Salta al contenuto

Michela Panichi, La Cecilia

Recensione a: Michela Panichi, La Cecilia, Nottetempo 2025 – La lettura, 15 giugno 2025

Michela Panichi con il racconto Meduse ha vinto il premio Campiello giovani nel 2020, e nel 2022 è entrata nell’antologia di narrativa under 25, Quasi di nascosto, curata da Matteo B. Bianchi ed Eleonora Daniel per Accento Edizioni. La Cecilia, vincitore della 37esima edizione del Premio Calvino, è il suo esordio romanzesco.

Venticinquenne, napoletana, laurea in lettere conseguita alla Federico II e all’Alma Mater di Bologna, Panichi sembra una scrittrice più matura dei suoi anni per l’abilità con cui imbastisce una storia di apprendistato all’età adulta – l’ennesima si dirà, ma ogni generazione in effetti ha la propria – per la lingua che usa, misurata e precisa mai indulgente a scorciatoie gergali o giovanilistiche e soprattutto per quella che è in genere una conquista che viene con gli anni, ossia la capacità di gestire il tempo narrativo, di far coincidere lo scorrere dei giorni e dei mesi dell’intreccio con lo scorrere della clessidra interiore dei personaggi. 

L’incipit de La Cecilia colpisce perché richiama fortemente quello de L’Isola di Arturo di Morante, ma ribaltandolo: “Il mio nome lo aveva scelto mio padre, ed era il primo legame tra noi.” Laddove Morante fa dire al suo protagonista Arturo, informato dal padre dell’araldica genealogia del suo nome – un re e una stella in cielo, che si trattava comunque di una scelta della madre. Ribaltata non è solo la figura che ha deciso il nome della protagonista di Panichi ma anche l’effetto che produce: mentre il personaggio morantiano si vanta del nome Arturo, costruendovi attorno la prima di molte mitologie, Cecilia così chiamata dal nome della nonna paterna scopre nell’estate dei suoi tredici anni che sua omonima è una creatura viscida, un anfibio tipico dei climi subtropicali dell’America latina, un verme cieco che è maschio e femmina contemporaneamente. 

L’affinità tra Cecilia e Arturo, non si limita al destino scritto nel nome, ma si estende anche all’ambientazione isolana, anch’essa molto connotata in senso simbolico. Arturo vive a Procida, la vicenda di Cecilia si svolge nella vicina Ischia, entrambi hanno quell’età piena di buio e lampi che è il passaggio fra l’infanzia e l’adolescenza, lo sbocciare del corpo a una diversa forma e l’aprirsi della coscienza all’età adulta attraverso la scoperta della sessualità altrui e propria. Come Arturo la Cecilia di Panichi patisce in questo passaggio un senso di abbandono lacerante da parte della figura eletta a modello, il padre e, sempre come Arturo, si misura con fatica e riluttanza con l’universo femminile e con la madre in particolare. Cecilia è piatta, senza seno e curve, nel fisico assomiglia ancora al fratello minore, Luca, di cui spesso indossa i vestiti, non vorrebbe crescere, svilupparsi, dover gestire un corpo che nella madre e nelle sue coetanee più precoci vede già definito come oggetto di vergogna o di seduzione. Nel suo bighellonare fra la spiaggia a Sant’Angelo presidiata dall’occhio vigile e censorio della madre e quella dei Maronti dove cerca autonomia e amicizie nuove, Cecilia decide di spacciarsi per un maschio. Indossa il costume di suo fratello, si mette una protesi per simulare il pene e si fa chiamare Luca. Cecilia-Luca, come l’anfibio verme vive divisa fra i due generi, scopre i vantaggi dell’identità maschile, fare e dire quello che le pare, pensando di fuggire da quella femminile che biologicamente le è stata assegnata e che associa alla debolezza, alla passività, ma anche al desiderio, perché fra i nuovi amici trova Alba, una vivace quattordicenne che con la propria sfrontatezza fisica e il proprio carisma fa gravitare attorno a sé tutto il gruppo, e di lei Cecilia-Luca si innamora. Ovviamente non sa nulla di sesso e amore, e durante la vacanza impara, nelle maglie opache e piene di non detti del rapporto fra i suoi genitori, quelle verità sul desiderio, sulla tenerezza, sul tradimento, sul possesso che il corpo di Alba risveglia in lei. Tutto però è inadeguato: il padre incapace di ammettere di aver tradito la madre, sebbene colto in flagrante da Cecilia, la madre incapace di ammettere fino all’ultimo lo strazio della gelosia e l’umiliazione; a essere inadeguato è soprattutto il corpo di Cecilia che forse vorrebbe essere un maschio o forse no, in ogni caso è incapace di essere femmina come sua madre e come Alba. Eppure le teme e le desidera, le spia, ne cerca o ne evita la prossimità fisica. La vicenda di finzione e smascheramento vissuta da Cecilia accade in un tempo estivo che l’autrice, pur appartenendo a una generazione nata coi cellulari e i social, libera da qualsiasi orpello digitale, senza una collocazione storica precisa, ne fa la stagione assoluta della perdita di innocenza. Che questo avvenga dentro un dilemma che supera il sesso per interrogarsi sul genere, è viceversa una cifra dei tempi: Cecilia non sa ancora chi è, ma trova il coraggio per dire: “mamma, mi piacciono le ragazze”.

Il nuovo romanzo di Alessandra Sarchi
In libreria dal 28 febbraio
> Candidato al premio Strega 2024

Ascolta la seconda serie
dei podcast di VIVE!
Di Alessandra Sarchi,
con Federica Fracassi

Categorie