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Intervista a Chiara Alessi

Articolo: Intervista a Chiara Alessi – La lettura, 8 giugno 2025

Autrice di libri dedicati all’intreccio fra cultura materiale e design – per citare i più fortunati Dopo gli anni zero. Il nuovo design italiano (Laterza 2024) Design senza designer (2016 Laterza) Lo stato delle cose (Longanesi 2022) e di numerosi podcast, Chiara Alessi cura per Electa la collana “Oilà” dedicata a figure di donne importanti per la storia del Novecento. 

Come nasce questo progetto e quale spirito lo guida?

Electa aveva la necessità di arrivare in libreria con una collana economica con un formato maneggevole che però mantenesse la cifra costitutiva della casa editrice: un design riconoscibile e contenuti curati. Quando mi è stato affidato questo progetto sono partita dall’idea che ci fosse in ambito culturale una rimozione di genere. Dove erano finite le donne architette, progettiste, attiviste, pensatrici e artiste del Novecento? Volevo fare dell’archeologia per raccontare l’altra metà del cielo, proseguire quindi idealmente il lavoro iniziato da Lea Vergine con la storica mostra del 1980, che trattava il periodo 1910-1940. Allo stesso tempo li ho concepiti come racconti parlanti, come se fossero ingressi, stimoli per approfondire.

– La serie di queste brevi biografie ‘antieroiche’ di donne e professioniste del secolo scorso si propone l’obiettivo di liberare le protagoniste sia dal ruolo di regine che da quello di vittime, come ha deciso le figure femminili alle quali dedicare una biografia? 

Il punto di partenza potrebbe essere il saggio di Linda Nochlin, Perché non ci sono state grandi artiste? Originariamente pubblicato nel 1971, questo libro metteva in luce come le circostanze materiali, a partire dall’impossibilità di accedere alle accademie d’arte, abbiano da sempre penalizzato le donne, le poche che sono riuscite ad affermarsi nell’eccezionalità del loro percorso (spesso erano figlie d’arte) hanno rinforzato, malgrado loro, un sistema di pensiero maschilista che magnifica il genio individuale cui tutto è concesso: sregolatezza, intemperanza, depressione, violenza. In questo sistema le donne hanno occupato quasi solo il posto di muse o principesse passive. Ma se guardiamo al Novecento, ad esempio, ci rendiamo conto che molti progetti di design non sono il frutto di una sola persona, bensì di un lavoro di squadra che non viene mai ricordato, proprio perché siamo vittime dello stereotipo del genio individuale. Se si considera la storia delle donne, non solo le artiste, ci si accorge invece di come non abbiano avuto questo alibi. Nelle loro biografie è pertanto meglio visibile l’intreccio che tutte le nostre vite hanno: gli incontri, le contraddizioni, il peso positivo o negativo della comunità che le circondava, gli errori e la straordinaria forza di lottare contro gli ostacoli.

– Come ha deciso le autrici o gli autori destinati ad occuparsene?

Molte di queste biografie nascono dal dialogo con autrici e autori coinvolti. In alcuni casi autrici e autori si sono autoproposti. Non volevo biografie modellate su generi prevedibili come: le pioniere, le dive, le eroine etc…Intendevo sottrarle a quel canone di eccezionalità che è connaturato proprio a una visione solo maschile. Nello stesso tempo l’obiettivo era anche quello di restituire là dove fosse possibile una voce propria a queste donne. Il caso esemplare è quello della biografia di Francesca Alinovi, sulla quale Giulia Cavaliere ha lavorato per esplorarne l’intensa attività culturale, i legami intellettuali, il lascito critico, troppo spesso oscurati dalla morte oscura e dal fatto di cronaca nera cui è stata ridotta. Credo che oggi non si possa più prescindere da una prospettiva di genere nel ricostruire qualsiasi storia, tuttavia confesso un certo disagio nei confronti delle operazioni di cosiddetta verniciatura femminista del passato. La consapevolezza dei ruoli di forza che nel genere hanno avuto, e hanno ancora, tanto peso deve servirci proprio a pensare a un sistema alternativo, non a forzature ideologiche.

In che rapporto vede donne e design? Donne e oggetti?

