Recensione a: Maggie Nelson, Le parti rosse. Autobiografia di un processo, Nottetempo 2026 – La lettura, 1 febbraio 2026
Dopo Bluets e Pathemata. Storia della mia bocca, esce per Nottetempo con la traduzione di Alessandra Castellazzi, Le parti rosse. Autobiografia di un processo il libro che ha reso celebre negli Stati Uniti Maggie Nelson, poeta e saggista nata a San Francisco nel 1973. La prima pubblicazione era avvenuta nel 2007 con un titolo leggermente diverso, Le parti rosse era infatti seguito da memoir, definizione che l’autrice ha sempre trovato riduttiva e che nell’edizione del 2015 è stata cambiata con l’attuale ripresa nella versione italiana. Vale la pena soffermarsi su questo dettaglio perché ci porta dritto alla questione del tipo di scrittura praticata da Maggie Nelson: ibrida, volutamente destrutturata sia rispetto ai cosiddetti generi, sia rispetto allo stile che mescola istanze liriche a brani riflessivi, pagine di cronaca e lacerti diaristici di grande introspezione.
Nel 2004 alla vigilia della pubblicazione di Jane: a murder, una raccolta poetica frammista a pagine di diario della zia, Jane Mixer, uccisa a ventitré anni nel 1969 da due colpi di pistola, poi strangolata e portata dentro un cimitero, Maggie Nelson riceve una telefonata della madre che le comunica la riapertura del caso, mai risolto.
Le parti rosse nasce dunque come continuazione di Jane: a murder, proprio mentre l’autrice era impegnata con la propria famiglia – il nonno ultranovantenne, la madre e la sorella – a partecipare al processo contro Gary Leitermanritenuto responsabile e poi condannato come assassino di Jane Mixer. La prova schiacciante si rivela la corrispondenza fra il DNA di Leiterman, infermiere in pensione condannato per un piccolo furto di oppioidi dall’ospedale in cui lavorava, e le tracce lasciate sul corpo e gli abiti di Jane Mixer trentasei anni prima.
Nelson senza rinunciare alla volontà di conoscere, o immaginare, i dettagli della morte di quella zia mai incontrata eppure così presente nella vita della sua famiglia, rifugge dal true crime che involontariamente le si offre, con la riapertura del processo e le lunghe interviste a programmi televisivi che si occupano del caso. Imbastisce invece una narrazione che indaga l’ombra lunga che il lutto per questa morte violenta e inspiegabile ha generato nei vari componenti della famiglia, a partire dalla reazione che ciascuno di loro manifesta davanti alla rivisitazione di quel dolore nelle aule di un tribunale. Con grande onestà e asciuttezza Nelson descrive la propria ossessione conoscitiva, interrogandosi se anche quella non sia la medesima forma di voyeurismo che è parte attiva della mente criminale di chi compie omicidi, specie seriali e, a un diverso grado, pervade anche i milioni di spettatori che seguono i casi di omicidio sui giornali o in televisione. È lei a farsi carico di visionare le immagini del cadavere di Jane che vengono proiettate durante il processo per indicare ai propri familiari se possono reggere quella vista o meno, ed è lei a sviluppare un rapporto di grande confidenza, alla fine di amicizia, con il detective che ha riaperto il caso della zia assassinata. Ma tanta responsabilità corrisponde ad altrettanto senso di colpa di cui Nelson ricostruisce l’origine e le diramazioni all’interno della famiglia: il divorzio traumatico dei suoi genitori, la morte prematura del padre quando lei era appena adolescente, la dipendenza da droghe della sorella e il suo accidentato processo di guarigione.
Nelson è consapevole che né la condanna di Leiterman, né la sua ricostruzione letteraria del caso potranno cambiare qualcosa per Jane Mixer bensì, come ripete più volte, il senso è la ricerca dei vivi, di chi è sopravvissuto.
Tuttavia il processo a Leiterman mostra come la banalità del male possa riversarsi nella vita di chiunque, perché l’ex-infermiere e Jane Mixer non ebbero nessun contatto prima di quella sera di aprile in cui lui le diede un passaggio in auto e poi la uccise. Inoltre è destinato a rimanere un momento opaco; come dice il nonno dell’autrice e padre dell’assassinata: preferirei che Leiterman ammettesse di averla uccisa, alla sua condanna in tribunale. Ma Leiterman, che pure verrà condannato, continuerà fino alla fine a dichiararsi innocente. E la verità fattuale, sembra dirci Nelson, ha un valore relativo rispetto a quella emotiva, rispetto all’intenzionalità dell’omicida destinata a rimanere un mistero. Altrettanto insondabili rimarranno i pensieri e le emozioni di Jane nei momenti prima di essere uccisa. Perché allora – si domanda l’autrice – ostinarsi a voler dare una forma letteraria a quanto accaduto? Forse perché “ci raccontiamo storie per vivere” secondo il motto di Joan Didion che la madre di Nelson le affida, e che l’autrice affigge a un muro annotando: “Ma più guardavo il bigliettino, più mi turbava. Le mie poesie non raccontavano storie. Ero diventata una poeta in parte perché non volevo raccontare storie. Per quanto ne sapevo, le storie ci aiutano sì a vivere, ma ci intrappolano, ci causano un dolore spettacolare. Scalpitando per trovare un senso nell’insensatezza finiscono per distorcere, codificare, incolpare, ingigantire, restringere, omettere, tradire, mitizzare, e chi più ne ha più ne metta. Mi è sempre sembrato un motivo di lamento, non di celebrazione. Non appena uno scrittore inizia a parlare del “bisogno umano per le narrazioni” o del “potere arcaico del racconto” voglio scappare fuori dall’auditorium. Oppure mi sale il sangue al cervello e inizio a ribollire”. Altrove Nelson è ancora più caustica: non c’è riparazione a certi traumi, può solo esserci accettazione. Di conseguenza la scrittura – un’altra forma di controllo, di estraneamento, di alterità, dice l’autrice – non dovrà perseguire la forma compiuta di una trama che si dispiega o di un finale che ci consola, piuttosto muoversi sul filo della consapevolezza che “alcune cose vale la pena raccontarle semplicemente perché sono accadute.” E ciò che accade ha sempre a che fare con l’ingiustizia, col caso, con le parti oscure che muovono l’umanità, perché Nelson assistendo al processo non solo ha modo di riflettere sulla totale irrazionalità dell’accaduto, ma anche sulla violenza che serpeggia in ciascuno di noi, sul privilegio sociale che fa sì che l’omicidio di una donna bianca catalizzi l’attenzione e un posto in prima serata tv, mentre a quello di una nera venga concesso assai meno spazio. Le parti rosse, sono dunque quelle organiche del corpo umano in cui il sangue pare rivelarsi, ma anche le parti del Vangelo in cui Gesù parla in prima persona, come nella epigrafe che apre il volume, tratta dal Vangelo di Luca: “Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto”. Immaginiamo sia per Nelson un auspicio, una promessa da compiersi a dispetto dell’opacità della vita e della scrittura stessa.

