Articolo: Classici da rileggere estate 2026 – La lettura, 4 luglio 2026
Uno dei preconcetti sottesi alla scarsa autorevolezza che si attribuisce alla letteratura scritta da donne – anche quest’anno assenti dalle tracce della maturità – è che le autrici siano, nei casi migliori, virtuosisticamente capaci di cogliere i movimenti intimi ma poco inclini a restituire i grandi affreschi sociali, il quadro d’insieme della Storia.
Invece è proprio dalle posizioni marginali – e quella femminile lo è stata e continua a esserlo sotto molti punti di vista – che spesso si fanno sbalzare in rilievo le strutture gerarchiche e le dinamiche di potere che definiscono l’umanità. Se penso alle scrittrici che ho ammirato, e che mi hanno inspirato il desiderio di scrivere a mia volta, hanno un tratto comune: uno sguardo lucido e consapevole sulla società, una consapevolezza altrettanto forte del posto da loro occupato all’interno di essa, e mi riferisco al senso della classe, del censo, della cultura, e talvolta anche del credo religioso. Non si tratta mai di una nozione astratta, bensì di un sapere che parte da sé, dalla propria esperienza collocata in un corpo, in un luogo e in un tempo storico come avrebbe detto Luisa Muraro, la filosofa da poco mancata.
Leggete, o rileggete, dunque La Signora di Wildfell Hall di Anne Brönte, la sorella minore delle più note Charlotte ed Emily. Pubblicato nel 1948, con lo pseudonimo maschile di Acton Bell, il secondo romanzo di Anne ebbe grande successo tanto da andare subito in ristampa, ma subì critiche anche più violente di quelle toccate a Jane Eyre e a Cime tempestose, perché Anne Brönte ci propone con la sua protagonista, Helen Graham, una giovane donna che commette molti errori, un matrimonio sbagliato, ad esempio, ma ha il coraggio di scelte del tutto anticonvenzionali in epoca vittoriana: abbandona il marito alcolizzato e violento, mantiene se stessa e il figlio dipingendo e vendendo quadri, infine si risposa con un uomo di condizione sociale inferiore che però, a differenza del primo, rispetta le sue opinioni e stima le sue capacità. Anne Brönte smonta con ironia e una fiducia incrollabile nella ragione argomentativa alcuni degli stereotipi romantici, ad esempio l’associazione tra fascino maschile e maledettismo (leggi il: carattere iroso di Rochester e Heathcliff) e il lieto fine arriva non come la ciliegina sulla torta, piuttosto come il traguardo di chi ha passato molti guai e ne è venuta fuori più forte e determinata.
Consiglio poi, di Marguerite Duras, L’amante. Letto prevalentemente come il memoir dell’iniziazione sessuale dell’autrice, che a quindici anni incontra attraversando il fiume Mekong, in Indocina, il figlio ventisettenne di un miliardario cinese con il quale ha una relazione amorosa, mal vista tanto dalla famiglia di lei, poiché lui non è bianco, tanto dal padre di lui, perché lei è di una famiglia di colonialisti falliti, il racconto di Duras è anche e soprattutto una ricognizione nella fatica di rivendicare per sé un’identità e una vita diversa rispetto a quella della madre, schiacciata dalla miseria e dalla depressione. I soldi, il cibo di lusso che l’amante offre a lei, ai due fratelli e alla madre che lo divorano senza mai un grazie, è l’oggettivazione di un riscatto impossibile: “Il difficile non è raggiungere qualcosa, è liberarsi dalla condizione in cui si è.”
