Articolo: Marylin Monroe, una nuvola – La lettura, 30 maggio 2026
Il volto di Marylin Monroe insieme a quello della Gioconda di Leonardo è in assoluto l’icona femminile più nota e riprodotta al mondo. A dispetto dei tanti critici e detrattori che in lei vedevano una delle tante pin-up, incarnazione e feticcio del desiderio maschile che presto sarebbe stata dimenticata e sostituita da un’altra, l’immagine di Marylin, visiva e letteraria, è cresciuta di giorno in giorno assurgendo al cielo del mito. Marylin è ovunque, dal più triviale merchandising ai versi taglienti di Anne Carson che nel 2019 le ha dedicato la pièce teatrale Norma Jean Baker of Troy, facendone una novella e moderna Elena.
Il mito fu peraltro costruito e vissuto da Marylin in un arco brevissimo: dal 1949, quando posa per il calendario Miss Golden Dreams e recita in Giungla d’asfalto di John Huston, che uscirà l’anno dopo, alla notte fra il 4 e 5 agosto 1962, in cui viene trovata morta per overdose da barbiturici. Tredici anni in cui la ragazzina registrata all’anagrafe, il 1 giugno 1926, come Norma Jean Mortensen Baker – nessuno dei due cognomi corrispondeva a quello del padre – cresciuta tra famiglie affidatarie e orfanotrofio, mentre la madre era ricoverata in clinica psichiatrica, si fa strada nel mondo feroce di Hollywood e ne diventa la stella più luminosa. Gli elementi per mettere in funzione una macchina mitopoietica c’erano tutti: bellezza incantevole e radiosa, natali oscuri – come nel più assodato archetipo dei predestinati – vita sentimentale burrascosa e infelice, intelligente e spiritosa, dotata di un talento versatile e di una vena comica, stroncata da una fine tragica.
A ben guardare, però, la leggenda avrebbe potuto essere corrosa. Solo due anni dopo la sua morte, l’ultimo marito Arthur Miller portò in scena con il dramma, Dopo la caduta, la loro vicenda amorosa, accanendosi con cinismo su Maggie-Marylin, grottescamente deformata in un’attrice ingenua e narcisista. Mille congetture, più o meno infanganti, sono state fatte sulla sua fine, sui possibili legami con la scena politica dominata dai fratelli Kennedy, John Fitzgerald e Robert coi quali ebbe relazioni (quale delirio legarsi ai due uomini più potenti del momento); sono emerse le violenze che subì da bambina e da adulta, i numerosi aborti spontanei e procurati. La scrittrice Joyce Carol Oates ha trasformato la divaricazione fra l’idolo dello schermo e il vissuto drammatico in più di mille pagine di una biografia romanzata, Blonde (2000), che è anche uno squarcio potente di storia americana. Una quindicina di anni fa Anna Strasberg, ultima moglie Lee Strasberg che fu maestro di recitazione di Marylin all’Actors Studio di New York, fece pubblicare i diari, le lettere, le poesie, e gli appunti inediti dell’attrice e ne venne fuori una donna introspettiva, con una grande capacità di autoanalisi, ossessionata dalle proprie paure e dai propri limiti, ma anche determinata a superarli. Un temperamento lirico e al tempo stesso molto presente a sé.
Tutti questi elementi non solo non hanno confuso la sua immagine, ma si sono integrati come se il nostro inconscio ottico li avesse sempre saputi o sospettati, come se il suo corpo, il suo sguardo li avessero contenuti fin dall’inizio.
Nel 1949 André de Dienes, il fotografo che l’aveva già ripresa a diciannove anni, in scatti gioiosi e baciati dal sole californiano, la immortala sulla spiaggia di Long Island. Lui le dice di guardare le nuvole, lei risponde: “Vuoi che diventi una nuvola? E allora fotografala”. È questa disponibilità, questo suo offrirsi in una pienezza fisica ed emotiva che la rende molto di più di un sex symbol. Marylin è il corpo a cui viene data voce, perché lei ne ha piena consapevolezza: “My body is my body, every part of it”, leggiamo nei suoi diari, e ancora: “Non mi lascerò spaventare o prendere dalla vergogna dei miei genitali svelati, conosciuti e visti e allora? … Provo sensazioni – sensazioni con una forte carica sessuale sin da quando ero bambina”.
