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Mattia Grigolo, “Temevo dicessi l’amore”

Recensione al libro: Mattia Grigolo, Temevo dicessi l’amore, Terrarossa 2023

C’è molto di promettente nella scrittura di Mattia Grigolo, cresciuto nella provincia milanese e ora residente a Berlino dove ha fondato l’hub creativo “Le balene possono volare”, laboratorio dedicato alle arti e alla narrazione letteraria.

Temevo dicessi l’amore, antologia di racconti da poco uscita con Terrarossa, segue a distanza di un anno il romanzo d’esordio La raggia (Pidgin 2022) e conferma un autore alle prese con una buona dose di sperimentazione formale che asseconda un immaginario interessante perché ibridato – tanto nel genere, quanto nella specie – con slittamenti di punto di vista che rompono convenzioni e prevedibilità delle storie.

La raggia frammentava in brani di diario il racconto di un ragazzo che vive in una baracca nel bosco intrattenendo con una volpe un rapporto in cui si riflette il trauma familiare di cui è vittima e la colpa di cui si è reso responsabile a sua volta. L’andamento rapsodico delle pagine di un quaderno privato emulavano la disgregazione psichica di un soggetto emarginato, di volta in volta annichilito o animato dalla rabbia di chi ha subito soprusi.

Temevo dicessi l’amore esibisce lo stesso procedimento di frammentazione dell’io e del vissuto distribuendo in quattordici racconti in sé conclusi le vicende di un unico personaggio femminile di nome Ofelia. Fedele al nome che richiama l’eroina shakespeariana dell’Amleto, Ofelia è portatrice di una buona quota di dimestichezza con la morte e con la follia. La vediamo in diverse fasi della sua vita ritratta soprattutto attraverso i dialoghi con altri personaggi che sono compagni di percorso e in alcuni casi improbabili alter ego, come il gatto chiamato Buco nero o il cane bianco Nerone; racconto dopo racconto accediamo a spezzoni dell’esistenza di un personaggio che rimane, tuttavia, sempre sfuggente: una ragazzina dall’incerta sessualità, lesbica, bisessuale, ma siamo proprio sicuri che sia una ragazza e non un ragazzo? Segnata dalla morte di una neonata di cui è rimasta incinta giovanissima, e forse incapace di elaborare questo lutto; sorella maggiore inaffidabile e morbosamente legata a Marie, la minore; compagna evanescente di un ragazzo di cui non si fa mai il nome, revenant che getta un ponte fra spazi temporali diversi nel racconto che chiude la raccolta. Ofelia è un filo d’Arianna tanto labile quanto tenace perché l’autore non le affida nessuna richiesta di coerenza psicologica in termini realistici, ma la fa diventare il magnete intorno al quale gravitano domande ossessive che trovano risposta (forse) negli interstizi della quotidianità. Ne dà un esempio il dialogo fra la madre e la figlia Marie, sorella di Ofelia:

“Perché hai detto meno male” le chiedo.

“Cosa?”

“Prima, quando ti ho detto che i pappagallini inseparabili non sono veramente inseparabili, hai risposto meno male. Perché?”

“Perché ogni essere vivente è destinato alla separazione”.

Talvolta Mattia Grigolo, immergendo i suoi personaggi in situazioni tanto comuni quanto sempre lievemente oniriche nella percezione che ci viene restituita, riesce a ottenere effetti di comicità come nel dialogo che dà il titolo alla raccolta:

“Sai cos’è veramente immortale?”

“Cosa?”

“La morte”

“Temevo dicessi l’amore”.

In effetti a legare i quattordici racconti è una riflessione sull’assenza, sul venir meno, sulla separazione. E poiché qualsiasi riflessione sulle cose ultime rischia sempre di virare all’astratto o al moralismo, Grigolo lavora per rarefazione entrando e uscendo dalla testa dei suoi personaggi, scoprendo per poco ferite e traumi per poi diluirli nel fluire del quotidiano, come facciamo tutti, sopravvivendo ogni giorno a noi stessi e ai nostri incidenti.

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