Una fatica, e una vergogna di cui parla anche Il posto di Annie Ernaux. La scrittrice francese nel discorso tenuto alla consegna del premio Nobel, vinto nel 2022, ha dichiarato di scrivere “per vendicare la mia classe”. Il Posto descrive la sua famiglia di origine, il modesto esercizio di alimentari e bar che avevano nel paese di Lillebone in Normandia, il senso di straniamento provato dalla scrittrice che si è emancipata studiando e diventando insegnante, ma anche la vergogna non tanto per le proprie umili origini, quanto per il fatto di essersele lasciate alle spalle. Istruita e borghese Ernaux sente di aver tradito il padre, contadino, operaio, droghiere; scriverne diventa un modo per risarcire i genitori, restituire loro voce, ma la scrittura è anche il mezzo con cui Ernaux dice a se stessa di aver compiuto quel salto di classe che è anche un salto culturale, un passaggio mai indolore per chi lo compie.
Grazie alla recente rimessa in circolazione dei testi di Alba de Cespedes da parte di Mondadori, ho letto per la prima volta, e quindi tardi, Il quaderno proibito, uscito nel 1952 e considerato il capolavoro dell’autrice italo-cubana. Questo è un romanzo che si dovrebbe far conoscere nelle scuole perché ci dice moltissimo della società italiana del dopoguerra, e dei fondamenti della famiglia piccolo borghese. La protagonista, Valeria Pisani, è una madre di famiglia che oltre a tutto il lavoro casalingo si sobbarca anche quello di segretaria per supportare il bilancio domestico con due figli che studiano e il non lauto stipendio del marito impiegato. Per gioco e per inconfessabile ribellione, Valeria inizia a scrivere un diario in cui annota il peso delle sue giornate, la distanza della figlia che cerca e trova fuori dalla famiglia evasione e un’alternativa al modello sacrificale materno, la dedizione al figlio maschio su cui vengono riposte tutte le speranze, puntualmente deluse dalla sua inettitudine, il fugace innamoramento per il capo dello studio in cui lavora. La forma diaristica è l’abile espediente con cui Alba de Céspedes mostra un’eroina contraddittoria, imbevuta degli stessi pregiudizi che le rendono soffocante la vita, la scrittura è in tutti sensi un atto sovversivo, più ancora che la parziale emancipazione consentita dal lavoro.
Il mio ultimo consiglio è per il primo romanzo di Elsa Morante Menzogna e sortilegio pubblicato nel 1948 e vincitore del premio Viareggio. La voce narrante, Elisa, una delle tante maschere che l’autrice costruisce per sé, orfana e adulta, ripercorre le vicende della propria tormentata famiglia, e la narrazione diventa una specie di lunghissima seduta spiritica per riallacciarsi a quei morti così presenti nella sua immaginazione. Tre generazioni da parte materna e paterna segnano una rotta di progressivo fallimento: della nobiltà, del palazzo e dei privilegi del nonno materno non resta nulla se non il rimpianto, l’orgoglio per sempre calpestato, l’ombra onnipresente del rapporto morboso della madre col cugino, i sopravvissuti cimeli di un’età dell’oro già assediata dalla disperazione, un anello con diamanti e rubini, qualche libro; del ramo paterno più modesto, ma moralmente più integro, vergogna e sconfitta per le terre vendute invano, per quel figlio tanto amato – il padre di Elisa – frutto della violenza di un signorotto, e vittima di un amore infelicissimo per la madre di Elisa. Tutti i personaggi di Menzogna e sortilegio inseguono un oggetto amoroso che si nega, proprio come ne L’Orlando Furioso di Ariosto che Morante dichiarò essere fra i suoi modelli, al tempo stesso vagheggiano fortune e condizioni di benessere che stridono con la loro realtà. Una saga familiare di rovina e dissipazione in cui si legge, in filigrana, il difficile impatto della modernità nel meridione italiano, l’abbandono del lavoro agricolo, l’inurbazione di un ceto privo di competenze, quindi destinato a lavori sfiancanti e mal pagati come quello del padre di Elisa postale della Ferrovia, l’ideale aristocratico e velleitario che tarpa un’autentica emancipazione. György Lucas, il grande critico studioso del realismo letterario, disse nel 1962 che Menzogna e sortilegio era il più grande romanzo moderno. Mi pare si possa dirlo ancora oggi.