Le donne, come sostengono gli antropologi, hanno da sempre creato oggetti, ma in maniera minima gliene viene riconosciuta l’invenzione. Sia perché fino alla fine dell’800 in America e in Europa le donne non potevano depositare brevetti a nome proprio, nonostante non si contino i progetti di ogni tipo a loro attribuibili, sia perché spesso queste invenzioni appartenevano a una dimensione collettiva: oggetti che nascevano o si modificavano grazie all’uso, grazie ad apporti plurimi che sfuggivano alla logica di capitalizzazione del brevetto. In un certo senso, le donne hanno inventato l’open source design prima ancora che ne fosse coniata la definizione. Ora Sto lavorando insieme a Giulia Siviero e Marie Moïse a un progetto di mostra che potrei sintetizzare così: quale è stata la cassetta degli attrezzi dei movimenti femministi, dal cassetto della cucina ai movimenti in piazza; studiando gli oggetti per temi come l’autocura, la difesa, il piacere. Potrei fare l’esempio del test di gravidanza, il cui principio era già noto agli Egizi, ma che nella forma che conosciamo oggi venne messo a punto dalla graphic designer Margaret Crane nel 1969, garantendo a milioni di donne di potere verificare il proprio stato in maniera autonoma e privata. Oppure lo speculum: ne esistono prototipi al museo archeologico di Napoli, nell’antichità veniva usato per facilitare cure a base di unguenti ed erbe. In epoca moderna, specie nell’Ottocento, veniva usato solo con le prostitute per ispezionarne i genitali, e per questo chiamato lo stupro d’acciaio. È solo a partire dagli anni ’70 del Novecento che le donne, grazie all’attivismo dell’americana Carol Downer si riappropriano di questo strumento che diventa un mezzo di autodiagnosi. Le progettiste di Frog Design oggi hanno poi proposto un modello non più in plastica o acciaio, ma in silicone, più simile a uno strumento di piacere che di ispezione. Sul tema della protesta potrei citare i punti di ricamo delle donne berbere inventati per comunicare senza essere scoperte; in generale tutta la storia del tessile è una storia di donne collettiva e spesso clandestina.

– Cosa intende per storia collettiva? 

Penso sempre alla poesia di Bertold Brecht, Domande di un lettore operaio, in cui il poeta si chiede se la storia si stata fatta solo dai grandi nomi, quasi tutti maschili, che ci sono stati consegnati come campioni di eccezionalità o invece abbiano contato in eguale misura, e forse di più, le migliaia e migliaia di persone che hanno lavorato anonime per i vari Alessandro Magno, Napoleone etc… Quanto alla storia delle donne: mi sembra che manchi completamente dall’orizzonte dell’insegnamento scolastico e della percezione collettiva. Ma come si fa a non dare rilevanza a un fatto epocale come la conquista del voto da parte delle donne, o alla loro determinante partecipazione alla resistenza durante la seconda guerra mondiale, o alla lotta per i diritti civili negli anni ‘70? Studiarle e ricordarlo ci fa capire tra l’altro quanto siano acquisizione recenti e fragili, mai al riparo dal pericolo di venir di nuovo oscurate.

Un fil rouge che collega le biografie della collana Oilà mi sembra essere la non conformità delle vite di queste donne rispetto alle aspettative sociali e familiari, rispetto a un certo tipo di carriera, e la capacità da parte loro mettere a frutto proprio lo scarto: penso a Lisetta Carmi, pianista, fotografa e poi guru di un ashram, a Rossana Rossanda borghesissima e convinta comunista, giornalista e scrittrice, a Florine Stettheimer aristocratica e pittrice a suo modo anticipatrice del queer negli Stati Uniti. Come si lavora sullo scarto, sulla non conformità?

Ho sempre provato una specie di rigetto rispetto all’idea che qualcuno decida che forma deve avere una donna. Non esiste una modalità in cui essere donna. La visione integrata del femminile è figlia di un sistema fortemente binario, in cui non è prevista l’ambiguità e la contraddizione. Ma la realtà che ciascuna di noi sperimenta è diversa dalla norma ideale, siamo piene di irrisolutezze e scarti. La società tende sempre a eliminare tutti gli aspetti che non tornano, a conformarli a un’ideale, perché così si rende gestibile la realtà. Vogliamo una buona vittima, il buon oppresso, una vincitrice senza macchie. Invece è proprio quando di mostra lo scarto rispetto alla norma che emerge un po’ di verità.

– Ma questo vale non solo per le donne, vero?

Sì, infatti, vale per superare tutte le categorie discriminatorie con le quali ad esempio si è sempre progettato; è il tema del libro cui sto lavorando e che uscirà a gennaio 2026 per Laterza. L’intersezionalità, ovvero la consapevolezza dei pregiudizi di razza, di censo, di genere, di abilità fisica che fanno sì che l’uomo medio bianco si diventato il modello per qualsiasi progetto e che ci fanno concepire i prodotti dell’architettura o del design che si sono affermati come migliori, in base a una supposta selezione darwiniana. Se ne studiamo la storia vediamo che non è così e che l’accesso alla progettazione è ristretto in partenza. Rispetto al dibattito novecentesco tra forma e funzione, io credo che oggi dalla domanda “per chi stiamo progettando?” si debba passare a “con chi stiamo progettando?” Ovvero le persone che faranno uso di oggetti e spazi devono poter portare la loro voce dentro il progetto, in base ai loro bisogni e alla loro esperienza, al loro vissuto. Progettare per non essere progettati e progettate.

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