Guardiamo allora le immagini che l’hanno resa un’icona, ad esempio quelle scattate da Sam Shaw per il film Quando la moglie è in vacanza (1955) di Billy Wilder, che come sappiamo non coincidono esattamente con la sequenza poi montata dal regista. Marylin, ferma su una grata della metropolitana, vede sollevarsi col vento l’abito plissettato bianco, cerca di trattenerlo sulle gambe scoperte, ma tutta la sua figura sembra lievitare. È una nuvola bianca, di nuovo. Aby Warburg avrebbe colto qui la reincarnazione di una ninfa antica svelata dalla brezza, come la Venere o la Primavera di Botticelli. Il suo corpo esprime la sensualità della vita che si rigenera e si espande. Come già nel calendario in cui aveva posato nuda, e nella celebre foto scattata da Cecil Beaton nel 1956, la sua preferita, Marylin fa un uso studiato di sé: gesto e posa recano l’impronta di secoli di tradizione iconografica del corpo femminile desiderato e idealizzato, al tempo stesso la sua mobilità espressiva, il volto che ha conservato la disarmante dolcezza dell’infanzia ci inducono a percepire la soglia sottile fra ciò che si mostra aderendo a un ideale, diventando l’ideale, e ciò che ci cela, fra l’essere e il rappresentarsi. Portare sentimenti ed emozioni a livello dell’epidermide, annota ripetutamente nei suoi diari.
Eva Arnold che realizzò le foto sul set de Gli spostati (1960) di Huston, ultimo film di Marylin, disse che: “aveva una pelle traslucida, bianca, luminosa. Lungo i contorni del viso, nelle riprese in primo piano, traspariva un che di evanescente: era una leggera peluria che catturava la luce e le formava intorno come un’aureola conferendole una languida luminescenza e accentuandone il fascino.”
Nella modernità le dive hanno preso il posto di divinità e sante, assumendone la postura: bocca e occhi semiaperti in un’estasi circonfusa di luce. Ma Marylin conosceva anche benissimo l’insidia insita nel coincidere con la propria immagine, ce ne dà testimonianza la battuta risalente al 1959 e riportata da Donald Spoto nella sua biografia: “I guess I am a fantasy”, dove fantasy è tanto fantasticheria quanto illusione, fantasma. E il sogno terribile che Marylin riferisce nel diario del 1955: Lee Strasberg e Margaret Hohenberg, la psichiatra che l’aveva in cura a New York, la mettono su un tavolo operatorio “mi aprono e non trovano assolutamente nulla. Strasberg pensava di trovare così tanto – più di quanto avesse mai sognato di trovare in una persona e invece non c’era assolutamente nulla – priva di alcunché di umano, vivo e senziente – è uscita soltanto segatura, così sottile come da una bambola di pezza”. Essere un involucro vuoto, peggio pieno di segatura: il suo incubo. A controbilanciare le infinite immagini che celebrano la sessualità disinibita di Marylin, ce ne sono altrettante che la riprendono concentrata mentre legge. Come ha notato Daniela Brogi (https://www.leparoleelecose.it/marilyn-reading/) di nessuna altra star hollywoodiana abbiamo così tante fotografie intente alla lettura, così tanti libri in primo piano, e si potrebbe aggiungere che pure questo, a partire dalla Vergine annunciata che tiene in mano il Vangelo, è un topos iconografico di lunghissima durata con cui alle donne è stato concesso lo spazio di un’anima e di una mente pensante. Nella proiezione divistica in cui viveva, erano due campi pressoché inconciliabili. Come argomenta Riccardo Donati nel bel saggio Il vampiro, la diva, il clown. Incarnazioni poetiche di spettri cinematografici (Quodlibet 2022) è proprio su questo iato, tra glorificazione di un corpo e sua mercificazione, che si gioca l’interesse di tanti poeti moderni e contemporanei: Mario Luzi, Pierpaolo Pasolini, Edoardo Sanguineti, Dario Bellezza, Valerio Magrelli.
Secondo una versione collaterale della saga antica, a Troia non giunse mai la vera Elena, ma una nuvola col suo sembiante. Anne Carson coglie nel segno: Marylin, come Elena, è il rilancio infinito del desiderio per un corpo che non si potrà mai possedere e perimetrare, che forse altro non era che una nuvola o, con le parole di Marylin, a fantasy.

