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Intervista a Caterina Venturini

Articolo: Intervista a Caterina Venturini, autrice di QUCHI. Quello che ho ingoiato (Feltrinelli 2022), Sette, 1° luglio 2022

Caterina Venturini: un posto fisso d’insegnamento in un liceo romano, due romanzi pubblicati e una sceneggiatura scritta per il regista Daniele Luchetti, poi più o meno di punto in bianco molla tutto e si trasferisce con il marito e un figlio neonato a Los Angeles dove, come lei dice nel suo romanzo QUCHI. Quello che ho ingoiato, diventa un’ombra. Non ha più un lavoro, una lingua, e forse nemmeno un’identità. Ci è voluto questo libro per ricostruirla?
Mi sono resa conto, una volta scritto questo terzo libro, che quello che da sempre mi interessa è cogliere i personaggi in momenti cruciali in cui – c’è proprio un’espressione idiomatica per questo – ‘diventiamo l’ombra di noi stessi’ ed è in quell’ombra che chi scrive può guardare attraverso, meglio che in un corpo sano e compatto. Credo inoltre che ogni romanzo sia il tentativo di ricostituire in una forma qualcosa che nella realtà si è rotto o è andato perso. E dunque sì, in questo libro si va a ricostruire l’identità di Carla, la mia alter ego, che arrivando in un nuovo Paese, come succede a molti migranti, è diventata un’ombra perché non è più in grado di dire se stessa in una lingua che non conosce. E sembra scomparire.

Ma nel libro, Carla Longhi, la sua alter ego più che scomparire sembra sdoppiarsi nel dialogo costante con la sua agente letteraria e con l’analista, un po’ come in un film di Woody Allen, cioè con lo stesso tipo di autoironia svelante. Tre voci per farne una?
Sì, la voce di Carla, come quella di ognuno di noi, è fatta in realtà di tante altre voci che si parlano tra loro, l’una sopra l’altra, si contraddicono addirittura dando vita a un soggetto che è la somma di tanti altri. La voce di Carla si impasta allora non solo con la voce della sua agente letteraria e della sua psicanalista, ma anche con quella dei suoi genitori, di suo marito, delle ex compagne di studi femministi: porta insomma inscritte nelle sue corde, le voci degli altri. È un soggetto fratturato, ammaccato dalla voce e da uno sguardo altrui che sposta continuamente il senso e il punto di vista in modo ironico, se non sarcastico. Inoltre, in questo dare la precedenza alla visione degli altri, ho voluto evidenziare quanto in questo momento storico più che nei precedenti, ci sia un’ossessione di piacere e compiacere.

Piacere agli altri o piacere a se stessi fino a includere un intervento di rinoplastica. Dove sta il confine?
Non c’è. Noi non sappiamo nulla della nostra faccia. Se siamo belli o no sono gli altri a deciderlo, coloro che ci guardano interminabilmente per tutto il tempo della nostra vita, e ce lo rimandano talmente tante volte con sguardi, battute, parole che il senso estetico di ognuno è completamente costruito dallo scambio con l’altro. Inoltre Carla non può fare a meno di notare che se l’estetica dei corpi è assai mutata nel corso dei secoli con corpi più o meno “estesi” che potevano rappresentare a seconda del periodo storico la bellezza o la bruttezza, il diktat sul naso – soprattutto per le donne costrette ad avere un profilo aggraziato – è rimasto invariato, neppure il Cristianesimo può vantare una simile expertise.

All’inizio del romanzo c’è una scena molto divertente e amarissima: la protagonista ingoia un bolo di briciole e saliva che una professoressa le sputa addosso mentre parla a un cocktail mondano. Cos’è esattamente quello che Carla ha ingoiato, il biscotto (avvelenato) del titolo QUCHI?
Carla, come tutti, ingoia la propria inadeguatezza, la mancanza di valore, il passato, il presente. La vita. Nel libro ho cercato sempre di mantenere un doppio binario, fin dal titolo. Da una parte c’è la frase drammatica “Quello che ho ingoiato”, dall’altra c’è QUCHI, la sigla-acronimo che la contiene e sdrammatizza. Viviamo in un’epoca in cui c’è un’esaltazione della vittima (tipo: io sono quello che ho ingoiato), dall’altra c’è una società sempre più spaccata e priva di dialogo in cui il problema di ognuno ha senso solo per la propria micro-comunità. Io ho cercato di entrare e uscire da questi steccati, riconsegnando alla protagonista una sua umanità singolare ma per niente speciale. Carla è un’inetta. Come solo lei sa essere. E come tutti.

Vergogna e inadeguatezza, educazione cattolica ed emancipazione femminista come agiscono nel romanzo?
La prima cosa che mi viene da dire è che educazione cattolica e emancipazione femminista agiscono spesso insieme, a volte prevalendo l’una, a volte l’altra. Esiste certamente un prima e un dopo nella vita di Carla Longhi che viene educata secondo i dettami della religione cattolica, la quale ha comunque ancora negli anni 80 un’apertura al sociale e all’inclusivo che le viene anche dagli appena trascorsi movimenti sessantottini. Dopodiché Carla trova la sua casa in un femminismo che la aiuta a decifrare e decostruire il mondo, a operare quel famoso taglio tra ciò che è biologico e ciò che è culturale.
La mia sfida di autrice è stata nel descrivere una donna che porta inscritto nel suo corpo tutto quello che è stato, tutto quello che, appunto, ha ingoiato, anche il cattolicesimo che torna nel bene e nel male come pretesa di andare sempre verso gli altri, il nostro “prossimo”, cercando di essere buoni. L’ingoio può essere allora inteso anche come risultato estremo del porgere l’altra guancia. L’incontro risolutivo di Carla diventa allora quello con la scrittura, l’unico mezzo che trova per restituire al mondo quello che ha ingoiato in una nuova forma.

Carla Longhi a volte appare in terza persona, altre dice io, e ogni tanto dialoga con l’autrice in un originale intreccio metaletterario, è un’inetta che, però, non rinuncia a capire. Come ha costruito questo personaggio che è l’opposto dell’eroina vincente?
Carla Longhi è il risultato di alcune mie grandi passioni letterarie. È come se l’avessi concepita con vari padri e madri: c’è il primo Novecento con l’inetto di Svevo e il doppio di Pirandello, c’è la Neoavanguardia di Pagliarani e della sua Ragazza Carla con un personaggio che è il linguaggio stesso, anzi l’insieme di linguaggi da cui è parlato, ma senza mai rinunciare a una ricerca di senso, che è tale solo in un contesto sociale e politico. Poi c’è una madre, la femminista Carla Lonzi cui rendo omaggio non solo con il nome della protagonista, ma facendo dialogare in questa le donne (e qualche uomo) della sua vita in una sorta di autocoscienza attraverso la voce delle altre. Carla riesce a parlare solo “parlata” da ciò che ha ingoiato e sperperato, è la figlia prodiga (di ceresiana memoria) che sogna sempre di tornare a casa ma è così impegnata ad accumulare esperienze che quel momento non arriva mai, è talmente impegnata a vivere che non può addirittura vincere.

Carla scopre il lato grottesco dell’editoria, quello ipocrita dell’università. Mentre disfa un percorso professionale e la proiezione di sé come brava bambina, cosa costruisce? Il romanzo stesso o la possibilità della scrittura? Sì, la scrittura è sempre un atto di disobbedienza. Chi scrive ricrea, rifà il reale, e dice la sua verità sul mondo, che quanto più consapevole della propria inevitabile parzialità (dovuta a condizioni di vita diverse) può valere qualcosa anche per gli altri. E le altre.

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