Articolo: Intervista a Sara Fanelli – La lettura, 20 aprile 2026
Sara Fanelli, fiorentina di nascita, dopo il liceo classico ha studiato al Royal College of Art di Londra dove si è diplomata nel 1995 e da allora ha sempre lavorato come illustratrice per musei, riviste, progetti editoriali, e come autrice di libri per bambini e adulti ricevendo molti riconoscimenti fra cui, per due volte, il Victoria and Albert Museum Illustration Award. Nel 2006 è stata la prima donna illustratrice a diventare membro onorario della prestigiosa istituzione Royal Design for Industry.
Sara Fanelli disegna e racconta con un tratto elegante e arguto che ricorda, anche per l’intreccio fra calligrafia, caratteri tipografici e immagine, Saul Steinberg. Le sue pagine sono sempre dei multistrato di figure e di senso, per rendersene conto basta sfogliare la versione di Pinocchio da lei disegnata nel 2009, con la nuova traduzione in inglese di Emma Rose. Su Pinocchio ha anche pubblicato un saggio in forma di iconotesto, apparso nel Moma Magazine (https://www.moma.org/magazine/articles/817) nel numero che accompagnava la mostra del regista Guillermo del Toro, Crafting Pinocchio, tenutasi al Moma fra il 2022 e il 2023 in occasione dell’uscita del film d’azione dedicato al celebre burattino di legno.
Sometimes I think sometimes I am, un libro di citazioni corredate da immagini realizzato per la Tate Gallery, ci offre la possibilità di osservare come Fanelli lavori a partire dal testo. Dear Diary racconta invece un giorno di scuola dal punto di vista di una ragazzina ma anche di una coccinella, di un paio di posate, di una sedia, ed è un bell’esempio del mondo animato che popola il suo immaginario. Quando si tratta poi di oggetti disegnati per i musei si avverte la gioia di reinventare e rifunzionalizzare dettagli dell’immenso patrimonio visivo offerto dalla storia dell’arte.
- Immagine e testo sono strettamente intrecciate nel suo lavoro. Cos’è per lei l’illustrazione?
Le immagini che mi interessano sono commenti visivi personali a delle idee contenute nel testo. Quindi raramente costituiscono la mera descrizione visiva di quello che il testo già enuncia in parole, e che è bene lasciare all’immaginazione singolare di ciascun lettore, piuttosto sono un’equivalenza visiva delle idee suggerite dal testo.
- E come motiva la predilezione per la tecnica del collage?
In generale, trovo immagini create con un unico linguaggio uniforme meno interessanti. Col collage si fanno incontrare pezzetti da tante realtà diverse, ciascuno con la propria storia e le proprie connotazioni. Questo mi permette anche di inserire trame secondarie che non influiscono sulla lettura primaria dell’immagine, ma che aggiungono qualcosa per chi le scopre. Spesso la carta che uso è vecchia e ha una patina che suggerisce già di per sé un altro mondo e di conseguenza una storia. Possono essere vecchi diari o quaderni trovati in mercatini delle pulci, o carte di caramelle oppure disegni sulle lettere che mi inviava mia nonna. Altre volte carte con una provenienza specifica, giapponesi, cinesi, russe. Quando non trovo la carta giusta, la creo io, dipingendola.
- Nell’iconotesto realizzato per il Moma Magazine su Pinocchio, il David di Michelangelo è avvicinato al burattino di legno: dopo tutto nascono entrambi per via di levare materia – marmo o legno che sia – fino ad arrivare ai tronchi scorticati di Giuseppe Penone. È possibile stimolare la riflessione critica sull’arte a partire da un racconto per immagini?
Mi interessa soprattutto suggerire l’idea di poter connettere momenti dell’arte anche lontani fra loro sia nel tempo che nello spazio piuttosto che dare una versione definitiva. Penso al mio lavoro come a un esempio, a uno stimolo: così è come io metto insieme queste opere. Voi cosa, e come, mettereste insieme? Suggerire l’idea di varie storie dell’arte, con la curiosità di ascoltare quelle degli altri, sempre diverse.
- Nei suoi libri spesso gli oggetti inanimati prendono voce e vita, e anche la scrittura ha tratti che la riportano alla sua origine di segno corporeo, e non solo convenzione grafica. Da dove nasce e come si sviluppa questo immaginario?
Sì, gli oggetti hanno un’anima e una vita, un loro carattere. Una sedia vecchia racconta una storia così diversa da una sedia moderna e nuova, un cucchiaio può avere altezzosità o essere umile. Ho utilizzato proprio questi oggetti nel libro Dear Diary e immaginato la calligrafia che tali personaggi avrebbero potuto utilizzare nelle loro pagine di diario. Forse è un misto di animismo e immaginario d’infanzia. In generale mi attrae il surrealismo, non tanto e non solo come movimento artistico, ma il surreale nella realtà.
