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Elogio della mano

ArticoloElogio della mano, Architectural Digest, 10 novembre 2020

Sono le mani, non gli occhi né i volti, ad affiorare dalle più antiche testimonianze artistiche umane: le raffigurazioni rupestri, ad esempio quella famosissima di Cueva de las Manos in Argentina, dove possiamo ammirare centinaia di palmi e dita sovrapposte risalenti a più di novemila anni fa. Sembrano salutarci, venirci incontro, dire: noi siamo stati qui, noi siamo stati questo.

E sono le mani, con la loro prodigiosa struttura anatomica articolata in 27 ossa e 19 muscoli, a costituire per antropologi e neurologi l’elemento dirimente nello sviluppo di homo sapiens. Il tatto, portatore di così tante informazioni sulla consistenza del mondo, insieme alla presa e alla manipolazione hanno modellato il nostro assetto cerebrale, diviso nelle sue diverse funzioni, proprio come gli arti superiori, in destra e sinistra. Un importante storico dell’arte medievale, Henry Focillon, diceva che la mano ha fatto la mente, non meno di quanto la mente faccia la mano, a sottolineare un legame inscindibile tra apprendimento e capacità di esecuzione, tra pollice opponibile e cervello. Tutto ciò che facciamo con le mani richiede un tempo durante il quale la mente si osserva, impara meccanismi nuovi, scorciatoie, produce e sedimenta memoria del corpo e dello spazio.

Da un pezzo, però, non viviamo più nelle caverne, né siamo capaci di fabbricarci uno solo dei tanti utensili con i quali la specie umana ha creato un mondo che le appartiene totalmente. Il sistema di produzione industriale e la tecnologia di cui ci avvaliamo in ogni momento del giorno, dall’interruttore della luce allo smartphone, tendono a farci dimenticare il nesso fra il conoscere il mondo e il sapere fare le cose. Della manualità spesso non ci rimane che il touch richiesto da tutti i dispositivi analogici, ma ignoriamo i processi che ci stanno dietro e, se vengono a mancare la corrente o la connessione, si spegne l’habitat in cui ci muoviamo, lasciandoci inermi. Se è vero che la meccanizzazione ha tolto dalle spalle di molte donne e uomini lavori faticosi ed estenuanti, è altrettanto vero che ha rafforzato un pregiudizio mortificante nei confronti del lavoro manuale, come se fosse solo questione di sforzo fisico e ripetizione.

D’altra parte sapere fare le cose con le proprie mani sembra diventata prerogativa di lavoratori al servizio di élites: l’alta moda, l’alta cucina, l’artigianato artistico, ambiti in cui la qualità è frutto di ricerca, competenza e tempo dedicato. Un tempo difficilmente quantificabile, secondo gli standard lavorativi.

Richard Sennett ci ricorda in un libro magnifico, L’uomo artigiano, che fare un lavoro bene per se stesso è prerogativa dell’uomo felice. L’artigiano dedica un tempo che non è solo quello del profitto, ma anche quello della scoperta, del miglioramento e dell’errore talvolta, per produrre manufatti di cui è interamente responsabile e da cui trae soddisfazione, perché in essi si rispecchia un percorso di conoscenza e di abilità che ha fatto proprio e che costituisce parte rilevante della sua identità. La tecnica non lo governa ma gli serve da strumento. Ogni individuo, ogni lavoratore, dovrebbe secondo Sennett preservare questa dimensione artigiana. Mentre scrivo guardo la panca di legno impagliata con erba palustre da mio nonno: ogni filo è stato annodato su se stesso e disposto in fascette, l’intreccio di fascette verticali e orizzontali produce un bel motivo di quadrati e rettangoli alternati, non so quanto abbia impiegato per farlo, ma oltre al tempo dell’esecuzione, devo immaginare quello in cui è andato lungo l’argine di fossi e canali a cercare gli alti cespugli di erba palustre, per poi farli essiccare. Un progetto che lo avrà portato ancora una volta in mezzo alla sua campagna amata, e ad attingere a un sapere imparato da giovane, quando nei mesi invernali il lavoro agricolo dava tregua, e nei poderi dei contadini si preparavano strumenti e attrezzi, s’impagliavano sedie, si cucivano vestiti, sacche e scarpe. È un frammento della sua vita che io vedo in quella panca, tramandato dall’operosità delle sue mani, un pezzo del suo tempo, eredità inestimabile.

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