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Paolo Apolito, Ritmi di festa

Recensione al libro: Paolo Apolito, Ritmi di festa. Corpi, danza, socialità, il Mulino, 2014

Le feste, coi loro rituali e le specifiche modalità legati a luoghi e storia, sono da tempo oggetto privilegiato di studio da parte degli antropologi che in esse rinvengono la trasposizione simbolica delle paure, dei bisogni e della loro elaborazione da parte delle diverse civiltà e comunità etniche. Siamo abituati a pensare alla festa come a un evento programmato e conclusivo che ricorda e celebra un passaggio gioioso, spesso avvenuto in seguito a un periodo di difficoltà, oppure a un momento di licenza dalle regole (prototipo di tutte le feste di quel genere è il carnevale), in tutti i casi colleghiamo l’essere in festa alla musica, al ballo, a tutta la gamma di piaceri del corpo, e soprattutto alla condivisione di quanto elencato sopra con altri esseri umani. Ben più difficile ci riesce concepire una manifestazione di allegria e di festeggiamento in un frangente di guerra, di privazione, o di indifferenza reciproca. Il libro di Paolo Apolito, docente di Antropologia culturale all’Università di Roma Tre, ponendosi l’intento di indagare le motivazioni biologiche e pre-culturali dell’impulso festivo, parte proprio da quei casi estremi di festeggiamento avvenuti in condizioni ostili, come quello che si tenne a partire dalla notte di Natale del 1914, lungo la linea del fronte che andava dal mare del Nord alla Svizzera e vedeva contrapposti gli eserciti inglesi e francesi a quelli tedeschi. Secondo la testimonianza di Graham Williams, un fuciliere britannico, verso la mezzanotte del 24 dicembre, al di là delle trincee, si cominciarono a vedere tante piccole luci di alberelli accesi, seguite dal canto “Stille Nacht Heilige Nacht”. Dopo la prima sorpresa gli Inglesi risposero con il tradizionale inno natalizio “The first Nowell”. Altri canti di pace, di buona novella, di amore seguirono e arrivarono anche gli applausi, da una parte e dall’altra. Rompendo il divieto degli alti gradi di entrambi gli eserciti, per lunghi tratti del fronte, i combattenti si diedero una tregua. Seppellirono i morti, si scambiarono il cibo, i canti, le bevande, l’umanità, ben sapendo che da un momento all’altro sarebbero tornati a spararsi l’uno contro l’altro. Questo è solo uno dei numerosi episodi riuniti da Apolito per dimostrare come il canto, la recita di versi, lo scambio di cibo, di battute e di gesti possano innescare anche fra sconosciuti, o addirittura fra nemici un istinto a riconoscersi, in quanto esseri della stessa specie, radicato nel nostro fondo evolutivo che, da questo punto di vista, ci vede molto simili ad alcuni primati, ma anche a molti altri animali. A un impulso cinetico che li fa volare o nuotare compatti, e così preservare il singolo all’interno della comunità, obbediscono infatti stormi di uccelli e branchi di pesci, così come ad un livello già più evoluto gli scimpanzé si abbracciano e si toccano, creano momenti di attenzione comunitaria producendo suoni e risate, quando si ritrovano dopo una separazione. Insomma come gli animali, anche gli umani si aggregano spontaneamente e reagiscono agli stimoli ambientali, e altrui, tendendo a sincronizzarsi con essi. D’altronde che il movimento, di qualunque tipo, sulla Terra tendesse a sintonizzarsi l’aveva già dimostrato nel 1665 Christian Huygens con gli studi sulle oscillazioni in sincrono di due orologi a pendolo con diversi archi di oscillazione, definito entrainment. Un generale entrainment regola gli scambi fra gli umani.

Tutto questo fornisce una spiegazione che va ben al di là degli intenti dichiarati e dell’opportunità di festeggiare per una ragione specifica, ma affonda le sue radici nel senso ritmico dell’uomo, sviluppato in maniera molto superiore rispetto a qualsiasi altro animale, e presente fin dal concepimento e dalla vita fetale nel corpo della madre, rispetto alla quale il bambino adegua costantemente il proprio ritmo. Un elemento fondamentale che si unisce al senso del ritmo è poi la capacità mimetica, e anche questa si trova negli esseri umani molto più sviluppata che negli animali. La mimesi è stata posta alla base dei nostri processi di apprendimento, essendo sempre attiva attraverso i neuroni specchio che di recente godono di gran fama nel mondo delle neuroscienze grazie alle importanti scoperte di Rizzolatti, ma in un certo senso erano stati empiricamente intuiti già parecchio tempo fa; da Adam Smith, ad esempio, che aveva capito benissimo come noi tendiamo ad adeguarci fisicamente a chi abbiamo davanti, compiendo o mimando, o anche solo mentalmente ripercorrendo, gli stessi movimenti e gesti. Casi esemplari sono appunto le coppie madre e bambino e gli innamorati: prodigiosi universi ritmici e mimetici dove ogni parola, ogni sguardo, ogni azione tende ad avere un’eco, una risposta, un controcanto. A questo istintivo e primordiale bisogno di riconoscimento obbedirono probabilmente gli indigeni d’America al loro primo contatto con i colonizzatori che salutarono con grandi festeggiamenti, generosità e apertura, come testimoniano le lettere di Cristoforo Colombo e il diario di Antonio Pigafetta. Poveri indigeni, non sapevano di festeggiare l’inizio della loro brutale fine. Ma il punto è proprio questo: spesso non importa che chi festeggia si riconosca in un comune ideale, sappia dare un seguito conseguente all’impulso iniziale o in taluni casi governare le conseguenze della festa, come dimostrano l’odierna inconcludenza politica di molti movimenti che si aggregano in maniera festosa, o le derive dei festeggiamenti negli stadi. Gli impulsi di festa, legati a una matrice biologica profondissima e insopprimibile, prevalgono e sorgono anche nelle occasioni più impensate, sta poi all’elaborazione culturale dell’uomo renderli un’occasione di aggregazione vera, di conoscenza transetnica, di allargamento dell’umanità.

(La ricerca, 23 ottobre 2014)

 

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