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Siri Hustvedt, Storie di fantasmi

Recensione a: Siri Hustvedt, Storie di fantasmi, Einaudi 2026 – La lettura, 30 agosto 2026

Leggendo Storie di fantasmi, di Siri Hustvedt la prima parola che mi è venuta in mente per definire quello che nell’edizione originale s’intitola memoir è requiem, un libro-requiem. Per molto tempo sono stati composti requiem per onorare la memoria dei morti, e la parola latina tradotta in italiano suona riposo, l’eterno riposo che si vorrebbe augurare a chi non c’è più. I requiem musicali sono opere grandiose in cui il compositore si confronta con le cose ultime: il valore della vita, il bene e il male, la separazione, la morte, la resurrezione, per chi ci crede, o comunque un’idea di eternità tanto razionalmente inconcepibile quanto difficile da abolire nelle aspettative umane. 

Siri Hustvedt l’ha fatto non con le note, ma con le parole: in questo libro ha celebrato la sua vita con il marito, lo scrittore Paul Auster, morto il 30 aprile 2024 di cancro polmonare. Un atto di amore per lui, ma anche di sopravvivenza per se stessa, per abitare con le parole uno strazio che all’inizio sembrava averle tolto la capacità di essere presente e lucida, poi è diventato la sofferenza di fondo pronta a riassalirla alla vista di un indumento del marito, di un bigliettino scritto per lei, di una festività celebrata senza di lui.

Quarantatré anni insieme, si trova a ripetere in più occasioni, come se la vita vera fosse tutta lì, in quel matrimonio che la scrittrice ama chiamare dialogo. Scriverne è un modo per farlo durare, per trasmetterne la memoria, per rendere giustizia all’uomo e marito Paul Auster, oltre che al grande scrittore che tutti conosciamo.

Se le prime pagine possono indurci a credere che la scrittura in presa diretta, e al presente, sia un diario cominciato poco dopo la scomparsa del marito, la lettura complessiva rivela un’architettura più complessa: alla voce narrante si alterna infatti la voce di Paul Auster, di cui vengono riportati messaggi e lettere alla moglie, scalati nel tempo, e sette missive scritte per il nipotino Miles, nato il primo gennaio 2024. Nelle intenzioni di Auster avrebbero dovuto costituire un piccolo libro che però non ha avuto il tempo di portare a termine. La voce di Auster, che nella versione italiana viene restituita da Cristiana Mennella mentre quella di Hustvedt è di Gioia Guerzoni, fa da contrappunto, rende possibile il dialogo tra il nonno e il nipote, che lo leggerà in futuro, e tra tutti i membri della famiglia, la figlia Sophie, il genero Spencer Ostrander, i bisnonni di entrambi i rami materno e paterno. All’imperativo iniziale: “Ora il mio lavoro è raccogliere me stessa”, con il quale Hustvedt cerca di placare lo smarrimento, subentra uno zelo che si manifesta nella dimensione materiale: “Tento di riportare il mio piccolo mondo a un ordine scintillante, di riprendere un po’ di controllo eliminando polvere, macchie e pelucchi”, ma anche e soprattutto nella dimensione della memoria e del ragionamento: ricostruire le fasi della malattia, pensare alla possibili cause scatenanti – la morte per overdose del figlio Daniel e della nipotina Ruby, il fumo, e ai possibili errori terapeutici – una cura immunitaria troppo aggressiva. Così Hustvedt ricava lo spazio per inserire riferimenti alla biologia e alla medicina, come spesso accade nella sua scrittura, e speculazioni filosofiche frutto di una vita interiore che non cessa con la morte del marito, sebbene le venga a mancare l’interlocutore principale.

“Vivo in una casa infestata da un fantasma che Paul e io abbiamo creato insieme, un «noi» che non esiste piú, o comunque non nel presente, ma è penetrato in tutte le stanze. È una coppia spettrale, due che ridono, si toccano, fanno l’amore, si abbracciano, litigano e chiacchierano con battute e riferimenti che conosciamo solo «noi»”.

Nonostante Hustvedt invochi a più riprese un approccio scientifico, con la morte di Auster sa di essere entrata nella zona dell’invisibile; racconta della visita che il marito le fa dopo il funerale: lo sente nella loro stanza, la guarda, le sorride, si allontana, lasciandola piena di una felicità carnosa. D’altronde era stato Auster stesso a dichiararle di voler diventare un fantasma. 

In altre occasioni avverte l’odore dei sigari che fumava, senza che nessun sigaro sia acceso nelle vicinanze. Allucinazioni? O forse, come sosteneva William James, «È come se nella coscienza umana esistesse un senso della realtà, una sensazione di presenza oggettiva, la percezione di ciò che potremmo definire qualcosa piú profonda e piú generale di qualsiasi altro “senso” speciale e particolare a cui la psicologia odierna attribuisce la rivelazione originaria delle realtà viventi».

Ciò che Hustvedt scopre durante il cosiddetto processo di elaborazione del lutto è che mentre chi muore si colloca fuori dal tempo, chi vive lo abita in maniera asincrona, come se avesse perso il ritmo sul quale si era modellato il proprio, “non riesco più ad andare a tempo” dice di sé. Eppure la vita continua ad accadere. Cosa direbbe oggi Paul Auster della deriva antidemocratica, della politica ridotta a palcoscenico di una patologia personale dal presidente del proprio paese? Cosa direbbe del massacro israeliano a Gaza e degli attacchi in Cisgiordania e Libano, lui che fin dal 1997 aveva definito Netanyahu un uomo pericoloso e crudele, e che all’indomani della strage di Hamas del 7 ottobre 2023 aveva parlato con lo scrittore e amico David Grossman? Porsi queste domande è un modo per tenere aperto il dialogo. È anche un modo di riconoscere di aver subito una mutilazione, ma come negli effetti dell’arto fantasma studiati da Maurice Merlau-Ponty, Hustvedt continua a stare al mondo come se l’arto mancante – il marito – fosse ancora presente: “Lo dirò piú semplicemente: Sí, mi manca Paul, ma soprattutto mi manca Siri con Paul. Mi manca quel con. E mi manca come mi faceva sentire nel mondo. Quel con in cui lui e io eravamo una persona sola”. 

Aggrapparsi alla scrittura, forse il legame più potente condiviso con il marito, è un modo per non perderlo e non perdersi del tutto: “Scrivere è agire. Frase dopo frase, pagina dopo pagina, ho cercato di riportare qualcosa di lui sulla carta, tracce di quello che era per me”.

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