un bel nom de plume carico di mistero. A volte sono andata in fondo a questo desiderio valutandone i pro e i contro – avrei venduto di più o forse meno, avrei potuto non autocensurarmi, non avrei più potuto fare presentazioni, né incontrare i lettori – a volte mi sono detta che si trattava di un vezzo, una moltiplicazione di vanità; in fondo però ho sempre saputo che chi cela il proprio nome, nel momento in cui esprime i propri pensieri e sentimenti, lo fa perché quello è l’unico modo per essere libero: da incomprensioni, giudizi, censure. È accaduto spesso alle scrittrici del passato, accade ancora oggi.

“Reclaim Her Name”, è la neonata collana pubblicata in formato e-book e cartaceo dal Womens’ Prize for Fiction,uno dei più prestigiosi premi letterari inglesi: 25 romanzi di grandi scrittrici, usciti fra Otto e Novecento sotto pseudonimo, perlopiù maschile, vengono ora restituiti al nome della loro autrice. Molti sanno che Charlotte, Emily e Anne Bronte pubblicarono inizialmente le loro opere come Currer Bell, Ellis Bell e Acton Bell, ma vedere finalmente Middlemarch sotto il nome di Mary Ann Evans, nota come George Eliot, o uno dei capolavori del romanzo gotico, A Phantom lover, restituito a Violet Paget, nascosta da sempre sotto il nome di Vernon Lee, è un modo per rendere giustizia al talento e alle biografie di queste scrittrici, e per interrogarsi una volta di più sul perché il genere possa risultare così discriminante da indurre a cambiare il proprio nome.

L’Ulisse di Omero ci ha insegnato che nascondere il proprio nome – diventare nessuno – è un modo efficace per agire e mettersi in salvo, quando dall’altra parte c’è un antagonista con una forza sproporzionata. E così quando Jane Austen firmava i suoi romanzi “A Lady”, era come se dicesse: nessuna donna in particolare, ma anche: tutte le donne.

Chi era dunque il ciclope, temibile anche da accecato, per queste autrici colte, appassionate e ardite tanto da voler dare alle stampe le loro storie e i loro pensieri occultando, però, il proprio nome; che cosa temevano uscendo allo scoperto? Me lo chiedo cercando di fare raffronti tra passato e presente, perché se è vero che molte delle donne che pubblicarono sotto pseudonimo erano nate e morirono prive di diritto di voto, o del banale permesso ad accedere alle biblioteche universitarie se non accompagnate da un professore, come ci ricorda Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé,è altrettanto vero che pure in tempi più recenti, e decisamente più emancipati, Nelle Harper Lee preferì pubblicare Il buio oltre la siepe (1960) omettendo il nome Nelle, che l’avrebbe identificata come donna, e che la scelta di comparire con le sole iniziali di J. K. Rowling è un modo per velare la propria identità, e che la stessa autrice italiana contemporanea di maggior successo si cela dietro il nom de plume di Elena Ferrante, e non sappiamo se si tratti di un uomo o di una donna o, come certe alternanze stilistiche nella tetralogia farebbero pensare, di entrambi, quindi di una scrittura a più mani.

È capitato anche a me di pubblicare, infine, un libro con uno pseudonimo. Non si trattava di un mio romanzo, ma di una traduzione; la storia mi sembrava così scabrosa che ritenni opportuno dissociarmi dal suo contenuto e dalla voce che le avevo prestato in italiano. Non erano scrupoli morali a spingermi, perché la letteratura abbraccia gli scrupoli, li incorpora e li fa diventare domande e dubbi ineludibili tanto per chi scrive quanto per chi legge, piuttosto il timore di venire catalogata nell’area di pornografia e tabù in cui mi sembrava che il libro sarebbe planato, anche perché era stato scritto da una donna. Fosse stato un uomo le cose sarebbero state diverse. Siamo abituati a centinaia e centinaia di pagine, in tutta la letteratura mondiale, in cui gli uomini ci descrivono la fisiologia e la metafisica del loro desiderio, la meccanica e la sublimazione dei loro atti sessuali, le loro perversioni, le loro ossessioni; alcune di queste pagine sono memorabili – penso, per citarne solo alcuni, a John Updike, a Michel Houllebecq, a Carlo Coccioli e Pier Vittorio Tondelli e Walter Siti, a Mario Vargas Llosa – altre che pure vengono spacciate come grande letteratura sono trascurabili, noiose o, peggio, rivelatrici di una visione del sesso come luogo di dominio maschile sulla donna o sull’altro in generale. Pensavo: eccomi qui, non diversamente da chi mi ha preceduto nel mondo delle lettere, e nella maniera più perentoria di tutte da Virginia Woolf, a pormi una domanda fondamentale: cosa succede a uno scrittore se non ha una tradizione che lo sorregge? L’esplorazione e la rivendicazione di una scrittura che parli di sesso da un punto di vista femminile, e magari anche da un punto di vista non canonico, è così esile che le autrici che si prefiggono di farlo non di rado finiscono nel mirino delle critiche più sprezzanti. Giusto per fare un esempio: risale a pochi anni fa la riscoperta di una scrittrice audace e raffinata, nella descrizione del proprio apprendistato sessuale, come Goliarda Sapienza, ma quanti pruriti e pregiudizi si sono dovuti dismettere per poterla rivalutare? Certo, ci sono pascoli più tranquilli per una scrittrice, come il romanzo storico o la saga familiare; l’erotismo e il sesso, essendo intimamente legati ai ruoli e al potere, non vengono concessi tanto facilmente alle donne, se non infangandole con un bel po’ di preconcetti e fraintendimenti.

