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Homo divinans

Recensione a: Davide Stimilli, Homo divinans. Aby Warburg e la filologia del futuro, Neri Pozza 2026 – La lettura, 7 aprile 2026

Se c’è in ambito umanistico un nome tutelare invocato, alluso, citato (letto per davvero già meno) al pari di Walter Benjamin, sebbene rispetto a quest’ultimo con un ritardo di almeno cinquant’anni, è quello di Aby Warburg, studioso nato ad Amburgo nel 1866 e morto nel 1929. Non riducibile all’univoca etichetta di storico dell’arte – preferiva definirsi con uno dei numerosi neologismi da lui escogitati uno psico-storico – Warburg ha compiuto la propria impresa intellettuale sul crinale di saperi diversi: filologia, storia delle religioni, nascente psicologia, archeologia, astrologia, araldica, filosofia, antropologia, perseguendo una comprensione delle espressioni artistiche all’interno di una storia della cultura, rispecchiata nella sua biblioteca fondata ad Amburgo e poi trasferita nel 1933 a Londra, che certamente ha avuto per gli intellettuali del Novecento un’eco profonda e continua a porre domande essenziali. Tuttavia di Warburg, fino agli anni ’90 del secolo scorso si conoscevano quasi solo gli scritti pubblicati nel 1932 dalla sua ricercatrice e assistente Gertrud Bing, tradotti in italiano da Emma Cantimori con il titolo di La rinascita del paganesimo antico. Contributi alla Storia della cultura (La nuova Italia, 1966), e la biografia intellettuale pubblicata da Ernst Gombrich nel 1970. In Italia, dove trascorse lunghi periodi di studio e tenne importanti conferenze, Warburg aveva avuto peraltro grandi estimatori capaci di comprendere con finezza la portata del suo pensiero, come il filologo Giorgio Pasquali e lo storico Delio Cantimori, per cui non stupisce che un numero monografico della rivista Aut Aut gli venisse dedicato nel 1984, e che a vent’anni di distanza uscisse un altro numero monografico della stessa rivista, col titolo Aby Warburg. La dialettica dell’immagine curato da Davide Stimilli. Nel 2004 la conoscenza della sua opera cominciava ad avvalersi delle edizioni di molti inediti in tedesco (in italiano a cura di Maurizio Ghelardi) e finalmente della sua ultima, incompiuta e fondamentale impresa il Bilderatlas Mnemosyne

Dopo il numero monografico di Aut Aut, Stimilli ha indagato il periodo della malattia dello studioso in Ludwig Biswanger. Aby Warburg. La guarigione infinita (Neri Pozza 2005) e l’intreccio fra la cura e la ripresa vigorosa degli interessi scientifici che sfocia nella conferenza in onore di Franz Boll tenuta nel 1925 e che Stimilli pubblica, con Claudia Weedepohl, prima in originale tedesco (2008) poi in italiano, Aby Warburg. Per monstra ad Sphaeram (Abscondita, 2014).

Homo divinans. Aby Warburg e la filologia del futuro in uscita ora per Neri Pozza, riunisce nove saggi di Stimilli, la maggior parte dei quali sconosciuti ai lettori italiani, e che quindi valeva la pena raccogliere perché, come è facile intendere dal titolo, nell’insieme tracciano un profilo dell’uomo Warburg e del suo metodo di lavoro. 

Chi è dunque l’homo divinans? Stimilli lo spiega nell’introduzione e nel sesto capitolo del libro dove ripercorre la storia di un termine, divinatio, che presso gli antichi era legato alle pratiche di osservazioni di segni per predire il futuro, ma già con Cicerone era caduto in un certo discredito, più o meno assimilato alla ciarlataneria, mentre dall’umanesimo rinascimentale viene assunto in accezione positiva e in riferimento alla lettura dei testi, fino a diventare termine tecnico nella filologia coeva a Warburg per indicare l’operazione di risanamento (congettura) quando un testo è lacunoso. 

Con questa disposizione Warburg interroga le immagini e il processo, che definisce Nachleben, ossia sopravvivenza o vita postuma, di schemi, gesti e attributi che non appaiono mai in sequenza lineare nella storia, e si caricano di significati spesso fra loro polarizzati, ad esempio una menade danzante pagana che rivive nelle forme di un angelo dell’Annunciazione di Agostino di Duccio. Divinatio dunque necessaria a colmare e a interpretare lacune, sedimentazioni, occultamenti e travestimenti di un processo culturale in cui le forme vengono tramandate ma spesso i significati si perdono o si invertono. Una pratica che già Salvatore Settis aveva collegato al maestro di Warburg, Hermann Usener, fautore di una divinatio etimologica che nei nomi degli Dei vuole trovare il nucleo emozionale dal quale sono scaturiti, tanto quanto Warburg lo cerca nelle Pathosformeln, le forme visibili della raffigurazione in cui si è coagulata una forte carica emotiva, la traccia di una primordiale reazione al mondo e ai suoi stimoli.

Ma veniamo alla seconda parte del titolo del libro di Stimilli: Filologia del futuro è infatti la definizione con cui il filologo Ulrich Wilamovitz aveva irriso la Nascita della Tragedia di Nietzsche, ma Stimilli opera una warburghiana inversione di senso: a differenza di quanto pensava Wilamovitz, la filologia del futuro è possibile, proprio a chi come Warburg si disponga a raccogliere e a leggere, o meglio divinare, i segni e i sensi del passato, armandosi degli strumenti necessari – la verga biforcuta del rabdomante cui lo studioso amburghese scherzosamente si paragonava – per capire la tensione tra forme e significato, fra archetipi primitivi e i loro sviluppi. Insistiamo una volta di più sul termine filologia: contro un’interpretazione diffusa del pensiero warburghiano come libera e casuale associazione che abbatte la cornice storicistica con cui si leggono le forme artistiche, Stimilli sa invece benissimo che la logica associativa warburghiana non prescinde mai da una lettura e da una consapevolezza precisa del luogo e del momento della storia in cui si sono prodotte. Esemplare in tale senso è il capitolo dedicato all’impresa di Warburg, intesa in senso umanistico come motto più immagine che avrebbe dovuto accompagnarlo, ma anche quello dedicato al metodo di ricerca sul ritratto di un musicista rinascimentale identificato come Atalante Migliorotti da Warburg, insoddisfatto e dubbioso della propria stessa attribuzione. I capitoli invece in cui l’autore accosta le ricerche sui rituali degli indigeni Hopi di Warburg e quelle dell’antropologo Ernesto De Martino, o la concezione architettonica di Louis Sullivan e l’organizzazione della biblioteca di Warburg sono un esempio di metodo applicato: quello che Warburg auspicava avvenisse per il tramite della sua organizzazione del sapere attraverso i libri e le immagini: nuove aperture, inaspettate connessioni. Infine, tutti i saggi che compongono questo libro, frutto di uno studio attento del vastissimo materiale d’archivio depositato al Warburg Institute di Londra tra diari, foglietti volanti, appunti, annotazioni e lettere, seguono l’oscillazione tra una massima concentrazione sul dettaglio, nel modo più puntuale possibile, e l’aspirazione a un’ estensione di senso che riverberi il particolare in un orizzonte più ampio e universale, fornendo un esempio plastico di quella ‘scienza senza nome’ che lo studioso Robert Klein riconobbe come precipua di Warburg, e che Davide Stimilli propone ora di chiamare filologia del futuro.

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