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Flannery O’Connor, Un brav’uomo è difficile da trovare

Recensione al libro: Flannery O’Connor, Un brav’uomo è difficile da trovare, minimum fax 2021

Quella che minimum fax ripropone ora nella smagliante traduzione di Gaja Cenciarelli è la prima raccolta di racconti di Flannery O’Connor (Savannah, Georgia 1925-Milledgeville, Georgia 1964), l’unica che l’autrice riuscì a pubblicare mentre era in vita. Uscita nel 1955, a due anni dal primo romanzo La saggezza nel sangue, contiene già tutti i temi e i caratteri umani che O’Connor svilupperà in seguito:  la presenza del male sotto mille forme, perlopiù grottesche, sempre imprevedibili, l’incapacità a difendersene se non commettendo il male a propria volta o perdendo la vita, l’ottusità delle convinzioni, insolubili conflitti madre-figli, la ricerca di salvezza e la fallibilità della religione incarnate in personaggi che sono mocciosi cocciuti e disubbidienti, signore garrule, miopi e piene di inscalfibili pregiudizi, menomati, predicatori fanatici, e balordi assassini. Un’umanità tanto più marginale e provinciale quanto più emerge titanica nella trasfigurazione con cui O’Connor ce la restituisce.

Ma come fa? Tecnica magistrale, dialoghi così perfetti da giustificare il perché le sia stato più volte chiesto di scrivere sceneggiature – proposta sempre declinata – personaggi indomiti anche nel procurarsi la propria rovina, umorismo feroce, tutto questo contribuisce, ma da solo non basta. Il fatto è che O’Connor aggredisce chi legge come farebbe un consumato predicatore che padroneggi l’arte della retorica e sappia blandire e fustigare i propri fedeli, metterli all’angolo. Aggredisce e stordisce come un profeta. La sua scrittura ha la spietatezza e l’assolutezza della Bibbia. O’Connor ci chiede di aderire ai personaggi mostrandocene le debolezze, che sono le nostre, poi li mette in situazioni in cui quelle stesse debolezze giocheranno inesorabilmente contro di loro, portandoli alla tragedia. Quelle che definiremmo mancanze comuni e quotidiane, come la pigrizia morale, la tendenza al pettegolezzo, l’immedesimazione morbosa, la presunzione di saperla più lunga degli altri diventano, nella sua prosa, l’innesco di drammi che inceneriscono le vite dei personaggi.  Prendiamo, ad esempio, il racconto Un cerchio nel fuoco che si apre con il dialogo tra la Signora Cope, proprietaria di una fattoria, e la signora Pritchard, moglie del fattore. Discutono di una notizia letta sul giornale: una donna, lontana parente della signora Pritchard, è morta dopo aver partorito un bambino in un polmone d’acciaio. Mentre la signora Cope cerca di deviare il discorso, dichiarando: “Io dico ogni giorno una preghiera di ringraziamento. Pensi a tutte le cose che abbiamo”, la signora Pritchard si intestardisce nei dettagli più pruriginosi della vicenda – la donna era rimasta incinta quando era già dentro il polmone d’acciaio – fino a sentenziare: “Io so che se fossi in un polmone d’acciaio certe cose non le farei”.

Ugualmente irremovibili nelle loro posizioni, l’una persuasa che i guai si possano sempre risolvere o evitare, l’altra che i guai comunque ti sovrastino, la signora Cope e la signora Pritchard stanno entrambe sfidando il cielo. La sciagura prenderà presto le sembianze di tre ragazzini abbandonati – uno dei quali era cresciuto alla fattoria – per dare ragione alle morbose aspettative di disgrazia della signora Pritchard e per punire il mal riposto senso di superiorità della signora Code: installatisi nella tenuta i tre piccoli vagabondi, dopo essersi fatti beffe delle gentilezze della signora Cope, daranno fuoco al bosco che lambisce la sua casa.

Quasi tutti i racconti di O’Connor terminano con una morte violenta o con una distruzione e tanto accanimento parrebbe ingiustificato, rispetto alla mediocrità dei personaggi, se la scrittrice non li mettesse sulla bilancia della giustizia divina anziché di quella umana: solo lì possono acquisire una grottesca grandezza e una tragica comicità, nel loro essere incarnazioni di vizi e deformazioni, nel loro essere estremi e unilaterali, scolpiti da uno sguardo satirico più che realistico. A questo proposito, la postfazione al volume firmata da Joyce Carol Oates, tradotta da Luca Briasco, risulta molto utile nel mettere a fuoco la caratteristica bidimensionale della scrittura di O’Connor: “Al centro dell’opera di O’Connor non c’è la brillante multidimensionalità del modernismo, ma la bidimensionalità della vignetta elevata a forma d’arte”. Niente sfumature, niente atmosfere, niente prismaticità o sentimenti intermedi; la scrittura di O’Connor, che aveva iniziato al college proprio componendo vignette satiriche, usa la caricatura come arma della rettitudine per infliggere una punizione. A chi? A quello stesso mondo del sud degli Stati Uniti razzista, conservatore e bigotto cui lei apparteneva e che con tanta dedizione e precisione viene evocato dalla sua narrativa.

Oates ci aiuta anche a mettere in prospettiva la crescente fama postuma di O’Connor: accolta tiepidamente se non addirittura sbeffeggiata sul “Time” e sul “New Yorker”, all’epoca delle sue prime uscite, oggi viene ancora antologizzata nelle raccolte dei migliori racconti americani del Novecento, a differenza di Carson McCullers e Truman Capote, suoi coetanei e molto più celebri di lei da vivi.

A questo possiamo aggiungere, senz’altro per quanto riguarda l’Italia, il successo che O’Connor ha avuto nelle scuole di scrittura per l’estrema consapevolezza teorica con cui ha enunciato il proprio metodo, e per l’esemplarità che di tale metodo i suoi racconti danno prova.

Quale scrittore, o aspirante tale, non si riconoscerebbe nell’enunciato: “La narrativa è un’arte che richiede la più rigorosa attenzione per il reale – che si scriva un racconto naturalistico o fantastico”?   Nella sua breve vita, tormentata dalla malattia ereditata dal padre, il lupus eritematoso all’epoca incurabile, Flannery O’Connor fu fedele al credo cattolico almeno quanto alla vocazione narrativa, entrambi vissuti con l’assolutezza, rasente il fanatismo, dei visionari. E di visioni sappiamo che si nutre, principalmente, la letteratura.

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