Ripeto: non era un mio romanzo, ne ero solo la traduttrice, ma preferii nascondere il mio nome, mettermi al riparo da polemiche nelle quali non avevo voglia di essere coinvolta, da etichette che avrebbero potuto pesare su di me come scrittrice. Volevo essere libera, anche a costo di sparire. Non sono passati molti anni da allora, e non riesco a considerare quel gesto come un atto di vigliaccheria, piuttosto di legittima difesa. Da cosa? Sempre dallo stesso ciclope accecato del punto di vista maschile assoluto che tutti noi, uomini e donne, introiettiamo fin dai banchi di scuola: perché a tutt’oggi nel canone della narrativa scolastica novecentesca, cioè dei testi che si propongono in lettura agli studenti di vario grado della scuola italiana, non figura un’autrice italiana, a parte e non sempre, Elsa Morante o Natalia Ginzburg, a dispetto del buon numero e dell’alta qualità di scrittura delle autrici novecentesche, per non parlare della pluralità e vivacità delle scrittrici di oggi. La tradizione e il canone sono fatti e costruiti da uomini e per uomini, ed è sempre con grande fatica che una donna può inserirsi, e quando avviene è più come l’eccezione che conferma la regola che l’inizio di una considerazione che allarghi lo sguardo a quella metà del mondo che ancora non sembra avere gli stessi diritti di autorappresentazione. Chi è abituato infatti a considerare come indiscutibile la supremazia maschile, o anche semplicemente il mondo visto da quella posizione, facilmente inclinerà a disprezzare le autrici donne o a non porle nello stesso grado di considerazione. D’altronde è sempre Virginia Woolf a ricordarci che la grandezza maschile ha bisogno dello specchio femminile per considerarsi tale: “Quale che sia l’uso che se ne fa nelle società civili, gli specchi sono indispensabili a ogni azione violenta ed eroica. È questa la ragione per la quale sia Napoleone che Mussolini insistono con tanta enfasi sull’inferiorità delle donne, perché se queste non fossero inferiori, verrebbe meno la loro capacità di ingrandire.” A volere trovare le prime tracce di questa funzione ancillare delle donne, anche e proprio nel mondo letterario, si può risalire fino a Platone: nel dialogo Menesseno è una donna, la compagna di Pericle, Aspasia da Mileto, a istruire Socrate su come si compone un epitaffio per i caduti in guerra. Dunque Aspasia conosceva la poesia, la metrica, le convenzioni compositive tanto da poterle insegnare a Socrate, eppure non ci è arrivata una sola riga, ammesso che ne abbia mai scritta una, di Aspasia da Mileto che, d’altronde, pur avendo dato un figlio a Pericle, essendo straniera, non gli vide mai riconosciuta la cittadinanza ateniese. Certo, molte cose sono cambiate e la retorica napoleonica o mussoliniana nel discorso pubblico è in gran parte superata, almeno nelle sue enunciazioni roboanti, tanto che chi ne fa uso viene in genere stigmatizzato sui social, eppure una più sottile, meno manifesta ma pervasiva discriminazione corre sempre nel mondo delle lettere e della cultura. Ce lo dicono le pochissime donne vincitrici del premio Strega in Italia, le ultime Melania Mazzucco nel 2003 e, a distanza di dodici anni, Helena Janeczek; ce lo dicono le pochissime donne che rivestono la carica di rettore all’Università, le pochissime donne che occupano una posizione apicale nel mondo dell’editoria e del giornalismo, dove però costituiscono il grosso della forza lavoro. Ce lo dice l’uso dispregiativo, ambiguo e forse del tutto privo di senso con cui viene spesso usata l’espressione: “scrittura femminile”.

Qualche anno fa, organizzai alla Biblioteca della Donne di Bologna insieme ad Annamaria Tagliavini, che ne era direttrice, un incontro con scrittrici e scrittori per capire in che cosa consistesse questa fantomatica scrittura femminile. Uno degli interventi più istruttivi e divertenti fu quello di Giampiero Rigosi che ci lesse diversi brani di autori, donne e uomini, senza dirci chi fossero e invitandoci a indicare di volta in volta se fossero maschi o femmine, compito che si rivelò piuttosto fallimentare. Mi domando allora: se i manoscritti giungessero anonimi alle case editrici, cioè privi di quell’indicazione di genere che in molti altri settori professionali viene additata come pregiudiziale nei confronti delle donne, forse comincerebbe a cambiare qualcosa in senso radicale anche nella letteratura? Come sarebbe bello, dopo, riappropriarsi della propria identità e del proprio nome, una volta superato un giudizio e una selezione finalmente scevri da schemi precostituiti, da abitudini mentali più o meno consapevoli. Forse, allora, la scelta di uno pseudonimo sarebbe solo un atto creativo in più.

(Sette, 18 settembre 2020)

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