- Quali sono i modelli di grafica a cui si ispira?
Mi interessa molto la storia della grafica. Le influenze più significative da questo punto di vista sono i movimenti Dada e il Costruttivismo russo, anche la grafica futurista, e poi l’uso della calligrafia nella grafica polacca degli anni ’70 e ’80, specialmente Henryk Tomaszewski.
- Nei lavori realizzati per il merchandise dei Bookshop di numerosi musei internazionali come è riuscita a far incontrare le esigenze commerciali con quelle della sua ricerca artistica?
Nelle commissioni parto dalla mia ricerca personale che poi applico al progetto. Nel caso della Tate Gallery ho pubblicato per loro Sometimes I think sometimes I am, un libro di immagini creato come commento a citazioni scelte dalla letteratura di vari paesi ed epoche e il merchandising si collegava a queste immagini. Per esempio, per il bicchiere prodotto in vetro smaltato, ho creato un’immagine dalla citazione contenuta nel libro “ The person you love is 72.8% water”.
- A quale progetto sta lavorando in questo momento?
Negli ultimi anni ho avuto l’occasione di collaborare con architetti disegnando immagini su scala e materiali diversi, questo mi piace moltissimo. Sto anche preparando un nuovo libro con immagini e pensieri.
Tramite la preziosa libreria fiorentina Todo Modo, uno dei rarissimi luoghi contemporanei di vera cultura rimasti per i fiorentini in una città vendutasi completamente al turismo, ho iniziato una collaborazione con Electa per le loro librerie presso musei. è un progetto che unisce la mia passione per la storia dell’arte e per i musei con la ricerca di un linguaggio che sia contemporaneo. L’idea era quella di lavorare su immagini ispirate alle collezioni dei musei dal punto di vista del verde e della natura e di utilizzare coerentemente materiali ecosostenibili e riciclati.
I primi frutti di questa collaborazione usciranno proprio in questi giorni di primavera: per gli Uffizi ho scelto alcune delle numerose specie di fiori dalla cosiddetta Primavera di Botticelli, e le ho ridipinte su una vecchia carta di contabilità, in riferimento ai libri contabili dai mercanti medievali e rinascimentali fiorentini che erano all’avanguardia in questo campo, e ciò spiega anche la ricchezza dei Medici, committenti del quadro. Nel quaderno che abbiamo prodotto, sulle bandelle, ci sono anche brevi citazioni sulla primavera e sul vento Zefiro, da Petrarca e da Lorenzo il Magnifico. Cerco di fare apprezzare le opere aggiungendo qualche informazione e punto di vista, sperando di offrire più di una semplice riproduzione dell’opera.
Le linee che disegnato comprendono tanti oggetti: da quaderni a vassoi, da bottiglie in vetro ad album da disegno, da tovaglie a ventagli. Oltre alla linea Primavera, c’è una linea ispirata alle grottesche, ritrovabili in palazzi e opere di quasi ogni tempo in tutta Italia; una terza linea dedicata al motivo dei racemi o viticci, anche questo ricorrente attraverso i secoli nella storia dell’arte e dell’architettura, poi una linea che celebra gli xenia della civiltà classica di cui molti esempi si trovano al MANN di Napoli e a Pompei. Questa linea è ispirata ai dipinti parietali greci e romani dei doni di alimenti inviati agli ospiti nelle stanze messe loro a disposizione dal signore della casa – pollame, uova, verdura, frutta e altri prodotti della campagna. Infine, ci sarà una quinta linea più grafica/calligrafica, con citazioni da artisti di vari tempi sull’ispirazione dalla natura.
- Il movimento Arts&Crafts nato in Inghilterra alla fine dell’Ottocento rispondeva al crescente bisogno di allargare la ricercatezza dell’artigianato alla produzione industriale. Quale è la prospettiva oggi nell’era del digitale e dell’intelligenza artificiale?
I miei lavori esistono quasi tutti nella realtà tangibile, sono collage di carta e dipinti a tempera. Non utilizzo quasi il computer per la creazione dell’immagine vera e propria. I movimenti Arts&Crafts e Bauhaus hanno affrontato la questione dell’artigianato e del design all’interno della produzione e della riproduzione industriale, ma partivano comunque necessariamente dal disegno di una persona. Anche quando questa arrivava all’immagine tramite molte influenze precedenti, la filtrava tramite la propria storia individuale.
Sono aperta alla possibilità di essere sorpresa, pur non avendo ancora visto risultati che mi interessino con l’intelligenza artificiale. Per ora preferisco vedere immagini che sono il risultato di un viaggio di una vera persona alla ricerca di come dire qualcosa che vuole dire, con le sue meraviglie ma anche con gli sbagli, con i momenti irrisolti.

